L’ora di religione (Il sorriso di mia madre)

Ernesto (Sergio Castellitto) è un pittore, illustratore di favole per bambini, separato dalla moglie e padre del piccolo Leonardo. Un giorno gli comunicano che un comitato promosso dai suoi parenti vuole fare beatificare sua madre, da tre anni. Capisce che dietro tutta l’operazione ci sono solo motivi venali e gli appare tutto una buffonata. Contemporaneamente conosce la maestra di religione di suo figlio e se ne innamora. Il suo essere libero e ateo contrasta con il processo di beatificazione, ma questo è il pretesto per ripensare alla madre e rielaborare il passato. Vive nel dubbio e non sa se fare il gioco dei fratelli, della zia e della moglie, oppure continuare a vivere senza violare i suoi valori e principi. Un film con derive surreali, incontri decontestualizzati, immagini e situazioni quasi felliniane, dialoghi che sfiorano il grottesco. Bellocchio ritorna sul grande schermo dopo La balia (1999) e lo fa con un film non di facilissima lettura, sostenuto però dal cast di attori tutto di grande livello. Castellitto tiene il personaggio molto bene, anche se ogni tanto irrita per la sua cieca integrità, appena sfiorata dal dubbio. La mano sapiente del regista si nota e l’aiuto di un montaggio e di una fotografia, che rendono Roma a tratti mistica, non è certo indifferente. (andrea amato)

Piccoli equivoci

Dall’omonima commedia di Claudio Bigagli. Un attore, in crisi esistenziale, organizza una cena in onore della sua ex compagna, di ritorno da una tournée, alla quale partecipano alcuni amici e colleghi, ognuno con i suoi problemi. Esordio alla regia di Ricky Tognazzi, con un film che grazie al buon cast si lascia guardare con piacere, anche se risente un po’ troppo dell’origine teatrale del testo.
(andrea tagliacozzo)

Alza la testa

Mero è un operaio specializzato in un cantiere nautico e un “single father”. Suo figlio Lorenzo – nato da una relazione con una ragazza albanese – è la sua unica ragione di vita. Il sogno di Mero è che il ragazzo diventi un campione di boxe, riscattando così la sua anonima carriera da dilettante. Per questa ragione lo allena con severità maniacale in un vecchio magazzino adibito a palestra, insegnandogli giorno dopo giorno a tirar pugni e a proteggersi dai colpi bassi della vita. Di fatto però quello che ha costruito intorno al figlio è un mondo chiuso, in cui le giornate trascorrono tutte uguali tra il lavoro, la scuola, gli allenamenti, le serate passate con gli amici del cantiere, che sono diventati una specie di famiglia. Un mondo intriso di rimpianti, di complicità maschili e diffidenza verso tutto ciò che è nuovo e diverso. L’equilibrio di questo rapporto “esclusivo” però non è destinato a durare.

Ricette d’amore

Martha (Martina Gedeck) è una cuoca in un ristorante francese di lusso in una fredda Amburgo. Tutta la sua vita è il suo lavoro, il suo regno è la cucina e se qualcuno ha il coraggio di criticare i suoi manicaretti si arrabbia terribilmente. La sua datrice di lavoro la obbliga ad andare in analisi da uno psicologo, ma anche durante le sedute Martha continua a parlare di ricette e di novelle cousine, anche perché non crede di avere bisogno di un analista. Gli uomini li ha esclusi dalla sua vita. Un giorno tutto viene stravolto da un incidente: sua sorella muore e lei si deve accollare la responsabilità della nipotina di otto anni, rimasta orfana. Come se non bastasse, al ristorante viene assunto come aiuto cuoco un italiano, Mario (Sergio Castellitto), molto bravo ed esuberante. In pochi giorni Martha si vede crollare tutte le certezze e si ritrova in mezzo a una bufera. La nipotina ha difficoltà a superare il lutto e la fragilità della zia certamente non l’aiuta. Da parte sua Martha inizia a cedere, sia alla bambina che a Mario, per poi trovare la via per un mondo fatto di sentimenti. Un film ben scritto e ben diretto, in cui l’arrivo di Sergio Castellitto, dopo circa mezzora, cambia completamente il ritmo, dando maggiore brillantezza. La psicologia dei personaggi è ben curata, a parte gli scivoloni banali della descrizione dell’Italia e degli italiani, infarcita di luoghi comuni e stereotipi anni Sessanta. Il personaggio di Castellitto ricorda, per certi versi, l’Al Pacino di
Paura d’amare
e non solo per l’ambientazione nel ristorante. Da ascoltare con attenzione il motivo centrale del film,
Country,
di un eccezionale Keith Jarrett.
(andrea amato)

