Non dirle chi sono

Reduce da una malattia che lo ha fatto diventare calvo, il giovane Gus non ha il coraggio di avvicinare le ragazze. La sorella decide di aiutarlo, trasformandolo in un’altra persona. Lo spunto del film, per certi versi interessante, viene malamente sfruttato dall’inglese Malcolm Mowbray, alla sua terza regia dopo l’apprezzato Pranzo reale (realizzato in patria nell’85) e Il macellaio (girato negli Stati Uniti quattro anni più tardi).
(andrea tagliacozzo)

Casa dolce casa?

Una coppia in procinto di sposarsi acquista una villa alla periferia di New York da una stramba signora. La casa, a dir poco malandata, ha però bisogno di una infinita serie di riparazioni. Quasi un remake de La casa dei nostri sogni di Henry C. Potter (con Cary Grant e Myrna Loy), ma senza la grazia e la classe del film originale. Parte bene, anche grazie alla simpatia degli interpreti, ma poi si perde rapidamente per strada. La fotografia del film è curata da Gordon Willis, per lungo tempo prezioso collaboratore di Woody Allen. (andrea tagliacozzo)

Vertenza inconciliabile

Una bambina di dieci anni trascina i propri genitori, in procinto di divorziare, davanti al giudice. Marito e moglie, entrambi appartenenti all’estamblishment hollywoodiano, sono costretti a rievocare gli eventi che hanno portato allo sfaldamento del matrimonio. Buon debutto del regista Charles Shyer (in seguito autore del recente rifacimento de
Il padre della sposa
) con una commedia agrodolce che si fa beffe dell’ambiente del mondo dello spettacolo americano. A distinguersi è soprattutto la giovanissima Drew Barrymore, che due anni prima era stata tra i piccoli protagonisti di
E.T.
di Steven Spielberg.
(andrea tagliacozzo)

Una fortuna sfacciata

L’ambiziosa e raffinata Lauren e la pimpante ma volgare Sandy, incontratisi a un corso di recitazione, non si possono soffrire. La due diventano irriducibili rivali quando scoprono di condividere lo stesso amante, l’insegnante Michael. L’uomo, in realtà, è un agente della CIA. Dal regista di
Love Story
, una commedia scoppiettante e piena di gag, ben scritta da Leslie Dixon. Gara di bravura tra Bette Midler e Shelley Long, due attrici dotate di un notevole talento per il genere comico.
(andrea tagliacozzo)

Il cavernicolo

In piena età della pietra, un cavernicolo, mingherlino ma sveglio, contende le grazie di una procace femmina a un gigantesco e malintenzionato capotribù. Commedia pazza e surreale, decisamente sgangherata, ma resa divertente da alcune gag azzeccate e dalla partecipazione di Ringo Starr, ex batterista dei Beatles. Al suo fianco la moglie Barbara Bach e un Dennis Quaid ancora poco noto.
(andrea tagliacozzo)

Il dottor T & le donne

L’ultimo lavoro di Robert Altman, classe 1925, è un film infantile e senile allo stesso tempo. Dr. T and the Women narra sui modi della sit-com americana la storia di un ginecologo di successo a Dallas, il dott. Sullivan Travis (Richard Gere), che ovunque vada è attorniato da donne: le pazienti, una moglie improvvisamente impazzita (Farrah Fawcett), una cognata con tre gemelle (Laura Dern), due figlie, il personale di ambulatorio, un’amante golfista… Nei più consueti e prevedibili modi altmaniani riconosciamo la stanchezza del cineasta: la giuliva e vociante comunità femminile della sequenza dei titoli di testa è la versione aggiornata e manierista del mondo mediatizzato da sempre protagonista dei film di Altman: pubblico e artisti di Nashville , circo americano di Anche gli uccelli uccidono , varia umanità losangelina di America oggi , frivolo ambiente della moda di Prét-à-porter … Ma è sufficiente rinchiudere venti persone in una stanza e farle parlare cacofonicamente insieme per avere un’intuizione di regia? Dopo vent’anni? In questo senso, anche la scelta di scenografie e linguaggio mutuati dalla tv, che in passato fece di Altman il grande fustigatore delle forme contemporanee della cultura americana, appare sempre più un’opzione di maniera, priva della propria finalità critica. Dr. T and the Women accelera e coreografa con grazia le forme e i tempi degli attori della sit-com. Nella direzione degli attori il cineasta di Kansas City mantiene una delle sue maggiori doti: eppure le battute pronunciate non sono meno telefonate, e la risata preregistrata è già tutta nei dialoghi. Allo stesso modo, il gioco di contrasti tra narrazione e tracce grafiche (cartelli, insegne) e fotografie sembra servire unicamente a stabilire dei percorsi facilitati nel film. Il registro del grottesco, ottenuto per deformazione e accrescimento dei caratteri dell’alta borghesia texana, è l’ennesimo capitolo di una galleria di caratteri della società sudista sempre meno graffianti, colpiti da zampate sempre più stanche…
Detto questo, Dr. T and the Women resta un film che nel proprio infantilismo ha le migliori qualità. Il film si apre con la divaricazione di una vagina: modo pecoreccio e ben metaforico di «entrare in un film». E in fin dei conti, Dr. T non è che questo: un costante scivolare tra le pareti di una femminilità avvolgente, che attornia il protagonista; una femminilità riportata ai dati primari del sesso. La stessa donna è destinata a regredire irrevocabilmente verso l’infanzia: la dea del focolare del dottor T, la moglie affetta dal complesso di Hastia, rifiuta la propria sessualità e ritorna bambina – come forse tutte le donne starnazzanti intorno al ginecologo. Il casting di Richard Gere appare come una riuscita boutade infantile, in cui attore e personaggio si scambiano con leggerezza un ruolo da american gigolo . La stessa altmaniana inquietudine per la progressiva culturalizzazione della natura, palesata da piani di paesaggi invasi da strumentazioni varie (ricordate i mulini de I protagonisti ? E i paesaggi di Conflitto di interessi ?), sembra non essere altro che un infantile peana per un’epoca che non è più… Il regista ha piuttosto inspiegabilmente – e certo, di nuovo, in maniera infantile – richiesto di non divulgare il finale del film, a suo giudizio sorprendente. Non contravverremo alla sua volontà. Ci limitiamo a notare il movimento semi-circolare, o meglio, la chiusura del cerchio che la conclusione compie. Come nei sogni di un bambino, tutti i conti tornano. Tranne quelli del film. (francesco pitassio)

Hello Again

Lucy, scialba moglie di un chirurgo estetico e madre troppo accondiscendente di un ragazzo già grande ma troppo inconcludente, muore soffocata da un’esotica polpetta coreana. Un anno dopo, però, la donna riesce a tornare in vita grazie all’intervento della sorella Zelda, appassionata di scienze occulte. Sconcertante commedia che vorrebbe ironizzare sulla mania imperante (almeno all’epoca del film) della reincarnazione. La Long s’impegna al massimo, ma non riesce a sopperire più di tanto alle mancanze dello script.
(andrea tagliacozzo)