Benedizione mortale

Seguendo l’assassino del marito, una vedova e due sue amiche vengono terrorizzate da una setta violenta che si è stabilita nelle vicinanze ed è guidata dal padre (Borgnine) del defunto. A metà fra horror e thriller, di ambientazione rurale, include alcune scene potenti ma diventa confuso e persino stupido, in particolare nel finale.

Z la formica

Divertente cartone animato che ha come protagonista una formica di nome Z (con la voce e la personalità di Woody Allen) che non riesce ad adattarsi all’irreggimentazione – a maggior ragione dopo che si innamora della figlia della regina delle formiche, la principessa Bala. Nel frattempo la colonia viene minacciata sia dalle termiti che da un generale megalomane con un suo piano. Intelligente e godibile (in particolare per i fan di Allen), ma troppo sofisticato e violento per i più giovani. Una nomination ai BAFTA:

Catwoman

La dolce Patience Philips
(Halle Berry)
è
impiegata nel reparto grafico di un’importante casa produttrice di cosmetici
che sta per lanciare sul mercato una nuova crema di bellezza che
promette l’eterna giovinezza. La giovane scopre per caso che in realtà il
cosmetico deturpa orrendamente il viso delle donne e per questo viene
fatta fuori senza tanti complimenti da due scherani al soldo del
presidente della multinazionale, l’odioso George Hedare
(Lambert
Wilson),

e della sua compagna Laurel
(Sharon
Stone).

Quest’ultima, passata la boa dei quarant’anni, si vede costretta –
con malcelata invidia – a passare lo scettro di
testimonial
della casa di cosmetici a una più giovane modella, che fatalmente si
appresta a sostituirla anche nelle grazie del potente
businessman.
La povera Patience passa a miglior vita. Un misterioso felino,
messaggero celeste delle antiche divinità egizie, le infonde però magici
poteri che la riportano in vita, donandole i sensi e la prodigiosa
destrezza dei gatti. Forte dei suoi nuovi poteri ma combattuta nel ricordo
della sua precedente identità, la ragazza si mette sulle tracce dei suoi
assassini. Finisce però per entrare in competizione con il fascinoso
detective
che le fa la corte, Tom Lone
(Benjamin
Bratt),

incaricato di indagare su alcuni strani casi che hanno al
centro proprio la fantomatica donna-gatto. Prima dello scontato lieto fine,
la sinuosa eroina dovrà incrociare gli artigli con la perfida Laurel, che l’utilizzo della crema di bellezza ha reso (quasi) invincibile.

Miaooo. Che fusa fa la miciosa Halle Berry (leggi il suo

profilo
e guarda la gallery). Più di dodici
milioni di dollari valevano ben la pena di qualche lungo pomeriggio
trascorso a osservare il felino di casa nelle sue scorribande tra la credenza e
l’acquario dei pesciolini. La gioia per gli occhi – per altro molto
contenuta da inquadrature castigate per non dire caste – è completata
dalla sulfurea prestazione di Mrs Stone, specialista nel ruolo della bella
ma «fetente» (nel senso partenopeo del termine).

L’ennesima riscoperta dell’ennesimo supereroe dei fumetti si
esaurisce qui. Il personaggio della donna-gatto, partorito negli anni Quaranta
dalle matite dei creatori di
Batman
e da allora protagonista
di numerose apparizioni, tra le più recenti quella di Michelle
Pfeiffer nel 1993 nel
Ritorno di Batman
di Tim Burton, meritava
qualcosa di più. Il regista Pitof (al secolo Jean-Christophe Comar),
francese, un solo film all’attivo come regista, il bruttino
Vidoq,
ma solidissimi trascorsi di mago degli effetti speciali
(Giovanna
d’Arco

di Besson e
Asterix e Obelix contro Cesare)
confeziona un film per famiglie che regala rassicuranti sbadigli ed effetti che
ci sono parsi, tutto sommato, non così speciali. L’interesse per
questo

Catwoman
si esaurisce nel dualismo Berry/Stone, frenato però dal
bersaglio (grosso) al quale il film punta. Peccato, sarebbe stato gradevole
– lo diciamo beninteso senza alcun intento sciovinistico – sondare più
profondamente la carica erotica della trentottenne attrice
afroamericana, del resto già ampiamente messa in mostra nel film che le valse
l’Oscar nel 2002,
Monster’s Ball,
e nel ruolo di
Bond
Girl

al fianco di Pierce Brosnan in
Die Another Day.
Ancora più
intrigante sarebbe stata la sfida, al cospetto di quella Sharon Stone
che si conquistò la palma dell’erotismo con
Basic Instinct
e
che ora, suonato il quarantaseiesimo campanellino, risolti i problemi di
salute, affidato lo spirito a Buddha e con un figlio adorato al
seguito, si appresta a produrre il seguito del sexy thriller. Sarebbe stato,
avrebbe potuto essere…Vabbè, vado giù a portare il cane.

