I magi randagi

Tre disperati, ex artisti dello sventurato Circo della Mosca, vengono ingaggiati per interpretare i Re Magi in un presepe vivente da un parroco di un piccolo paese. Nonostante l’ostracismo degli abitanti, che li accusano di stupro e li vorrebbero castrare, i tre si salvano con un’improvvisa trovata ma, da allora, si rendono conto di dover cercare davvero il bambinello avendo una strana cometa indicato loro, cosa apparentemente impossibile, prima una femmina e poi due gemelli.

Il caimano

Bruno (Silvio Orlando) è un produttore di film di serie Z ormai in disarmo. Durante una rassegna dedicata al genere, una giovane regista (Jasmine Trinca) gli consegna la sceneggiatura de
Il caimano,
film dedicato all’ascesa di Silvio Berlusconi, dagli inizi come costruttore ai processi tuttora in corso. La sceneggiatura parte dalla domanda che molti italiani vorrebbero rivolgere al Presidente del Consiglio: «Cavaliere, dove ha preso i soldi?». La lavorazione del film incontra numerosi ostacoli di carattere economico, perché Bruno non naviga certo nell’oro. Teresa, la regista, vorrebbe che a interpretare Berlusconi fosse Nanni Moretti (se stesso), ma questi rifiuta perché impegnato a girare una commedia e scarsamente convinto dell’utilità di girare un film del genere. «Cosa vuoi raccontare – spiega a Bruno – che gli italiani non sappiano già?». Marco Pulici (Michele Placido) accetta allora di essere lui a impersonare il Presidente del Consiglio ma alla vigilia del primo ciak lascia Bruno e Teresa in braghe di tela. Alla fine a interpretare Berlusconi sarà proprio Nanni Moretti.

L’irresistibile ascesa di Silvio Berlusconi ha preso il via da un ingentissimo finanziamento dalla natura misteriosa ed è proseguita con una «discesa in campo» finalizzata a salvare le sue aziende dal tracollo economico e se stesso da condanne penali più o meno certe. Questo ci racconta
Il caimano,
il nuovo film di Nanni Moretti ma anche il film la cui lavorazione ne occupa buona parte, attraverso l’artificio del «film nel film».

Il regista romano torna ai toni della commedia, abbandonati in occasione de

La stanza del figlio,
per realizzare una pellicola antiberlusconiana ma non faziosa. Le tragicomiche vicende di Bruno, produttore di impedibili film ultratrash come
Mocassini assassini, Il balio asciutto
e
Maciste contro Freud
sono il pretesto per mostrare, anche attraverso immagini di repertorio (rivedere il discorso di insediamento alla presidenza del Parlamento Europeo, durante il quale disse a un parlamentare tedesco che l’avrebbe visto bene nel ruolo di kapò, mette quasi i brividi) chi è l’uomo che per cinque anni ha governato l’Italia e si candida a farlo nuovamente.

La visione di Moretti non è certo imparziale, ma uno dei pregi principali di questo film è il fatto che nessuno dei suoi personaggi esprime giudizi nei confronti di Silvio Berlusconi: il regista sembra voler lasciare quest’onere allo spettatore, mettendolo semplicemente di fronte a fatti la cui veridicità è stata ampiamente appurata e a frasi realmente pronunciate dal premier. La grande sorpresa è costituita dal fatto che è lo stesso Moretti, sia pur per una sola scena (ma è quella finale, la più importante) a vestire i panni di Berlusconi, mentre nelle scene in cui Bruno immagina il «suo» film il ruolo è stato affidato a un somigliantissimo Elio De Capitani.

Il caimano
è un film complesso, in cui si intersecano tre diversi piani narrativi: la storia di Bruno, il film che lui immagina e quello che invece gira. All’interno del primo si ride spesso e volentieri, per il sollievo di chi pensava che dopo
La stanza del figlio
l’era delle commedie morettiane fosse finita per sempre. Il secondo mostra invece il lato più umano ma anche più inquietante di Berlusconi (quello populista, furbetto, imbonitore) spingendo lo spettatore a chiedersi come sia possibile che un personaggio del genere venga democraticamente eletto alla guida dell’Italia. Il terzo piano narrativo, infine, consiste quasi esclusivamente in un finale molto forte, che preferiamo non svelare.

