Gohatto-Tabù

L’arrivo del giovane samurai Sozaburo Kano tra le mura del tempio Nishi-Honganji, dove il comandante Kondo e il capitano Toshizo selezionano la milizia dello Shinsengumi, è fonte di grandi turbamenti. Kano diventa ben presto l’oggetto delle attenzioni del tenente Soji e dell’allievo Hyozo. Toshizo, dal canto suo, segue gli arabeschi dei corteggiamenti dei suoi uomini con apparente distacco.
Gohatto
, assieme a
Kippur
di Amos Gitai, è stato il grande escluso dal palmarès del festival di Cannes 2000. Misteri delle giurie e delle geografie dei premi. Sta di fatto che Oshima non ha affatto realizzato quel film accademico che i quotidianisti nostrani gli hanno rimproverato, ma un mélo noir che si intreccia sensualmente intorno alle gerarchie del potere dello shogunato giapponese. Da iconoclasta qual è, Oshima ibrida Mizoguchi e Suzuki (basti pensare all’epilogo) e mette in scena il divenire del potere come una danza di seduzione. Una società completamente maschile evoca il fantasma del desiderio e soccombe alle ombre che essa stessa ha creato. Con feroce acume erotico, Oshima filma il disgregarsi delle geometrie della gerarchia samurai alla stregua di un dilagare concentrico della pulsione di morte. Eros, thanatos, potere: in
Gohatto
tutto il cinema di Oshima viene precipitato tra le mura dove risiede una casta di uomini (apparentemente) asessuati. Racchiuso tra un prologo di incandescente nitore visuale e un epilogo di sconcertante densità allegorica,
Gohatto
ci restituisce un cineasta presente al proprio tempo, il cui lavoro si apre vertiginosamente all’ebbrezza del futuro. Un capolavoro che non solo riconcilia col cinema, ma che ci permette di ripensare la centralità di un infaticabile alfiere della modernità come Nagisa Oshima.
(giona a. nazzaro)

Glory To The Filmmaker!

Una truffatrice senza scrupoli e sua figlia, avida di denaro, mettono gli occhi su un uomo ricco. Seguono presto, in campo e fuori campo, una serie di stravaganti e imprevedibili eventi, soprattutto quando una catastrofe senza precedenti minaccia la storia. A questo punto dal regista non dipende solo il completamento del proprio film, ma addirittura la salvezza dell’umanità.

Zatoichi

Diciannovesimo secolo. Zatoichi è un vagabondo non vedente che si guadagna da vivere facendo il massaggiatore e il giocatore d’azzardo. Dietro il suo umile aspetto si nasconde però un abilissimo maestro di spada, in grado di infliggere colpi letali. Giunto in uno sperduto paesino, l’uomo si accorge che l’intera popolazione è vittima delle angherie della spietata band dei Ginzo. Stretta amicizia con un giovane sprovveduto e con una coppia di affascinanti geishe, userà tutta la sua arte per cercare di liberare gli abitanti del villaggio dal giogo che li opprime.

Per la prima volta dal suo esordio alla regia, Takeshi Kitano opta per l’ambientazione storica e per un soggetto non suo, riservandosi come nella maggior parte della sua filmografia il ruolo del protagonista, un personaggio popolarissimo in Giappone, già celebrato da diverse serie tv e da altri film per il grande schermo. Svincolandosi dichiaratamente da questi modelli, il regista di
Hana-Bi
ha realizzato un film che, presentato all’ultima Mostra del Cinema, ha conquistato il consenso sia della giuria, che lo ha premiato con il Leone d’Argento per la regia, sia soprattutto del pubblico, che gli ha tributato applausi ancora più fragorosi rispetto a quelli ricevuti da Marco Bellocchio. «L’essenza del film non è strettamente storica – avverte Kitano – in un film in costume ci si può inventare tutto». Via libera allora alla computer grafica per mostrare il sangue che sgorga copioso da tagli e ferite, e a un tip tap accompagnato da ritmi hip hop, versione moderna delle danze celebrative tipiche dei drammi giapponesi in costume. Senza dimenticare i classici (la sequenza della pioggia è un esplicito omaggio a
I sette samurai
di Kurosawa) ma con un umorismo ricorrente e lieve. Le scene d’azione sono state girate dallo stesso Kitano senza il ricorso a controfigure, un compito reso ancora più difficile dal fatto che l’attore-regista, impersonando un non vedente, è stato costretto a recitare a occhi chiusi.
(maurizio zoja)