(enzo fragassi)

Un’estate da ricordare

Un giovane sordomuto, introverso e scontroso, non vede di buon occhio il nuovo compagno della madre. La singolare amicizia con un intelligentissimo orango, con il quale riesce a comunicare attraverso il linguaggio dei segni, lo aiuta a uscire dal guscio. Nonostante l’origine televisiva, un ottimo prodotto, interpretato da un cast decisamente eccellente.
(andrea tagliacozzo)

Basic Instinct 2

Ci si chiedo, dopo aver visto Basic Instinct 2 e la sua tardona sexy tra i cachinni compiaciuti dei critici, se il film non sia in realtà una satira della psicanalisi e dei suoi adepti sotto le sue mentite spoglie di thriller sanguinolento a sfondo soft/hard core. Perché come thriller è talmente astruso e complicato, con le sue rivelazioni a foglie di carciofo, da far sospettare negli autori della sceneggiatura (Leora Barish e Henry Bean) un infantilismo congenito; del resto non sarebbero soli, è tipica della categoria.
Come soft/hard core, poi, la televisione a tarda notte, i cinema a luci rosse periferici, Internet, e porno cd d’ogni razza genere e colore, offrono assai di più delle partouze che si intravedono qui tra il lusco e brusco, e delle scosciature della perversa Trammell/Stone. La quale Stone, con i suoi cinquant’anni prossimani (quarantotto, per l’esattezza) è bellissima, un miracolo di ricostruzione robotica per quanto riguarda il viso e dintorni e le gambe, perfette; ma il corpo che si vede nella vasca idromassaggio, chiaramente il suo, ha qualche segno di flaccidità; meglio le veline di Striscia.
Ma veniamo al polpettone sexy-giallo. La scrittrice scervellata e iettatrice Catherine Tramell – sì quella che ne aveva già combinate di cotte e di crude nel primo Basic Instinct di Paul Verhoeven – viaggia a 180 all’ora su una macchina sportiva per le strade assurdamente deserte di Londra. Accanto a lei un nero drogatissimo e semi-intontito la titilla a dovere. Durante l’orgasmo l’auto sbanda e i due finiscono nel Tamigi. Il giovanotto muore intrappolato nell’abitacolo, lei si salva.
È il prologo di una vicenda che la vede incolpata di omicidio e salvata in extremis dalle dichiarazioni dello psichiatra psicologo (David Morissey). Il quale psichiatra finirà sedotto dalle seducenti perversioni della scrittrice, che diventerà sua «paziente». Lui è un avviatissimo professionista, con uno studio megagalattico nella New London dei Docks, prospiciente al celebre grattacielo fallico di Foster (sembra anche una colorata supposta, e il riferimento simbolico non cambia). Ha una collega psicanalista (Charlotte Rampling), e i loro dialoghi sono del seguente genere. Lui: «Sai, lei ha lasciato la seduta venti minuti prima della fine». Risposta della psico-rampling: «Ah, molto lacaniano, questo!». Il gran guru della psicanalisi poi, quello che dovrebbe premiare con alto incarico universitario il nostro psichiatra, capelli neri molto scarrufati a indicare genialità, sembra il fratello di Vittorino Andreoli. Parla e svanvera dietro a un quadro di Freud, ma sembra piuttosto uno junghiano dei tempi di Re Nudo, con l’India nella testa vuota (ricordate Valcarenghi e gli arancioni?).
Scene di omicidi efferati e di sesso sfrenato si susseguono pausate da lenti primi piani intrecciati di lei e lui. Lei ha un’espressione unica, che indossa dalla prima all’ultima scena, perfino quando lui tenta di strozzarla in vasca, ed è quella che significa «ironica perfidia con foia»; lui ha un’espressione unica, di tanto in tanto variata da strabuzzamenti di occhi come quando qualcosa imbocca la trachea invece dell’esofago, anche quando lei tenta di strozzarlo con cintura dei pantaloni. Ed è quella che vorrebbe significare «infoiamento represso da indignazione», ma che in realtà produce nell’attore solo uno sguardo da catatonico-ebefrenico.
Tutto nel film, nonostante l’indotta comicità, è fiacco come la regia (Michael Caton-Jones) o ridicolo, dalla sceneggiatura alla scenografia, ai costumi, sempre iper (lei tacchi alti anche quando è in cucina o al computer), ai quadri alle pareti (significativo un culone-Botero). Quanto alla trama, non è mai chiaro fino in fondo chi sia l’assassino, se lui, lei o l’altro (l’ispettore corrotto, alias David Thewlis), talmente la verità cambia per sorprese pseudo-pirandelliane (Così è se vi pare). Quando poi, nelle ultime inquadrature, si capisce chi è il folle omicida, si capisce anche che gli sceneggiatori sono dei dementi oppure cinicamente reputano che lo siano gli spettatori. (piero gelli)