Il regista di matrimoni

Si può amare un film anche di fronte ogni logica obiezione, seguirne le immagini con crescente irritata ammirazione o ammirata irritazione, a seconda del prevalere dell’uno o dell’altro stato d’animo? Sì, se si tratta di un film di Marco Bellocchio, a cui è stato concesso un credito illimitato da quando, nel 1965, esordì nel lungometraggio, con quei Pugni in tasca che stupì e commosse.
Da allora però ha altalenato pericolosamente tra film in cui il grottesco poetico investito di rabbia di quel capolavoro riusciva a catalizzarsi in un risultato notevole (Nel nome del padre, Marcia trionfale, Salto nel vuoto, Gli occhi,la bocca, L’ora di religione) ad altri di sconsolata irrealizzazione, malati di infantilismo e velleitarismo, di cui molti critici hanno accusato anche il sodalizio con lo psicanalista Massimo Fagioli.
Ma veniamo a questo Regista di matrimoni, che raccontando la crisi di un «maestro» celebre sviluppa e intreccia in soggettiva tre storie, dove la soggettiva appunto dovrebbe servire a coagulare il tutto. Il regista Franco Erica (Sergio Castellitto) assiste allibito al matrimonio neocatecumenico della figlia, evidentemente angustiato da quella scelta e da quella fastidiosa ritualità. In più sta girando, probabilmente per motivi economici, l’ennesima versione dei Promessi sposi, ma nella fase preparatoria, gli studi vengono visitati dalla finanza e lui è inquisito ingiustamente di violenza carnale. Fugge in Sicilia, in uno scenario di mare stupendo tra Cefalù e Palermo e lì, mentre si aggira meditabondo sulla spiaggia, osserva un regista di matrimoni, Baiocco (Bruno Cariello), che riprende una coppia di sposi e relativi parenti. Viene riconosciuto con devota ammirazione dal registello che gli chiede come lui, maestro, girerebbe una scena così necessariamente bloccata nell’ovvietà del rito.
Questa prima scena di matrimonio non è che il preludio a un’altra, che nascerà in seguito. Perché Erica, ospite del nuovo amico e di sua moglie, conosce il principe di Gravina, interpretato magnificamente da Samy Frey (quanto mutato dai tempi Godard!). Il principe che abita la splendida villa Palagonia invita Erica, che ha conosciuto tramite Baiocco, a girare il film delle nozze della figlia Bona (una splendida Donatella Finocchiaro). In realtà, il principe, completamente spiantato per motivi di gioco, obbliga la ragazza a un matrimonio di convenienza con un giovane e spettinato avvocato, rampollo di una ricca famiglia locale vagamente mafiosa; come nei Promessi sposi ci sono «bravi» che seguono il regista; e fanno bene, perché questi s’innamora, contraccambiato, della bellissima principessa triste e fa di tutto per buttare all’aria le nozze.
Tutta questa storia è condotta con una visionarietà fiabesca, intrisa di una levità grottesca dai tocchi felliniani, che altro non è che la proiezione in soggettiva libera di un possibile film futuro. Tanto è vero che il finale lascia aperte tre soluzioni, ipotesi da mise en abyme godardiana molto pericolosa oggi in tempi di banali telefiction; anche se l’immagine di chiusura, del regista in treno, solo, che se ne torna «in continente», dovrebbe bastare a far capire che ogni spettatore può scegliersi la sua, di fine: quella trucida del padre che uccide lo sposo, quella fiabesca del regista che scappa con la principessa, o quella realista, flash di immagini filmiche in fieri.
Se il film fosse restato in questi due binari, tra il fiabesco lirico e decantato, un po’ alla Anna Maria Ortese (anche se qui siamo in Sicilia e non a Napoli) e tra la parodia e l’ironia grottesca di un regista ormai fuori gioco, Bellocchio avrebbe scritto uno dei suoi film più belli e intelligenti. Purtroppo a questi due temi ne ha aggiunto un altro, carico di messaggio e di rabbia pochissimo sopita e molto vociferata, affidata a un regista amico/nemico Smamma (Gianni Cavina), che si finge morto in un incidente stradale perché il suo film, appena terminato, possa vincere l’ambito premio «David di Michelangelo», il che rigorosamente avviene. «Perché in Italia contano le pastette politiche di centro e di sinistra», blatera il morto redivivo, «perché in Italia comandano solo i morti». Leit-motiv, quest’ultimo, che ripete al regista anche il principe di Gravina.
A parte che l’esplicito messaggio puzza di personali incazzature, è anche fuori tono in un film così risolto in visionarietà polivalente, più adatto a un Nanni Moretti – così poco regista e così tanto promotore di se stesso come faro di impegno politico e saggezza generazionale – che non a Marco Bellocchio, cui riconosciamo, nella sua lunga carriera così coerente con i suoi desideri di artista, la capacità di rendere in immagini i malesseri e i fantasmi della realtà d’oggi, privata e pubblica; e perfino la perspicacia di raccontare la sensazione o consapevolezza di sentirsi un sopravvissuto, senza bisogno che un alter-ego posticcio infantilmente banale le verbalizzi. (piero gelli)

