Il cartaio

Un misterioso assassino lancia una sfida alla Polizia di Roma. Risparmierà le sue potenziali vittime solo se troverà qualcuno in grado di batterlo in una partita di videopoker da giocare in Rete. Vinte le prime due partite, il killer uccide due giovani donne. Scovato un giovane campione di videopoker in una sala giochi della periferia, la Polizia crede di avere trovato l’arma per fermare l’assassino ma anche il ragazzo viene ucciso. Come faceva il giocatore di poker a sapere della sua esistenza? E soprattutto: chi fermerà la catena di omicidi?
Ancora un giallo, dopo il mediocre Nonhosonno, per l’autore di Profondo rosso. Il cartaio, spiega il regista, è un film sul male, qualcosa che non conosce mai crisi. E sulla tecnologia e il suo potere di farsi strumento del male. Purtroppo le intenzioni di Argento naufragano a causa della fragilità della sceneggiatura, scritta assieme a Franco Ferrini, a dialoghi assai poco curati e a tanti, troppi particolari che lasciano lo spettatore quantomeno perplesso. Perché il poliziotto irlandese non ha nemmeno una lieve inflessione anglosassone nel suo accento? Come è possibile che la Polizia permetta che a giocare a poker con l’assassino sia un’ispettrice che potrebbe non essersi mai seduta in vita sua al tavolo verde? Neanche Claudio Simonetti, autore di memorabili musiche per i film del regista romano, sembra particolarmente ispirato. Si salvano soltanto i suggestivi scorci di una Roma periferica e quasi mai mostrata al cinema e un Silvio Muccino a suo agio in un ruolo drammatico per lui inedito. Stefania Rocca e Liam Cunningham interpretano con mestiere il ruolo dei protagonisti ma Il cartaio rappresenta un altro passo falso nella filmografia dell’autore. (maurizio zoja)

Ricordati di me

Una famiglia borghese come tante altre, in un quartiere residenziale romano. Padre, madre, figlio e figlia. Tutti che vogliono o volevano diventare qualcuno. Carlo (Fabrizio Bentivoglio), il padre, voleva essere uno scrittore e da anni ha il suo romanzo incompiuto, Giulia (Laura Morante), la madre, era un’attrice, Paolo (Silvio Muccino), il primogenito, vorrebbe essere come i suoi amici, appartenere a un gruppo ed essere ricambiato da una sua compagna di liceo, molto più sveglia di lui. E poi c’è Valentina (Nicoletta Romanoff), la figlia, decisa a fare la showgirl, a tutti i costi. La lucida determinazione della piccola di casa risveglia tutti i sogni degli altri componenti della famiglia. Carlo incontra una sua vecchia fiamma (Monica Bellucci), che lo galvanizza, Giulia riprende a fare teatro e pensa di innamorarsi del regista, Paolo fa una festa per essere accettato dagli altri e Valentina, a tappe serrate, arriva in televisione. E ora che cosa succederà? Dopo il grande successo de
L’ultimo bacio,
Gabriele Muccino ritorna sul grande schermo con un film molto più complesso e scioccante: la famiglia è nuovamente sgretolata, i valori non esistono più, conta solo autoaffermarsi e ottenere riconoscibilità all’esterno. Di chi è la colpa? Del sistema, della televisione, di noi stessi… Uno spaccato verosimile, un film che ne contiene altri quattro, una prova matura di scrittura e regia, un ritorno al cinema di quarant’anni fa, un film onesto, anche in tutti i suoi limiti. La paura di essere normali, questa la fobia che attanaglia una famiglia normale come tante altre. E se bastasse solo ascoltarsi un po’ di più?
(andrea amato)

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videointerviste
ai protagonisti del film

