Mariti e mogli

Due coniugi sposati da molto tempo provocano scompiglio fra i loro migliori amici quando annunciano la propria separazione; nel frattempo, anche le altre coppie iniziano ad avere dei problemi. L’acuta, spiritosa e scaltra sceneggiatura di Allen è interpretata brillantemente (specialmente dalla Davis e da Pollack), nonostante lo scandalo da prima pagina di Woody e Mia al momento della distribuzione del film abbia reso difficile evitare il sarcasmo di fronte ad alcuni dialoghi. Un solo appunto negativo: il dilettantesco uso della camera a mano e del “jump cut”, che risulta fastidioso e distraente.

Il cavaliere elettrico

Un famoso cowboy, campione di rodeo per molti anni, viene ingaggiato da una ditta di prodotti alimentari per scopi pubblicitari. Ma un giorno, a Las Vegas, stanco delle pagliacciate a cui lo costringe lo sponsor, il cowboy ruba un cavallo e scappa dalla città, verso le praterie. Un curioso western contemporaneo, riflessione malinconica sulla morte di un’epoca (e forse, perché no?, di un genere cinematografico). Eccellenti i due protagonisti. Quinta collaborazione tra Redford e Pollack.
(andrea tagliacozzo)

The Interpreter

Silvia Broome (Nicole Kidman), traduttrice dell’Onu nata in Africa, ascolta per caso un complotto contro un discusso capo di stato africano, pronunciato in un raro idioma. Rivela la sua scoperta alla polizia ma Tobin Keller (Sean Penn), l’agente speciale incaricato del caso, dubita da subito della sincerità della donna. Il rapporto fra i due conosce diffidenze e momenti di intimità che si rincorrono, mentre i giorni passano, la vicenda si complica e il momento del possibile attentato si avvicina.

Sidney Pollack ha costruito un thriller di argomento politico ambientato nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, protagonista aggiunto del film. Per la prima volta nella storia un regista è stato ammesso a girare una pellicola nelle stanze dell’Onu, considerate territorio internazionale. Una chance che era stata negata persino a Hitchcock. E proprio alle atmosfere hitchcockiane deve molto questa produzione: basti pensare a

Intrigo internazionale,
ma anche a

La finestra sul cortile,
alla scelta di fare un cameo e al gusto per una suspense costante.

Naturalmente
The Interpreter
è altro rispetto a Hitchcock. È una pellicola hollywoodiana contemporanea, piuttosto tradizionale nello stile e molto curata. La tensione è quasi ininterrotta, fino a raggiungere dei picchi davvero pregevoli in qualche scena. Naturalmente è un film di genere, figlio di una ben precisa cassetta degli attrezzi: la costruzione visiva, quella narrativa, il montaggio, la scelta e la collocazione delle musiche hanno poco di nuovo, anzi. Sono però maneggiati con grande sapienza e danno risultati emotivi che ancora consentono di ridurre al silenzio chi vorrebbe ironizzare sulle decotte convenzioni hollywoodiane. L’intrattenimento formulare sopravvive, si può criticare, ma funziona.

Inoltre
The Interpreter
si preoccupa dell’attualità come rare volte succede. Si interessa di molte irrisolte questioni geopolitiche della contemporaneità: dal terrorismo, alle politiche degli affamati e violenti stati africani, alla delicata posizione dell’Onu. Tutto questo rimpolpa una sceneggiatura che prende volume e si attorciglia, senza però divenire incomprensibile. Ne resta così una trama complessa, come è inevitabile, ma avvincente e calibrata. La commistione fra impegno e intrattenimento convince anche quando ci prova Hollywood.

Una parte sostanziale dell’impatto emotivo del film è poi delegata alla relazione controversa fra i due protagonisti. Silvia è un’affascinante e misteriosa traduttrice, che Nicole Kidman risolve donandole spessore, come richiedeva un personaggio dalla storia così complessa. La Kidman ha avuto anche la costanza di imparare il Ku, un idioma fittizio, inventato appositamente per il film. Sean Penn, se possibile, si disimpegna anche meglio nel rendere l’agente speciale Keller con il suo dramma personale e le incisioni che questo ha lasciato sul suo carattere. Gli andirivieni di questi due personaggi turbati sono seguiti con partecipazione da Pollack, che a loro concede un rallentamento della macchina da presa e del montaggio, quasi a rispettare le loro vicende e a porre i drammi umani in una dimensione diversa da quelli geo-politici.