Un film da vedere, perché la vicenda di Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio per cinque anni e candidato a diventarlo di nuovo, riguarda tutti.

Numerosi i cameo e i piccoli ruoli affidati a navigatori di lungo corso del cinema italiano: Giuliano Montaldo, Antonio Catania, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto, Stefano Rulli, Paolo Virzì, Paolo Sorrentino, Carlo Mazzacurati, Matteo Garrone, Renato De Maria e un’irresistibile Tatti Sanguineti nel ruolo del critico Peppe Savonese.
(maurizio zoja)

Ferie d’agosto

Lotta di classe rivisitata a Ventotene: da una parte un gruppo di amici intellettuali, capitanati da Silvio Orlando, dall’altra due famiglie vocianti e dalle abitudini più popolari. Lo scontro sarà inevitabile e Virzì, grazie anche a degli attori in grande forma, ritrae uno spaccato del nostro paese giocando sul contrasto di questi due mondi che, sembra dire, sono molto meno lontani di quanto si creda.

La settimana della Sfinge

Gloria è una ragazza con la testa sempre fra le nuvole. Cameriera di una piccola trattoria, appassionata di enigmistica, la giovane si licenzia per seguire un antennista donnaiolo nel quale crede di trovare il grande amore. Commedia dai toni surreali, diretta con intelligenza e molta verve da Daniele Lucchetti (alla sua seconda prova) e interpretata da una solare Margherita Buy, divertente e scanzonata nei panni della protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Palombella rossa

In seguito a un incidente stradale, un parlamentare comunista perde la memoria. Durante una partita di pallanuoto alla quale partecipa, tornano ad affiorare nella mente del politico alcuni brandelli della sua vita. Metaforica, criptica e a volte confusa pellicola sulla crisi (d’identità?) che ha investito il PCI e i suoi iscritti verso la fine degli anni Ottanta. Ultimo film di Moretti prima dello stop a cui verrà costretto da una grave malattia. Ne uscirà rigenerato e decisamente più ottimista nella sua visione della vita nel ’94 con lo splendido
Caro diario
. La figlia di Dario Argento, Asia, interpreta la figlia del protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Dopo mezzanotte

Martino
(Giorgio Pasotti),
lo stralunato guardiano del Museo del cinema di Torino, che ha sede nella pancia della Mole, vive una segreta passione per la cameriera del vicino fast food. Lei
(Francesca Inaudi),
è la fidanzata ufficiale (ma non esclusiva) dell’Angelo
(Fabio Troiano),
uno «zarro» del quartiere periferico della Falchera, specializzato in furti d’auto. Amanda, questo il nome della ragazza, vorrebbe cambiare vita ma non sa decidersi. Una sera, dopo aver scaricato sugli attributi del capo una pentola di olio bollente in seguito all’ennesimo litigio, scappa per paura di essere arrestata e finisce per nascondersi proprio nel museo, dove un imbambolato Martino vede così improvvisamente collimare il mondo fantastico nel quale si rifugia durante le sue lunghe notti al museo con un’insperata realtà. Ma l’Angelo non è mica lì per fare ballare la scimmia…

Divertito. Davide Ferrario torna dopo un quadriennio al lungometraggio e si vede ne che aveva proprio voglia. Nel ’99 aveva puntato la macchina da presa sul mondo del porno con
Guardami,
mancando però il bersaglio. Poi c’erano stati i documentari su Pasolini, il G8 di Genova, la Bosnia e la collaborazione con l’attore Marco Paolini. Questo
Dopo mezzanotte
non è che una commedia leggera leggera dove l’amore trionfa. L’amore tra le persone ma anche per il cinema, e per Buster Keaton in particolare. Ci sono tuttavia molti spunti che ne fanno un prodotto interessante. Il luogo in cui è stato girato, intanto: la Mole Antonelliana, il cui eclettismo architettonico sembra nato per ospitare il museo nazionale del cinema (e infatti lo ospita). Il fatto che il film sia stato girato con l’ausilio della tecnologia digitale ad alta risoluzione (il che ha consentito riprese con scarsissima luce ma, a nostro avviso, ha «sfondato» le alte luci degli esterni, rendendo Torino ancor più «anemica» di quanto – e non è poco – non sia davvero). Il cast infine: un triangolo equilatero con Pasotti, tontolone e acrobatico, che nelle sua goffaggine dimostra di aver visto davvero i film di Buster Keaton e i due giovani Inaudi e Troiano, più convincente la prima del secondo, che reggono bene il registro visionario e leggero voluto dal regista (anche sceneggiatore e produttore).
Silvio Orlando
è il narratore fuori campo. Se l’obiettivo era quello di far narrare una storia tutta torinese a un partenopeo che c’entra come una pastiera al sapore di gianduiotto, beh, allora l’obiettivo è stato centrato.