Stasera a casa di Alice

Saverio convince il cognato Filippo, che ha perso la testa per la provocante Alice, a ritornare dalla moglie. Ma in seguito, recatosi dalla ragazza per liquidare la faccenda, anche Saverio finisce per innamorarsi di lei. Guai a non finire con i due che si contendono le grazie della bella Alice. L’accoppiata Verdone-Muti, già sperimentata con successo (almeno al botteghino) in Io e mia sorella , torna in una asfittica commedia che dopo venti minuti mostra già tutti i suoi limiti. Perfino il solitamente ottimo Sergio Castellitto sembra la parodia di se stesso. Praticamente insopportabile. (andrea tagliacozzo)

La stella che non c’è

Vincenzo Buonavolontà ha lavorato per una vita alla manutenzione di un impianto siderurgico. Quando la struttura chiude i battenti, Vincenzo viene incaricato della vendita di tutti i componenti della struttura a una società cinese sconosciuta. Si rende conto, però, che uno dei macchinari è difettoso: per rimediare, decide di intraprendere un lungo viaggio in Cina per portare un pezzo di ricambio. Giunto a destinazione incontra la giovane studentessa, Liu Hua, che gli farà da interprete nel suo itinerario alla ricerca dell’altoforno.

Amelio dirige il suo film meno “realistico”, concretissimo nello sguardo che rivolge a una Cina lontana da ogni folclore ma dichiaratamente metaforico nel costruire un percorso di formazione al contrario. Partito dall’Italia con la certezza del proprio sapere operaio, il protagonista si ritrova alla fine come schiacciato da un silenzio impossibile, seduto su un binario che non si sa dove possa portare. Secondo un percorso tanto esplicito quanto programmatico, e fin troppo didascalico, che finisce per appesantire la parabola morale del film.

La bellezza del somaro

Come in qualsiasi rapporto tra genitori e figli che si rispetti, le tensioni tra le parti raggiungono i massimi livelli quando i figli attraversano la “difficile” età adolescenziale. Così, quando Marcello e Marina, genitori di Rosa, si sentono ormai sollevati per la fine del rapporto tra la ragazza ed il suo coetaneo Luca, durante un fine settimana in Toscana, faranno la conoscenza del nuovo amore di Rosa, ma le sorprese non si faranno attendere.