Vertenza inconciliabile

Una bambina di dieci anni trascina i propri genitori, in procinto di divorziare, davanti al giudice. Marito e moglie, entrambi appartenenti all’estamblishment hollywoodiano, sono costretti a rievocare gli eventi che hanno portato allo sfaldamento del matrimonio. Buon debutto del regista Charles Shyer (in seguito autore del recente rifacimento de
Il padre della sposa
) con una commedia agrodolce che si fa beffe dell’ambiente del mondo dello spettacolo americano. A distinguersi è soprattutto la giovanissima Drew Barrymore, che due anni prima era stata tra i piccoli protagonisti di
E.T.
di Steven Spielberg.
(andrea tagliacozzo)

Broken Flowers

Single convinto appena scaricato dalla sua ultima ragazza, Don (Bill Murray) riceve una misteriosa lettera rosa. Il mittente, anonimo, è una sua ex. La donna gli rivela l’esistenza di un figlio di 19 anni, da poco partito alla ricerca del padre mai conosciuto. Spinto dal suo vicino di casa, Don parte per un viaggio attraverso il Paese, intrapreso allo scopo di incontrare quattro sue ex-fiamme (Frances Conroy, Jessica Lange, Sharon Stone e Tilda Swinton), ognuna delle quali potrebbe essere la madre del figlio mai conosciuto.
Già interprete di un riuscito episodio dell’altrimenti deludente Coffee & Cigarettes, Bill Murray torna a lavorare con Jim Jarmusch nel nuovo film del regista statunitense, Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes. Il protagonista di Lost In Translation , qui più intenso e stralunato che mai, regge da solo l’intera pellicola in una sorta di one man show nel quale entrano ed escono i divertenti personaggi di contorno, alcuni dei quali interpretati da comprimari di lusso come Jessica Lange e Sharon Stone. Jarmusch racconta la solitudine di un uomo cinico e tenero, cui Murray conferisce espressioni efficacissime. Quel che manca è una sceneggiatura convincente: a volte si ha la sensazione che Jarmusch abbia preferito affidarsi a un ottimo attore e al proprio indubbio mestiere, rinunciando a raccontare una storia, evocando più che narrando. Dedicato a Jean Eustache, regista francese morto suicida nel 1981 la cui foto campeggia tuttora sul tavolo da lavoro di Jarmusch. Gran Premio della Giuria e nomination alla Palma d’Oro a Cannes. (maurizio zoja)

Basic Instinct

La bellissima Catherine Tramel, scrittrice di romanzi gialli, è sospettata dell’omicidio di un ex cantante rock. Il detective Nick Curran, al quale è stato affidato il caso, si lascia ammaliare dalla donna, che ostenta un comportamento provocante e disinibito. Thriller intrigante, furbo e ben fatto, quasi un aggiornamento anni Novanta dei noir dell’epoca d’oro di Hollywood (dove il sesso non era mai mostrato ma solo suggerito). Non tutto funziona, ma la dinamica regia di Paul Veroheven attenua le cadute di tono della sceneggiatura. La Stone aveva già lavorato con il regista olandese due anni prima in Atto di forza. (andrea tagliacozzo)