Una commedia leggera, dicevamo, dove Ferrario recupera felicemente alcuni degli elementi che avevano caratterizzato i suoi lavori meglio riusciti,
Tutti giù per terra
e
Figli di Annibale:
soprattutto lo sguardo disincantato ma visionario al contempo, con un occhio alla critica sociale e di costume ma senza appesantimenti moralistici. Da un soggetto promettente come questo
Dopo mezzanotte
ci saremmo però attesi un’opera più corale e con un affresco sociale più definito. Divertito (e basta).

(enzo fragassi)

Il papà di Giovanna

Nella Bologna del 1938, Michele casali è disperato: la figlia Giovanna, ancora adolescente, uccide per gelosia la sua migliore amica. Nell’ambiente borghese in cui vivono, l’omicidio genera scandalo e incredulità. La ragazza riesce ad evitare il carcere, venendo dichiarata insana di mente, ma non può evitare il ricovero in un manicomio a Reggio Emilia, dove resta fino ai 24 anni, fino al 1945. Durante quegli anni, solo il padre si prende cura di lei, trasferendosi a Reggio e lasciando il posto di insegnante in un liceo di Bologna.

Pupi Avati resta fedele al suo stile tradizionalmente realista, a un cinema pacato e lineare dove l’accento è messo sulle psicologie e l’attenzione per chi sta negli ultimi ranghi, con una misura e un pudore che da tempo non gli riconoscevamo più. Se si esclude la sbavatura della scena in cui Greggio viene fucilato dai partigiani, più debitrice delle polemiche revisioniste che di una vera necessità narrativa, il film cancella la facile mitologia sui perdenti e scava dentro un rapporto tutt’altro che scontato, servendosi al meglio della bravura di Orlando (Coppa Volpi a Venezia) e della Rohrwacher.

La passione

Passati cinquant’anni, essere un regista emergente diventa un problema. Ne sa qualcosa Gianni Dubois (Silvio Orlando), che non fa un film da anni, e adesso che avrebbe la possibilità di dirigere una giovane stella della tv non riesce nemmeno a farsi venire in mente una storia. Come se non bastasse, una perdita nel suo appartamento in Toscana ha rovinato un affresco del Cinquecento nella chiesetta adiacente. Per evitare una denuncia e una pessima figura, Gianni deve accettare la bizzarra proposta del sindaco del paese: dirigere la sacra rappresentazione del venerdì santo in cambio dell’impunità. Così si ritrova a passare una settimana nella Toscana più profonda nel tentativo di mettere in piedi una specie di Via Crucis, con gli apostoli, Ponzio Pilato, la crocifissione, e un pessimo e vanitosissimo attore locale nella parte di Cristo (Corrado Guzzanti).

Ma deve anche pensare al film per Flaminia Sbarbato (Cristiana Capotondi), la diva del piccolo schermo che non ne può più di aspettare. Quando tutto sembra sfuggirgli di mano, Gianni incontra Ramiro, un ex galeotto appassionato di teatro, pieno di buona volontà e spiantato quanto basta. Le cose sembrano prendere la strada giusta, ma non per molto: un brutto litigio con Flaminia manda all’aria il film, mentre Ramiro svanisce rapidamente nel nulla lasciandolo solo. Grazie ad un ultimo colpo di scena, però, Gianni Dubois riuscirà per una volta a combinare qualcosa di buono.