Sonatine

Nel 1993 passò a Cannes e vinse a Taormina, ma nessun distributore lo reputò degno di interesse. Critici che oggi lo esaltano lo bollarono come noioso. Poi, per fortuna, è arrivato il Leone d’oro a
Hana-bi
, e
L’estate di Kikujiro
ha avuto un suo pubblico.
Sonatine
si era visto con i sottotitoli su RAI 3, e adesso arriva su grande schermo (dove va gustato), doppiato. Non si può avere tutto dalla vita, ma l’opera numero 4 di «Beat» Takeshi rimane a tutt’oggi il suo capolavoro.

Dopo avere girato
Kids Return
, nel 1996, e in seguito a un incidente in moto quasi mortale, Kitano dichiarò che i suoi film da quel momento sarebbero stati dedicati a cercare il modo giusto di vivere e non quello di morire, come in precedenza.
Sonatine
apparterrebbe quindi a una prima fase nichilista, e se si paragona ad
Hana-bi
il controcanto sentimentale appare molto ristretto.
Sonatine
è infatti la storia di uno yakuza che si accorge di essere stato fregato dai suoi capi e decide di non aspettare la morte, ma di precederla. Eppure, in questa meditazione sulla morte, non c’è niente di tormentoso o di cupo.
Sonatine
è un film meravigliosamente solare. Non a caso è ambientato a Okinawa, isoletta nel sud del Giappone nota, oltre che per le basi americane, come località turistica, e sede di tradizioni folkloriche di cui nel film si vede un ironico assaggio. La vita langue, forse siamo fuori stagione, e il gangster Kitano – con i suoi tirapiedi più o meno inesperti – dopo un primo scontro con i mafiosi locali, aspetta ordini. Perde tempo sulla spiaggia e inventa modi di ammazzare il tempo. Roulette russa col trucco. Battaglie con fuochi d’artificio. Buche nella sabbia (Kitano non conosce il poeta Ernesto Ragazzoni, ma gli piacerebbe). Parodie dei combattimenti di sumo. Il segmento centrale del film è occupato quasi interamente da giochi (anche se di mezzo c’è un tentato stupro). La tragedia sta in agguato, ma viene annullata da uno spirito ludico e quietamente folle, infantile e surreale.

Poi, ovviamente, il sangue ricomincia a scorrere. Ma il modo in cui Kitano riprende la violenza è ugualmente sorprendente e anticonvenzionale. Non c’è l’enfasi barocca di John Woo, e neanche il pudore ellittico di Bresson. Nel cinema di Kitano le cose accadono in un attimo o durano troppo, e nel modo più imprevisto. Senza suspense, senza lasciarci il tempo di capire cosa sia successo. La morte è un lampo, ed è incomprensibile come la vita. Kitano regista non spende una parola di commento, ma conserva sempre un occhio stupito e attonito. E ogni evento acquista un peso che in un cinema convenzionale non avrebbe. Se questa non è catarsi… Aristotele, dall’Aldilà, benedice soddisfatto.
(alberto pezzotta)

Hana-Bi

Dalle prime sequenze incomprensibili ed ellittiche, il film si dipana a mostrare una vicenda atroce e straziante di vendette e fughe, con un poliziotto braccato dalla yakuza che fugge insieme alla moglie malata terminale. Tutto sotto il segno della morte, un film che si volge dopo ogni azione, con improvvise e ipnotiche esplosioni di violenza e momenti di rarefatta poesia. Controllo assoluto del ritmo, piegato ad una tonalità morale coerente dall’inizio alla fine nonostante la complessa costruzione a flashback e flashforward, le brusche accelerazioni e le pause contemplative. Barocco e stilizzatissimo, forse il capolavoro del regista, che è anche un indimenticabile volto di protagonista e l’autore degli splendidi disegni che punteggiano la vicenda. Leone d’oro a Venezia.(
emiliano morreale
)