Io, loro e Lara

Padre Carlo Mascolo è un missionario che vive in un villaggio nel cuore dell’Africa dove – parole sue – fa ” il medico, il preside, l’agricoltore, il meccanico e lo sceriffo a tempo pieno”. Da qualche tempo avverte i sintomi di una crisi spirituale che lo angoscia sempre di più. Dunque decide di tornare a Roma per parlarne ai suoi superiori. Il suo padre spirituale lo tranquillizza, a volte è necessaria una pausa di riflessione. Lo esorta a trascorrere un po’ di tempo in famiglia per ritrovare se stesso attraverso il calore dei propri cari. Intanto da un’altra parte della città, in un minuscolo appartamentino di periferia, una misteriosa ragazza fa dei colloqui con un assistente sociale. Sembra che la ragazza, Lara, abbia avuto dei seri problemi in passato che adesso sta cercando di risolvere. Ma nonostante l’aria da educanda che ostenta con l’assistente sociale, Lara conduce una doppia vita. Di notte, di fronte ad una web cam si trasforma in una sensualissima modella in latex e tacchi a spillo…

Nel mio amore

Ho molta simpatia per Susanna Tamaro e per le sue ostinate passioni, ma credo anche che sia molto più brava a descrivere la disgrazia che non la grazia, o meglio lo stato di grazia. La tematica religiosa, nel cinema, quando non si è Dreyer, Bergson o, in altro modo, Bergman, finisce sempre per puzzare di parrocchia.

Ho terribili ricordi di proiezioni da oratorio di film francesi ulcera-coscienze d’epoca, tipo
Dio ha bisogno degli uomini, Lo spretato
e così via. Ecco, il film di Susanna Tamaro, con tutto il rispetto per un talento straordinario, mi ricorda un po’ quel cinema e quell’atmosfera. La Tamaro descrive un inferno strindberghiano, un carcere esistenzial-familiare che ha una sua tragica conclusione nella morte di due elementi: il figlio ucciso incidentalmente dal padre e la successiva morte per infarto di costui. Tutto questo appartiene ai flashback, mentre il presente è la donna rimasta sola, una bravissima Maglietta, su cui la regista tesse una serie di dolenti primi piani, molto efficaci a rendere lo strazio della solitudine e del senso di colpa. L’altra figlia, che non l’ha mai amata, non risponde al cellulare. A questo punto la donna attraversa una serie di segni voluti dal destino, che qui si chiama Provvidenza, come l’incontro nel bosco con un coetaneo; anche lui è solo, gli sono morti per un incidente da lui causato la moglie e la figlia.

Qui la storia potrebbe avere due soluzioni, una lectio facilior, di tipo hollywoodiano, prevederebbe che i due si mettano insieme; L’altra, difficilior, più lambiccata, più europea, proporrebbe una chiusa melanconica per l’impossibilità di entrambi di dimenticare il passato.

Ma lo spiritualismo di Susanna Tamaro, nutrito di cristianesimo panteista – per lo meno dal punto di vista filmico, per il modo in cui la macchina da presa si dilunga e si ferma e fa partecipe la natura della vicenda – opta per una terza soluzione, che non racconto per non sciupare la sorpresa, ma che scarta l’incontro supposto. In compenso la figlia risponde al telefono.
(lafcadio)