Il portaborse

Per arrotondare le proprie scarse entrate finanziarie, un professore di liceo accetta di lavorare per un importante Ministro al quale dovrà scrivere i discorsi, gli interventi e le dichiarazioni ufficiali destinate alla stampa. Inizialmente affascinato dal politico, l’insegnante scopre solo in seguito i retroscena e gli intrallazzi che si nascondono dietro a una facciata apparentemente rispettabile. Film schematico e prevedibile nei suoi sviluppi, ma a suo modo coraggioso ed efficace, che alla sua uscita suscitò molte polemiche. Il ritratto del politicante senza scrupoli, magistralmente interpretato da Nanni Moretti, irritò soprattutto quella classe dirigente che di lì a poco verrà spazzata via (anche se non del tutto…) dallo scandalo di Tangentopoli.
(andrea tagliacozzo)

La stanza del figlio

Giovanni, civile e vitale, fa lo psicanalista; Paola, dolce e bella quarantenne, ha una piccola casa editrice; i figli Andrea e Irene vanno al liceo e fanno sport: una bella famiglia. Quando, preceduta da una serie di presagi, nella loro vita irrompe la tragedia con la morte di Andrea in un incidente subacqueo, tutto va in pezzi. Paralizzati dall’enormità del dolore, i tre si richiudono in se stessi: Irene reagisce in modo abnorme sul campo da basket, Paola non riesce a controllarsi al telefono, mentre Giovanni – ormai incapace di un rapporto equilibrato con i pazienti – decide di abbandonare la pratica analitica. Finché arriva Arianna, fidanzatina di Andrea. Un breve viaggio nella notte, l’alba davanti a un altro mare: forse la vita può ricominciare.

È un film spiazzante, quello che ci consegna Nanni Moretti dopo una lunga attesa. E – lo diciamo subito – si tratta di un buon film. Moretti abbandona finalmente i panni del saccente critico sociale e si concentra su qualcosa che gli sta molto a cuore. Nella sua discesa nell’ottusa profondità del dolore toglie quasi tutto l’inessenziale e lavora sui personaggi, che acquisiscono uno spessore finora sconosciuto all’elementare cinema del regista romano. Soli di fronte alla perdita, muti, incapaci di trovare consolazione nella religione o nella scienza, i protagonisti del film soffrono. Immobili, si concedono allo spettatore, che non può evitare di partecipare al loro strazio. Non c’è però confusione: lo sguardo di Moretti rimane quello del moralista, discosto dal mondo che mette in scena. Forse per la prima volta, però, utilizza la giusta distanza analitica per parlare di sé. Delle proprie insufficienze di padre e soprattutto di uomo. È la chiave d’accesso giusta per l’universale, cui il film apertamente aspira e che a tratti consegue.

Una generosità (verso i personaggi prima che verso lo spettatore) nuova e promettente garantisce al film una buona tenuta emotiva: la prima mezz’ora è ottima, e se poi il film rallenta visibilmente la colpa è del Moretti attore, statico e ingombrante. Ed è esattamente questo, oggi, il vero limite del cinema morettiano. Il regista sa di poter contare su un attore dalla gamma espressiva limitata e si sforza di sviluppare passo passo il percorso del personaggio. Ne risultano un eccesso di didascalismo (ogni pensiero ha la sua espressione, ogni sospetto la sua enunciazione, ogni sentimento la sua smorfia) e una certa rigidità narrativa. È sempre stato così, ma se la struttura a blocchi era in fondo funzionale alle strisce unidimensionali del passato, ora – alle prese con una storia più complessa e di fronte ad attori così bravi (tranne Accorsi, come al solito modestissimo) – se ne percepisce tutta l’inadeguatezza. In attesa che Moretti si decida ad affidare a un vero attore le sorti del suo alter ego (e ad articolare maggiormente le scelte musicali: lo stesso pezzo di Brian Eno ripetuto due volte è veramente troppo), questo è il massimo che può raggiungere.
La stanza del figlio
ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes, edizione 2001, come miglior film.
(luca mosso)

Ex

Seguiamo le vite intrecciate di sei coppie: Filippo e Caterina stanno divorziando e lottano per “non” avere l’affidamento dei figli; anche Luca e Loredana sono alle prese con un divorzio e Luca si trasferisce a vivere nella casa “studentesca” del figlio ricominciando a 50 anni suonati una vita da Peter Pan; Sergio, divorziato da anni e gaudente per vocazione, si ritrova a fare il padre di due adolescenti complicate, dopo la morte improvvisa della sua ex moglie; Elisa sta per sposarsi con Corrado ma ritrova il suo ex storico nel posto più imprevedibile, è infatti il prete (don Lorenzo) che dovrà sposarli; Giulia vive con Marc a Parigi, ma un trasferimento imprevisto in Nuova Zelanda trasforma il loro in un amore a distanza e rischia di farli diventare ex; Paolo, fidanzato con Monique, è minacciato da Davide, ex di lei, geloso e nient’affatto rassegnato.

