La battaglia dei tre regni

Nel 208 dopo Cristo, durante la Dinastia Han, malgrado la presenza dell’Imperatore Han Xiandi, la Cina è suddivisa in molti stati in guerra fra loro. L’ambizioso Primo Ministro Cao Cao, manovrando l’Imperatore come un pupazzo, dichiara guerra a Xu, un regno dell’ovest dominato da Liu Bei, zio dell’Imperatore stesso. L’intenzione di Cao Cao è di eliminare tutti i regni esistenti ed insediarsi come unico imperatore di una Cina unificata. Liu Bei spedisce il suo consigliere militare Zhuge Liang, in qualità di inviato, al Regno Wu, nel sud, nel tentativo di convincere il suo regnante, Sun Quan ad unire le forze. Là Zhunge conosce il Vicerè di Wu, Zhou Yu e i due diventano amici in questa non facile alleanza. Infuriato dall’apprendere che i due reami si sono alleati, Cao Cao invia un esercito di ottocentomila soldati e duemila navi a sud, nella speranza di prendere due piccioni con una fava. L’esercito di Cao Cao si accampa nella Foresta Crow, sulla sponda opposta di Red Cliff (Le Scogliere Rosse), sul Fiume Yangtze, dove gli alleati hanno stabilito la loro base. Gli alleati sembrano spacciati con i viveri che scarseggiano e in enorme inferiorità numerica rispetto all’esercito di Cao Cao. Zhou Yu e Zhuge Liang devono ricorrere alla loro intelligenza e alla loro esperienza militare per capovolgere l’esito delle battaglie. I numerosi scontri di armi e di astuzia, sia su terraferma che in acqua, culminano nella più famosa battaglia della storia cinese: duemila navi vengono incendiate e la storia della Cina viene cambiata per sempre. La battaglia è quella di Red Cliff.

La foresta dei pugnali volanti

Nell’anno 859 d.C., la dinastia Tang volge al declino, l’imperatore è impotente di fronte alla corruzione e il malcontento popolare dilaga. Tra le sette che si oppongono al potere la più temuta è l’Alleanza dei Pugnali Volanti, imprendibili guerrieri che si nascondono nelle foreste e rubano ai ricchi per dare ai poveri. L’imperatore vuole la testa del nuovo capo; i due capitani della contea di Feng Tian, Leo (Andy Lau) e Jin (Takeshi Kaneshiro), sperano di arrivare a lui tramite la figlia dell’ex capo, la bella Mei (Zhang Ziyi), che si dice faccia la ballerina nella locale casa di piacere. Il piano è arrestarla cosicché Jin possa mettere in scena una finta liberazione, guadagnarsene la fiducia a farsi portare nel covo dei nemici.
Per chi crede che il genere wuxia (cappa e spada all’orientale) sia superficiale e ingenuo; per chi crede che, visto il deludente esito del suo recente Hero, il più celebrato regista cinese non sia tagliato per quel genere di film; e per chi, più malizioso, crede che noi occidentali abbiamo un debole per il risultato visivo di tali opere ma non possiamo comprenderne rimandi e sottigliezze culturali… ebbene tutti costoro devono ricredersi davanti all’ultimo lavoro di Zhang Yimou, facile come una fiaba ma non banale, struggente e romantico come un melodramma eppure imprevedibile, sontuoso spettacolo visivo mai fine a se stesso.
Zhang Yimou mischia le regole del genere e le aspettative a ogni scena: usa i combattimenti – immancabile quello tra i bambù, in omaggio a A Touch Of Zen e La tigre e il dragone, ma ancor più innovativo e aereo – per sottolineare svolte emotive (la conferma di un innamoramento reciproco, o la rabbia di un amore tradito); nel volo mirabolante delle lame nell’aria amplifica la tragedia latente; fa del vuoto d’uomini (i combattimenti sono rari e mai di massa) e della natura compassionevole quasi il quarto protagonista, per rendere senza tempo il valore tragico dei suoi eroi. E come in ogni dramma amoroso, tutti perdono (o perché muoiono o perché dannati dalle loro colpe), e l’unica redenzione per chi resta (o guarda) è nell’amaro sapore dell’ineluttabilità del tragico, che copre tutto come un manto di neve (vedere per capire).
Grande conferma dello Zhang Yimou di sempre, ieratico nello sguardo (e la splendida foresta ucraina dove ha girato gli fa da spalla), lucido nei contenuti e leggero nel tocco. E qui la leggerezza è esaltante, non solo per le coreografie degli scontri (di Tony Chiung Siu-Tung) tanto eleganti quanto realisticamente marziali, non solo per l’evoluzione della storia (con un chiaro debito shakespeariano), ma soprattutto per il pudore sensualissimo che accompagna gli amanti a ogni passo. Perfetto il cast, musica di Shigeru Umebayashi (il prediletto di Wong Kar-wai) che qui non sforna motivi indimenticabili ma comunque efficaci. Un vero godimento per gli occhi e il cuore. (salvatore vitellino)

Angeli perduti

Ritratto dell’alienazione culturale, realizzato con ingegno ma poco coinvolgente (e in pratica privo di narrazione), che — come il suo predecessore Hong Kong Express — si concentra su due tipologie di personaggi: un killer e la bella collega che lo desidera; un ex detenuto muto e la donna che lui brama. Fotografia, movimenti di macchina e montaggio sono straordinari: ma a parte ciò, tutto si riduce a una confusa divagazione, emotivamente distante come i caratteri che ritrae.

Hong Kong Express

Due storie parallele sul mal d’amore e sulle ossessioni e piccole colpe nelle relazioni di questo mondo moderno. Il catalizzatore di entrambe le storie, che riguardano dei poliziotti di Hong Kong, è il proprietario di un fast food. Leggero, divertente e aniconformista sebbene la seconda storia sia un po’ troppo lunga. La società di Quentin Tarantino, la “Rolling Thunder”, ha comprato i diritti del film per la distribuzione negli Usa e molti critici ne hanno apprezzato l’approcio stilistico postmoderno.