Manuale d’amore

Film in quattro episodi dedicati ad altrettante fasi dell’amore fra un uomo e una donna. Nel primo episodio lo stralunato Tommaso (Silvio Muccino) si innamora della bella Giulia (Jasmine Trinca). Inizialmente non ricambiato, riuscirà far cambiare idea alla ragazza. Il secondo episodio vede invece Barbara (Margherita Buy) e Marco (Sergio Rubini) affrontare la loro prima crisi coniugale, mentre nel terzo Ornella (Luciana Littizzetto) viene tradita dal marito Gabriele (Dino Abbrescia) ma si rifà con gli interessi portandosi a letto un affascinante anchor man televisivo. Nell’ultimo episodio, infine, Goffredo (Carlo Verdone) viene abbandonato dalla donna che ama, trovando un tenue motivo di speranza nell’incontro con Livia (Anita Caprioli).
Un’occasione perduta. Allenatore, parole sue, di un «dream team» formato da alcuni tra i migliori attori di ciò che resta della commedia italiana, Giovanni Veronesi firma un film incredibilmente debole, affossato da una sceneggiatura assai banale, firmata dallo stesso regista insieme a Ugo Chiti e nata da un’idea di Vincenzo Cerami. Se il primo episodio potrebbe essere salvato per il rotto della cuffia, non altrettanto si può dire del secondo e del terzo, mentre il quarto, forse il migliore, vede un ottimo Verdone reggere da solo la baracca. Troppo poco. Con un cast del genere si poteva e si doveva fare molto meglio. Aurelio De Laurentiis, produttore del film, dice che gli incassi crollano a causa della pirateria. Forse potrebbe decidere di investire le sue risorse in film più interessanti, cosa che ci permettiamo di consigliare anche ai nostri lettori. (maurizio zoja)

Il mio miglior nemico

Achille De Bellis (Carlo Verdone), sposato e con una figlia, licenzia un’inserviente perché sospettata di aver rubato un computer nell’albergo da lui diretto. Orfeo (Silvio Muccino), il figlio della donna, decide di vendicarsi. Pedina Achille e lo fotografa in compagnia dell’amante, distruggendo così la sua famiglia e la sua posizione professionale. Le cose si complicano quando la figlia di Achille, Cecilia, inizia una relazione con Orfeo e poi sparisce. I due «nemici» si alleano per trovarla… 

Parlami d’amore

Sasha è un giovane dall’animo sensibile ma dal passato problematico. E’ nato e cresciuto in una comunità per tossico dipendenti a Roma, luogo nel quale i suoi genitori si sono lentamente spenti per problemi legati alla droga. Oggi Sasha campa di piccoli lavoretti: attualmente sta sistemando il parquet di una vecchia casa di proprietà del padre di Benedetta, una ragazza che dice di amare fin da quando era bambino. Una a notte ha un incidente d’auto e conosce Nicole, un’affascinante donna più anziana di lui con la quale stabilisce un sincero rapporto d’amicizia. Il legame diventa così intimo che nasce qualcosa di nuovo ma entrambi ne sono spaventati e cercano di evitarsi. Vincerà l’amore?

Un altro mondo

Andrea (Silvio Muccino), ventotto anni, una famiglia ricca alle spalle, un difficile legame con una madre algida e anaffettiva (Greta Scacchi), vive una vita superficiale e priva di responsabilità insieme alla sua ragazza Livia, (Isabella Ragonese). Il giorno del suo compleanno Andrea riceve una lettera: il padre, che non vede da più di vent’anni, è in punto di morte e gli chiede di raggiungerlo in Kenya per l’ultimo saluto. Andrea vince le proprie resistenze e parte per Nairobi. Contro ogni previsione si ritroverà a dover gestire un’eredità alquanto singolare: un fratellastro di otto anni (Michael Rainey Jr.) che il padre ha avuto da una donna del luogo. A questo punto inizia per Andrea un viaggio fisico e interiore che lo porterà molto più lontano di quanto avrebbe mai potuto immaginare.

Come te nessuno mai

Silvio è un adolescente liceale romano. Ha una sorella minore saputella e apparentemente un po’ sfigata, il padre ex sessantottino ora borghese inquadrato come la madre, un fratello maggiore in crisi con la fidanzata, e tanti amici. Quello che l’ha già fatto e racconta, con molta fantasia, il suo rapporto con la ragazza e quelli, come lui, ancora vergini. Ma a scuola scatta l’occupazione. Mentre scorre velocemente sullo schermo una panoramica con le principali tribù di adolescenti romani, Silvio lotta con i genitori per passare la notte nella scuola occupata. Più della politica può però Valentina, in crisi con Martino, amico di Silvio. Un bacio nell’archivio della scuola occupata, le chiacchiere di Ponzi, il miglior amico cui ha confidato l’evento, un pugno in un occhio di Martino fanno naufragare la «prima volta» sognata. E anche la notte a scuola. C’è però un’altra ragazza, Claudia, che da «sei mesi pensa a lui». Lei è pensierosa e cupa, ma per Silvio è una tenerissima scoperta… Gabriele Muccino al suo secondo film. Dopo
Ecco fatto,
dove un diciottenne ripetente era alle prese con il primo rapporto serio, Muccino guarda ai sedicenni di fine anni Novanta. Prima di scrivere il film, ha «messo sotto torchio» il fratello minore Silvio e la coetanea Adele Tulli, entrambi nel cast. Per farne un ritratto non banale. Il film si snoda attraverso tre giorni della normale vita di questi ragazzi. Con relative liti in famiglia («A che cosa vi è servito il Sessantotto se siete più borghesi di quelli contro cui combattevate», grida Silvio a mamma Anna Galiena e papà Luca De Filippo), discorsi dei ragazzini sulle coetanee (e viceversa), telefonate a casa dalla questura dopo la retata a scuola, una madre un po’ sconfortata ma che cerca comunque di capire questi figli che stanno crescendo, sesso più parlato (per ora) che praticato, paure, ansie, aspettative, ribellioni. E tanta simpatia (anche se sfugge qualche battuta ai non romani). Buona prova alla regia di Muccino sr. E ottima sceneggiatura. Oltre a un cast di ragazzi che mostrano se stessi in modo assolutamente veritiero e naturale. Tre giornate per crescere. Chi è adolescente si riconosce, chi ci è già passato guarda a quel periodo con lieve e divertita tenerezza.