Un’altra vita

Terzo film di Carlo Mazzacurati, dopo
Notte italiana
dell’87 e
Il prete bello
dell’89. A Roma, il dentista Saverio cura d’urgenza Alia, una bella immigrata russa della quale s’innamora. Dopo una notte passata insieme, la ragazza sparisce improvvisamente. Partito alla disperata ricerca di Alia, il dentista fa la conoscenza di Mauro, l’ex amante della giovane. Film suggestivo, specialmente nelle sequenze notturne, e decisamente ben girato.
(andrea tagliacozzo)

El Alamein – La linea del fuoco

La battaglia di El Alamein è una delle pagine più tragiche della storia italiana del Novecento. Dal 23 ottobre al primo novembre 1942 morirono 25 mila soldati italiani e ne furono catturati 30 mila, portati da prigionieri in India. Quell’esercito regio italiano, orgoglio del Duce, ma preso in giro dall’alleato tedesco super organizzato e schiacciato dalla forza inglese, diede prova di coraggio e forza. Il grande generale Rommel, la volpe del deserto, disse che «il soldato tedesco impressionò tutto il mondo. Ma il soldato italiano impressionò quello tedesco». Monteleone, sceneggiatore in passato di molti film di successo di Gabriele Salvatores (uno su tutti
Mediterraneo)
, ha realizzato un film su quei giorni, su quei soldati-eroi, sulla tragedia di una guerra combattuta in un posto fuori dal mondo. La storia di cinque soldati, diversi uno dall’altro, ma uniti dalla tragedia, dallo spirito di corpo e dal coraggio. Probabilmente il film di guerra italiano più bello della storia del cinema. Senza le solite retoriche belliche, senza quell’orgia di effetti speciali all’americana, ma con un’ottima scrittura del testo, una fedeltà storica, una studio dei personaggi, un cast giovane, fresco e credibile, uno scenario e una musica da pelle d’oca. Monteleone ha detto che per realizzare questo film non si è ispirato a Spielberg, ma a
La sottile linea rossa
di Malick. Lo abbiamo notato, per fortuna.
(andrea amato)

Preferisco il rumore del mare

Rosario e Matteo sono due ragazzini di estrazioni sociali differenti, ma amici per la pelle. Il primo è figlio di un malavitoso, l’altro di un borghese benestante. La loro amicizia crolla sotto al peso delle diversità. Un bel film, toccante e semplice, con bravi attori e costruzione dei personaggi molto centrata. Da segnalare la bellissima colonna sonora rock.

Il posto dell’anima

La sede di Campolaro, Abruzzo, della Carair, multinazionale americana produttrice di pneumatici, comunica l’imminente chiusura e il conseguente licenziamento di tutti gli operai. Cinquecento persone in mezzo alla strada, più un altro migliaio dell’indotto. Quasi tutti gli operai vengono dai paesini montani nelle vicinanze e non si vogliono arrendere. Danno così vita a manifestazioni, occupazioni, presidi, siti internet, tutto per attirare l’attenzione dei media nazionali sul loro problema. Tra tutti tre sono più attivi: Salvatore (Michele Placido), Antonio (Silvio Orlando) e Mario (Claudio Santamaria). Tre generazioni diverse a confronto, ma con gli stessi problemi. Salvatore e Mario hanno moglie e figli, mentre Antonio vive una relazione a distanza con una compaesana, Nina (Paola Cortellesi), che è andata a vivere a Milano. Intrecciate alle vicende sindacali, che a poco a poco acquistano importanza fino ad arrivare al parlamento europeo e poi negli Usa, ci sono le loro storie personali. Mario è preoccupato per il mutuo della casa e così cerca di mettere in piedi una piccola impresa di pasta fresca, deludendo però i compagni di vita e di lotta. Salvatore ha un rapporto conflittuale con il figlio diciottenne, che sembra parlare un’altra lingua. E Antonio sogna di tornare a vivere al suo paese con l’amata Nina. «Meglio morti che disoccupati», questa battuta del film potrebbe essere tranquillamente il sottotitolo della pellicola di Milani. Un film sui perdenti, che lega insieme, con molta bravura, commedia e drammaticità. Un cinema d’altri tempi, ma al passo con la tendenza sociale europea. Molti i punti di contatto con Ken Loach, Laurent Cantet, ma soprattutto con lo spagnolo
I lunedì al sole
di Fernando Leòn de Aranoa. Milani, in alcuni passaggi, spinge l’acceleratore sulle emozioni, scadendo in un paio d’occasioni nella retorica. Ma è un prezzo che si può pagare in un film così completo.
(andrea amato)

