I cavalieri che fecero l’impresa

Anno di grazia 1271. Luigi IX il Santo è perito durante la settima crociata e le sue spoglie, lungo la strada di ritorno per la Francia, vengono bloccate in Italia. Cinque cavalieri, scoperta l’ubicazione della presunta Sacra Sindone (a Tebe, in Grecia), decidono di recarvisi, attraversando l’intera Italia per strapparla ai traditori del Regno di Francia che la custodiscono impropriamente. E sarà per loro un’avventura fuori dal comune.
Il Medioevo di Pupi Avati è un luogo spirituale, una sorta di «posto delle fragole» tosco-emiliano, una dimensione fantastica priva di autentico spirito storiografico. E ciò nonostante I cavalieri che fecero l’impresa ostenti la consulenza storica di Franco Cardini, esattamente come per Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud veniva vantata quella di Jacques Le Goff. Gli storiografi, dietro operazioni nemmeno tanto divulgative come questa, fungono da specchietti per le allodole, mentre gli Eco (in letteratura) e gli Avati (nel cinema) non fanno che ingrossare le fila di chi coltiva e accredita un’immagine fiabesca e fantastica del Medioevo.
Fin qui nulla di male, s’intende. Ma la sensazione è che Avati, dopo aver già esplorato i sentieri medievali nell’anomalo Magnificat , non abbia trovato nemmeno ne I cavalieri che fecero l’impresa la cifra più autentica del suo universo macabro, languido e visionario, oramai appannaggio esclusivo delle sue notevoli incursioni nel fantastico orrorifico puro (quello, per intenderci, de La casa dalle finestre che ridono , di Zeder e persino de L’arcano incantatore ). Nel film convivono troppe cose: dal tocco barbaro e sanguinolento all’afflato epico ed eroico delle gesta dei protagonisti, che si vorrebbero somiglianti ai personaggi di Peckinpah. E l’ambizione autoriale non facilita certo l’amalgama. Certo, c’è un cast internazionale (e un budget all’altezza del cast), ma anche una volontà di non affrancarsi troppo da caratteri, ambienti e umori tipici della filmografia avatiana (Carlo delle Piane continua a essere la mascotte dell’autore di Una gita scolastica ). In sostanza il film manca di un disegno unitario, oscillando tra suggestioni gotiche, disinganni estremi e impeti salvifici. Di stampo, naturalmente, cattolicissimo. (anton giulio mancino)