Gli avventurieri della città perduta

Seguito di
Allan Quatermain e le miniere di re Salomone
, girato l’anno precedente con gli stessi interpreti (nonché remake di
King Solomon’s Treasure
di Alvin Rakoff, realizzato nel ’77). Nel cuore dell’Africa, Allan Quatermain, fresco sposo dell’archeologa Jessie Huston, tenta di ritrovare il fratello Robert, scomparso misteriosamente mentre era alla ricerca di una leggendaria città dell’oro. Addirittura peggiore (se mai era possibile…) del già non eccelso primo episodio.
(andrea tagliacozzo)

Stardust Memories

Allen interpreta un personaggio non troppo diverso da lui stesso che viene convinto a partecipare a un weekend di seminari sul cinema, in cui viene assediato dai fan, da chi cerca favori, dalle ammiratrici, dai dirigenti degli studios, dai parenti e dalle amanti. Uno sguardo pungente e semiserio sulla fama e il successo, anche se molti spettatori lo hanno trovato semplicemente narcisistico. Breve apparizione di Sharon Stone su un treno; Louise Lasser e Laraine Newman appaiono non accreditate.

Ho solo fatto a pezzi mia moglie

Una delle più sonore bufale da almeno cinquant’anni in qua. La roba di Arau è inguardabile anche se camuffata da primizia iconoclasta, antireligiosa, ricercata e originale. Il macellaio Allen fa a pezzi la moglie Stone che lo tradisce col poliziotto Sutherland e con mille altri. La mano col medio alzato di lei viene trovata da una cieca a El Niño nel New Mexico, dove tutti la prendono per un dono del cielo: compie miracoli. La Chiesa vede scandalo, ma solo perché il prete del paese si titilla nel confessionale con la prostituta Cucinotta. La storiella cretina dell’apparente santa reliquia capace di esaudire i desideri di cittadini che fanno della loro fede un mercato è la prova definitiva che siamo ormai in un paese di imbecilli. I ghirigori formali di Storaro che gira col formato Univision vorrebbero portare il film in territorio Arturo Ripstein, ma fanno piangere. Il mix di grottesco e surreale, volgare demenza e spinta eretica, stanca appena dopo l’inizio, e dopo cinque minuti ti induce a uscire. La comicità è ai livelli dei film con Gigi e Andrea, ma almeno quelli erano sanamente scemi e senza alcun secondo fine. Gli interpreti, poveretti, non sanno cosa guardare dire e fare: uno spreco di dimensioni colossali. Si accomodino pure tutti coloro che riescono a tirar fuori qualcosa di perlomeno sopportabile da questa offesa all’intelligenza di una persona anche meno che comune. (pier maria bocchi)

Casinò

Uno dei pochi film contemporanei sul denaro e insieme uno di quei casi – invece non rarissimi – in cui l’ambientazione mafiosa o para-mafiosa diventa prospettiva tragica sul mondo e spunto di radicalizzazione estetica (come
Fratelli
o
Totò che visse due volte
). Un’opera ancora più «totale» di
Quei bravi ragazzi
, un kolossal storico presbite su un passato prossimo, con una geniale costruzione spaziale, da film di De Mille: una Las Vegas circondata dal deserto e attraversata da destini di autodistruzione. Meno affascinato dai personaggi e meno ambiguo del solito, Scorsese sceglie per Casinò un incedere «biblico», e riesce più ironicamente limpido nell’analisi teologica del denaro, più sociologico e religioso che antropologico. Un film che nel finale ribalta virtuosisticamente il punto di vista e si svela per quello che è: la descrizione di un’epoca «eroica» del Male, prima che la banalità abitasse la Terra (e lo stesso Male) con i suoi mille meschini giocatori d’azzardo.
(emiliano morreale)

Allan Quatermain e le miniere di Re Salomone

Sulla falsariga del più celebre
Indiana Jones
, gli autori del film riaddattano un personaggio inventato anni prima da H. Rider Haggard. L’avventuriero Allan Quatermain viene reclutato da una bella ragazza per salvare il padre di costei, un anziano archeologo caduto nella mani di loschi criminali che vorrebbero carpirgli il segreto delle miniere di re Salomone. Soporifero e mediocre, nonostante la regia di un mestierante di grande esperienza come Jack Lee Thompson.
(andrea tagliacozzo)