Valentin

Dopo poche sequenze ti coglie subito un dubbio: di stare vedendo un film come da piccolo ti capitava al cinema parrocchiale della domenica; tipo, che so, il famigerato Marcellino pane e vino. Ma il soggetto è troppo laico, allora pensi a quei film televisivi, per pomeriggi domenicali rispettabili, con nonne e nidiate di nipoti, che, abbandonati Bonolis e Costanzo e i loro contenitori da circo Barnum, si affidano alle commoventi traversie di un bambino che vive solo con la vecchia nonna. Malata, burbera, ma che tanto lo ama, questo bambino, nella fattispecie un saccente occhialuto Rodrigo Noya, mentre lei è l’almadovariana Carmen Saura, irriconoscibile e bravissima nel ruolo di vecchia assai acciaccata.
Siamo a Buenos Aires alla fine degli anni Sessanta (1967, per precisare, e non 1960 come scrive la sinossi che accompagna il materiale pubblicitario del film, visto che si allude alla morte di Che Guevara) ed è l’unico elemento di interesse, di novità in una caramellosa sequela di episodi che vedono il povero saccente Valentin alle prese con la sua solitudine e l’indifferenza dei grandi. Un padre odioso e stupido (interpretato dallo stesso regista e scrittore), un pretino rivoluzionario, qualche accenno antisemita, il mistero sulla madre, tocchi di colore locale, ogni tanto, fanno sperare che il film imbocchi una via drammaticamente significativa. Alla fine, per esempio, la nonna muore, e l’orrendo padre affida il figlio ad amici e vende la casa. Ci si aspetta quindi un po’ di sana crudeltà. Macché! L’intollerabile, querula felicità di Valentin sopporta tutto, con allegria. Noi un po’ meno. Il regista, si dice, tale Alejandro Agresti, è in patria un acclamato (da chi?) scrittore e con questo film racconta la sua dura infanzia, caramellandosela con goduria, sua naturalmente, non nostra. Il fanciullo, con il suo occhio storto, gli occhialoni e i capelli arruffati sarebbe simpatico, se non fosse doppiato da un’orribile voce di bambino italiano, che stride fuori campo commentando per tutti gli interminabili novanta minuti. Ma perché l’hanno tradotto, ‘sto film, importato e distribuito? (piero gelli)