Il cocktail ha un buon sapore, strutturato e piacevole. Si tratta di un film dalle traiettorie in generale prevedibili, ma che riserva diverse sorprese e alcune scene davvero godibili. Inoltre ha l’abilità di intessere l’attualità internazionale in un thriller dai visibili contorni dell’intrattenimento. Pollack al suo meglio, anche se dentro il suo recinto. Che resta più angusto di quello di Hitchcock. Ma all’interno del quale confeziona una bella pellicola di genere secondo le care, vecchie e spesso premianti tradizioni americane.
(stefano plateo)

Il socio

Benché di sicuro non il miglior lavoro di Sydney Pollack, con il passare del tempo Il socio – tratto dal solito, arzigogolato legal-thriller di John Grisham – acquista spessore e rischia di apparire un buon film. Anzi, sebbene pieno di passaggi narrativi improbabili e di personaggi un po’ troppo sopra le righe, «è» un buon film. E, soprattutto, a risultare sempre meno fantapolitica e sempre più attinente alla realtà, è l’idea centrale del giovane avvocato in carriera che si vede lautamente remunerato da uno studio legale che si occupa delle cause del crimine organizzato. Ovviamente, la sua sarà una carriera irreversibile. Pena: la morte. Sorvolando sugli aspetti sensazionalistici, vanno messi in conto – positivamente – lo spirito anarcoide che spinge il protagonista a guardarsi sia dai gangster che dall’Fbi, la convinzione che per fermare l’apparato criminale occorre innanzitutto arrestare gli avvocati e il postulato, sotteso, che un vistoso benessere implica sempre affari assai loschi. Niente male per una parabola sulla perdita delle certezze e dello spazio privato, confezionata da uno dei grandi intimisti hollywoodiani. Eppoi, come non ammirare l’accoppiata Tom Cruise-Sydney Pollack, che preannuncia l’exploit kubrickiano di Eyes Wide Shut ? Ottima la colonna sonora di Dave Grusin. (anton giulio mancino)

La mia Africa

Il film, pluripremiato agli Oscar (film, regia, sceneggiatura, suono, musica, fotografia e scenografia), descrive il periodo africano della scrittrice Karen Blixen (nota anche con lo pseudonimo di Isak Dinesen). Proveniente da un’agiata famiglia danese, Karen si sposa con il nobile Bror Blixen. Stabilitasi in una fattoria del Kenya assieme al marito, la donna, constatato il fallimento del suo matrimonio, s’innamora di un affascinante avventuriero inglese. Nonostante il grande successo, non si tratta di uno dei migliori lavori di Sydney Pollack che in più di una occasione tende a scivolare nel calligrafismo turistico. Impeccabili, comunque, gli interpreti – in particolare la Streep e Klaus Maria Brandauer – e la splendida musica di John Barry (non a caso premiata con l’Oscar).
(andrea tagliacozzo)

Eyes Wide Shut

Dopo un party, un medico riceve la confessione delle fantasie erotiche della moglie e vaga per la città. Farà strani incontri, e finirà – indirizzatovi da un amico pianista – a un’orgia mascherata in una villa. Qui verrà smascherato, e l’indomani si metterà sulle tracce del luogo misterioso… L’ultimo capolavoro di Kubrick, un autore talmente grande da dividere e sconcertare anche dopo morto. Hanno detto: un film imperfetto, incompleto. Ma che importa? Eyes Wide Shut è una costruzione terminale, definitiva, una delle descrizioni più oscure del mondo che ci circonda. Sulla scia del Doppio sogno di Schnitzler, Kubrick ci conduce nel cuore nero dell’Occidente sviluppato, con un moralismo e un pessimismo da uomo del Settecento. La Storia è storia dei rapporti di potere, il Potere è potere sui corpi. Dominio dei ricchi sui corpi dei poveri, degli uomini su quelli delle donne. Compiendo la sua parabola, uno di geni del secolo porta Barry Lyndon nel 2001. Ma fino all’ultimo non rinuncia alla sua beffarda ironia, e affida il sugo di tutta la vicenda a uno «scopiamo» detto da una stupenda Nicole Kidman al marito. Molto più che un bel film. Un film indispensabile. (emiliano morreale)

Un po’ per caso, un po’ per desiderio

Jean-François è un pianista di fama internazionale, dotato di una sensibilità speciale. Arrivato al culmine del suo successo si sente insoddisfatto e oppresso dalla fama mondiale. Catherine è un’attrice di soap-opera e di teatro, talentuosa e di grande intelligenza artistica, anch’essa in piena crisi depressiva a causa della sua ambizione a partecipare a un film di un noto regista americano. Frèderic è un collezionista d’arte che per tutta la vita ha inseguito l’opera perfetta e creato una collezione di straordinario valore, ma arrivato alla tarda età decide di vendere tutto e ricominciare una nuova fase della sua vita in seguito alla morte di sua moglie. Jessica è una ragazza solare e piena di entusiasmo arrivata a Parigi dalla provincia per tentare la fortuna. Sarà proprio lei, senza volerlo, a cambiare i destini di tutti i protagonisti.

Tootsie

Un attore disoccupato, travestitosi da donna per ottenere una parte in un importante serial televisivo, trova il successo e diventa una «beniamina» del pubblico. Commette, però, lo sbaglio d’innamorarsi di una bella collega, mentre il padre di questa, intanto, comincia a fargli la corte. Una sceneggiatura dai meccanismi quasi perfetti e l’esilarante performance di Dustin Hoffman fanno di questo film una delle migliori commedie degli anni Ottanta. Jessica Lange vinse l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Grande cast di contorno, in cui spiccano Charles Durning, Bill Murray e lo stesso Sydney Pollack nei panni del manager del protagonista. Esordio di Geena Davis.
(andrea tagliacozzo)