Concorrenza sleale

Roma, dalle parti del Vaticano, 1938. Accanto all’antica sartoria di Umberto Melchiorri apre il merciaio Leone Simeoni. Vende vestiti confezionati e dozzinali, ha uno stile spregiudicato, coi clienti ci sa fare. È ebreo. Col vicino è subito concorrenza spietata: ma quando gli effetti delle leggi razziali cominciano a farsi sentire, Umberto passa dalla parte giusta.

Fin dalle prime immagini (un bimbo che sembra tanto uno sceneggiatore fa un riassunto dello stato dei personaggi e dell’intera Italia nel 1938), il nuovo film di Scola materializza i peggiori timori della vigilia: didascalico, lento, farcito fino a scoppiare di zeppe narrative, dominato da due gigioni che rimangono altrettante macchiette. Si può capire l’indignazione e la voglia di comunicare alle giovani generazioni, ma tutto ciò non giustifica la demagogia (il fratello scemo e parassita che diventa fascista in quanto scemo e parassita) e la sciatteria (i personaggi si perdono per strada, e si ha l’impressione che interi blocchi narrativi siano stati rimossi all’ultimo momento). Il resto, a partire dal solito valzerino di Trovajoli, è risaputo. Ma lo spettatore, sebbene provato, sfotte pur sempre con dolore. Fa male pensare che il regista di questo film sia lo stesso del capolavoro
Una giornata particolare
.
(emiliano morreale)

Non ti muovere

Non ti muovere

mame cinema NON TI MUOVERE - STASERA IN TV IL SUCCESSO ITALIANO scena
Timoteo e Italia

Diretto da Sergio Castellitto, Non ti muovere (2004) ha come protagonista Timoteo, interpretato dallo stesso Castellitto. L’uomo è un chirurgo, ma stavolta si trova in ospedale solo come un semplice padre. Sua figlia, infatti, ha avuto un incidente mentre viaggiava sul proprio motorino ed è in pericolo di vita. Timoteo decide di attendere mentre la ragazzina viene operata da un suo collega. E, durante questa logorante attesa, si affaccia alla finestra e scorge una donna seduta sotto la pioggia, della quale vede solo il profilo di spalle. Ai piedi, la misteriosa figura indossa delle scarpe rosse con il tacco.

La visione riporta Timoteo indietro nel tempo, quando, più di quindici anni prima, si è imbattuto in Italia (Penélope Cruz), una giovane donna extracomunitaria residente nella periferia romana. I due si incontrano in un bar, dove Timoteo sperava di poter trovare un telefono per avvertire la moglie Elsa (Claudia Gerini) del guasto della propria macchina. E dove l’uomo si ubriaca, essendo la vodka l’unica bevanda fresca disponibile. Italia lo invita a casa sua per permettergli di usare il telefono, ma Timoteo è fuori di sé a causa dell’alcol e la violenta, andandosene poi sconvolto dal proprio atto.

Alcuni giorni dopo, Timoteo torna dalla donna per scusarsi, ma non riesce a trattenersi e la stupra di nuovo. Tra i due ha così inizio una perversa relazione, che però si approfondisce e si intenerisce con il passare del tempo. Ma gli amanti vengono da mondi troppo diversi: Timoteo ha una splendida moglie con la quale vive in una grande casa, mentre Italia ha alle spalle solo violenze e povertà. Una storia appassionata e appassionante, che però non può avere un lieto fine.

