Les Biches – Le cerbiatte

Piccolo capolavoro – poco noto in Italia – di Claude Chabrol. Se di giallo si tratta (l’autore francese è uno dei più costanti e prolifici specialisti del genere),
Les Biches
(Le cerbiatte) è un giallo dei sentimenti e delle passioni estreme: sfocia in un delitto che è un gesto emblematico e paradossale, e soprattutto non comporta alcun meccanismo poliziesco. Suddiviso in capitoli come un romanzo, il film racconta dell’amicizia morbosa di due ragazze, Frédérique e Why (rispettivamente, Stéphane Audran e Jacqueline Sassard), conosciutesi per caso e immediatamente divise dall’amore per un uomo. Visivamente stilizzato e tuttavia mai gratuito nelle soluzioni registiche,
Les Biches
si lascia ammirare per la consueta e perfida reticenza con cui Chabrol sviluppa il racconto disseminandolo di indizi fatali, nonché per l’introduzione – per la prima volta nel suo cinema – di una sensualità esplicita che contribuisce all’ambigua e inquietante atmosfera del racconto.
(anton giulio mancino)

Il fascino discreto della borghesia

Un gruppo di borghesi (due coppie, una ragazza e l’ambasciatore di una nazione latinoamericana) non riesce a ultimare un pranzo di società, e passa attraverso una serie di assurde vicissitudini. Di tanto in tanto, li ritroviamo a camminare per una strada di campagna. Nel pieno della sua seconda giovinezza (tra i sessanta e gli ottant’anni), Buñuel rimane il vecchio surrealista di sempre – anzi, forse il maggior artista surrealista di tutti i tempi – anche quando abbassa il tono del racconto e approda a un capolavoro di understatement. Una sceneggiatura piena di un continuo, quieto e devastante senso dell’umorismo; la sordina messa a tutti i movimenti; l’arma micidiale dell’ironia – una delle più terribili a disposizione del borghese, diceva Pasolini – rivolta contro la borghesia stessa. La rabbia ha fatto posto a un sentimento amarissimo e nichilista, che preserva il film dall’invecchiamento. Magistrali i momenti sadomaso, indimenticabile il prete giardiniere armato di fucile. Oscar per il miglior film straniero, ma ovviamente Buñuel non andò a ritirarlo. (emiliano morreale)

Il tagliagole

Chabrol d’annata, e di pregio. Lui è il macellaio di un paese del Périgord. Lei è la maestrina. Diventano amici, ma lui non si accontenta. Intanto una serie di delitti scuote il torpore provinciale. Torpore fino a un certo punto, perché il pranzo di nozze dove vengono a galla le magagne è un gran pezzo di cinema caotico ed esagitato, che si ferma sempre un passo prima della caricatura. La critica ha sempre citato Hitchcock, per il gusto dei dettagli rivelatori, l’attenzione alla psicologie, il rifiuto di una suspense grezza e banale. Infatti si capisce subito chi è l’assassino, ma è il come e il perché che contano. Di più Chabrol ci mette l’ironia e il gusto tutto francese per la comédie humaine. Non vorrei esagerare, ma il Balzac e il Maupassant del dopoguerra è forse lui.
(alberto pezzotta)

Il pranzo di Babette

Vincitore dell’Oscar 1987 come migliore film straniero. In un piccolo paesino della costa danese, due mature sorelle, figlie di un pastore luterano ormai defunto, vivono nel rimpianto degli amori che non hanno saputo cogliere in gioventù. Un giorno, decidono di accogliere in casa una giovane francese, raccomandata loro da un vecchio spasimante. Da un racconto di Karen Blixen (firmato con lo pseudonimo Isak Dinesen), un’opera singolare e affascinante, diretta da un regista all’epoca quasi settantenne. (andrea tagliacozzo)