Genitori & figli – Agitare bene prima dell’uso

Il confronto-scontro tra il mondo degli adulti e quello dei giovani di oggi attraverso lo sguardo disincantato della quattordicenne Nina (CHIARA PASSARELLI). Quando una mattina il suo professore d’italiano Alberto (MICHELEPLACIDO) – reduce da una furibonda lite con il figlio Gigio (ANDREA FACHINETTI) – assegna alla classe un tema del titolo “Genitori e Figli: istruzioniper l’uso”, per lei è l’occasione di parlare, per la prima volta a cuore aperto, della sua famiglia: dei due genitori, Luisa (LUCIANA LITTIZZETTO), caposala d’ospedale, e Gianni (SILVIO ORLANDO), che ha lasciato moglie e figli per vivere su una barca; dell’amicizia che lega la madre a Clara (ELENA SOFIA RICCI), insospettata amante dell’ex marito, e di quella un po’ particolare con il collega Mario (MAX TORTORA); dell’inspiegabile razzismo del fratellino Ettore (MATTEO AMATA) e di una misteriosa nonna (PIERA DEGLI ESPOSTI) che ricompare all’improvviso dopo vent’anni. Ma soprattutto Nina racconta di sé: delle sue amiche, della prima tragicomica serata in discoteca, delle uscite con i ragazzi più grandi e del suo primo innamoramento per Patrizio Cafiero (EMANUELE PROPIZIO), un buon ragazzo dall’ancora più buon soprannome, Ubaldolay. Lapenna di Nina riserverà non poche sorprese anche ad Alberto e a sua moglie Rossana (MARGHERITA BUY) che, dalla lettura del tema, scopriranno di Gigio, cose che in vent’anni, non avevano mai nemmeno sospettato.

Luce dei miei occhi

Antonio e Maria si incontrano per caso. Lui è un autista abituato a portare in giro clienti facoltosi, lei, madre di una bambina, sbarca il lunario gestendo un negozio di surgelati. Antonio si innamora subito, Maria si lascia corteggiare ma la scintilla non scocca: troppe preoccupazioni (la figlia e gli usurai) per poter pensare anche all’amore. Scoperto l’indirizzo dell’uomo che ha prestato a Maria i soldi per comprare il negozio, Antonio si offre di fargli da autista a patto che, almeno per un po’, lasci stare la donna. Diventerà il suo factotum, rischiando di cacciarsi nei guai.

Stroncato dalla maggior parte dei critici italiani all’indomani della sua proiezione al Festival del Cinema di Venezia,
Luce dei miei occhi
è la storia di due persone sole che si incontrano senza capirsi, complici i troppi silenzi e, forse, la scarsa fiducia nel prossimo. Piccioni punta tutto sulle interpretazioni di Luigi Lo Cascio, già ottimo protagonista de

I cento passi
e Sandra Ceccarelli, ambientando la loro vicenda in una Roma spettrale e quasi irriconoscibile. La giuria di Venezia ha premiato i due attori con la Coppa Volpi per la miglior interpretazione ma anche il resto del film è tutt’altro che da buttare, a partire da un convincente Silvio Orlando ancora una volta utilizzato da Piccioni nel ruolo di un personaggio solitario e insensibile. Belle anche le musiche di Ludovico Einaudi, che a volte si sostituiscono alla voce dei personaggi esprimendone comunque in maniera efficace gli stati d’animo.