Ritorno a casa

Tre testi diversi (Ionesco, Shakespeare e Joyce). Tre episodi e i loro corollari nella vita di un’anziano attore di teatro. Tra sciagure improvvise, malintesi con il proprio agente e piccole gioie. De Oliveira, l’infaticabile, sorprendente creatore di omaggi alla mente dell’uomo (ogni suo nuovo film apre una nuova stanza nel nostro angusto orizzonte), capace di impilare film completamente opposti, uno dietro l’altro. Quest’ultimo lavoro era già stato annunciato durante la presentazione di
Palavra e utopia
. In quell’occasione il maestro portoghese aveva ricordato un avvenimento accaduto durante le riprese, quando un attore, non riuscendo a elaborare il lungo monologo affidatogli, aveva espresso l’intenzione di abbandonare il set. L’episodio dal sapore beckettiano si è allargato in un’affascinante disamina della debolezza umana e dei modi per combatterla. Esercitare la memoria, regolare la vita secondo misure ben precise, vivere una vita secondo le regole (quelle imposte dalla consuetudine o quelle dettate dal proprio intimo) sono modi con cui l’uomo si difende dall’imprevisto, rivelando al tempo stesso la sua debolezza e la sua forza (questo è probabilmente il vero soggetto degli ultimi film del regista). Tra regola ed eccezione sta De Oliveira, che alterna momenti tradizionali (la prima scena di teatro) a soluzioni eccentriche (la chiacchierata di Piccoli al suo agente nel bar, ripresa con un piano fisso sulle scarpe dell’attore francese). E regola ed eccezione modulano anche il percorso dello spettatore, costretto a muoversi da un piano all’altro del discorso, ora godendo per la verve del dialogo, ora immergendosi in affascinanti fuochi incrociati tra teatro e vita ordinaria. De Oliveira, lui, sta a metà strada: un po’ complice del suo mattatore (Piccoli in stato di grazia), un po’ burattinaio sopra le righe. In questi andirivieni risiede la grazia di
Vou para casa
, film capace di emozionare, divertire, intrigare la mente dello spettatore.
(carlo chatrian)

La vie en rose

Presentato in apertura del Festival di Berlino 2007, il film ripercorre la straordinaria esistenza della cantante Edith Piaf (1915-1963), dagli esordi in povertà fino ai trionfi internazionali. Dotata di una voce e un carisma fuori dell’ordinario ma penalizzata di un fisico gracile e non aggraziato che le valse il soprannome di “passerotto”, visse una storia d’amore con il pugile Marcel Cerdan che si concluse tragicamente. Morì non ancora cinquantenne, di polmonite. Premio Oscar come miglior attrice protagonista a Marion Cotillard.