CQ

Un aspirante cineasta si trova coinvolto nelle vicissitudini produttive di un film di fantascienza incentrato sulle avventure di una sexy eroina modello Barbarella. Sullo sfondo, la dolce vita della Cinecittà psichedelica della fine degli anni Sessanta. Essere figli d’arte ha i suoi vantaggi. Ci si può dedicare, per esempio, tranquillamente alle proprie ossessioni senza dover badare alla vile moneta e magari, se tutto va bene, farci anche un film. Invidia (legittima) a parte,
CQ
appartiene al ristretto novero delle opere realizzate per pochi intimi. In questo caso ci si rivolge a coloro che appena vedono un po’ di carta stagnola usata come effetto high tech pensano subito al magistero di Margheriti, a quelli che sognano in technicolor inseguendo il beat dei due Piero (ossia Piccioni e Umiliani) e che hanno eletto il Diabolik di Mario Bava come loro
Quarto potere
segreto. Se non si partecipa dei moti sentimentali di questo universo (sexy e minoritario) si rischia di fare la fine del recensore di Variety che si chiedeva a chi fosse diretta un’operazione così chiusa e autocompiaciuta. Domanda legittima considerato che
CQ
va ben al di là del citazionismo che affligge il cinema contemporaneo. Coppola Jr. (ri)sogna letteralmente un mondo che ama. Se lo ricostruisce dalle fondamente e come i grandi ossessivi decide di abitare solo la porzione di mondo che gli interessa. E il gioco è talmente dichiarato che anche la critica non può far altro che limitarsi a prendere atto di questa spudorata dichiarazione d’amore. E poi sì: il Diabolik di Mario Bava È un capolavoro…
(giona a. nazzaro)

Che ne sarà di noi

Matteo, Paolo e Manuel sono giovani, carini e hanno appena fatto la Maturità. Il problema di cosa fare nella vita li sfiora appena e la scelta tra università e lavoro appare molto lontana. Prima bisogna decidere cosa fare durante l’estate tanto attesa. Alla fine i tre decidono di partire per la Grecia, meta delle vacanze di Carmen, la ragazza di cui Matteo è innamorato. A Santorini si avvicineranno, ma solo un po’, all’età adulta, in una sorta di viaggio iniziatico senza prove troppo difficili da superare.
Reduce dai flop artistici e commerciali de Il mio West (1998) e Streghe verso Nord (2001), Giovanni Veronesi si riscatta con una commedia dolceamara sulla generazione dei ventenni prossimi futuri. Silvio Muccino, all’opera anche nelle vesti di sceneggiatore, conferma le buone qualità già mostrate ne Il cartaio di Dario Argento, ben affiancato da Giuseppe Sanfelice (il «figlio» di Nanni Moretti) e dalla rivelazione Elio Germano. Accanto a loro la sempre più affascinante Violante Placido, che non sarà una grande attrice ma è perfetta nel ruolo della sirena che incanta il diciannovenne Matteo. Non tutto funziona alla perfezione, a cominciare dall’idea, un po’ scontata, di ambientare in Grecia la vacanza dei tre ragazzi. I teenager però si riconosceranno nelle abitudini dei protagonisti e chi ha qualche anno di più potrà guardare con occhio diverso i ventenni di sua conoscenza. Un onesto film d’evasione con qualche buono spunto per riflettere, proprio come una vacanza ben riuscita. (maurizio zoja)