Curiosità

  • Il film è tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice Margaret Mazzantini, la quale è inoltre la moglie di Castellitto. Nella scena finale l’autrice appare in un cameo, in cui incrocia Timoteo mentre questi si sta recando a rendere omaggio a Italia.
  • Nel cast ci sono anche Marco Giallini, Angela Finocchiaro, Pietro De Silva ed Elena Perino.
  • Nella colonna sonora sono presenti brani di Leonard CohenNino BuonocoreToto Cutugno e Vasco Rossi con la canzone Un senso.
  • Nel film l’attrice Penélope Cruz recita in lingua italiana e la sua interpretazione è stata elogiata dalla stampa di tutto il mondo. Il San Francisco Chronicle l’ha definita «la nuova Anna Magnani del XXI secolo, in grado di comunicare la sua essenza in italiano meglio di quanto non riesca a fare in inglese».
  • Castellitto e la Cruz si sono aggiudicati il David di Donatello rispettivamente come Miglior attore protagonista e Miglior attrice protagonista.
  • Il film ha anche vinto quattro premi Nastro d’argento per Migliore sceneggiatura, Migliore montaggio, Migliore scenografia, Migliore canzone originale (Un senso).

Chi lo sa?

Camille è un’attrice di teatro. Ed è fidanzata con Ugo, il regista, e attore, della compagnia (un bravissimo Castellitto). Sono a Parigi impegnati nelle repliche (con non moltissimi spettatori) di
Come tu mi vuoi
di Pirandello. Camille va a cercare Pierre, professore di filosofia, con il quale ha vissuto quando abitava a Parigi. Lo trova mentre sta leggendo un giornale su una panchina al parco. Si parlano. Si confessano, dopo qualche titubanza. Ma lui sta con un’altra, Sonia. Ugo, da parte sua, nella affannosa ricerca di un manoscritto perduto di Gondoni incontra Dominique, detta Do, giovanissima e bella. Nonché sorella di un tipo strano che deruberà la donna di Pierre. Le storie ovviamente si incrociano. Le due donne diventeranno addirittura complici. Con il teatro e le sue finzioni sullo sfondo. Come in una commedia o in una tragedia, con un finale d’altri tempi, dove i due rivali si battono in un improbabile quanto gustoso duello. Mentre partono le note di
Senza fine
di Gino Paoli interpretata da Peggy Lee (unico accenno musicale in tutto il film). È incantevole questo francesissimo film di Jacques Rivette. Di sentimenti, sensazioni, impressioni, allusioni… Amori dall’andamento lento (e i dialoghi tra i personaggi francesi sono sottotitolati), che si consumano tra una cucina e un camerino, tra un palcoscenico e una anonima camera d’albergo. Senza esplosioni, senza fuochi d’artificio, ecco le passioni, le gelosie, gli amori, i segreti, la noia, i ricordi, gli inganni, i lunghi silenzi… Poche le scene in esterni, a parte una passeggiata serale in una strada parigina all’inizio, l’incontro al parco e una fuga di Camille sui tetti della casa di Pierre. Una, dieci, centomila storie intime, insomma. Eleganti e un po’ sofisticate. Amplificate dalla finzione teatrale. Giustificate dall’infinito gioco di realtà e recita. Che lasciano un po’ di dolcezza.

Caterina va in città

Settembre 2002. La famiglia Iacovoni, Giancarlo, Agata e la figlia Caterina, si trasferisce a Roma da Montalto, paesino della provincia laziale. Tutti e tre vivranno una piccola rivoluzione. Giancarlo, insegnante di ragioneria, vuole uscire dall’anonimato e sfondare come scrittore. Per questo spinge la figlia a frequentare compagne di classe appartenenti a famiglie influenti. Caterina, tredicenne con la passione per il canto polifonico, si trova così catapultata nel mondo di Margherita, piccola leader di sinistra, figlia di una scrittrice e di un intellettuale. Poi partecipa alle feste esclusive di Daniela, figlia di un politico della maggioranza di governo. Anche Agata, nel suo piccolo, vivrà un grande cambiamento, trovando in un altro uomo l’attenzione e la gioia che il marito, troppo occupato ad inseguire sogni di gloria, le nega.
Paolo Virzì rispolvera il canovaccio usato per tutti i suoi precedenti film: quello dell’incontro-scontro tra mondi diversi. Da una parte la gente cosiddetta normale e dall’altra i privilegiati: politici, scrittori, vip. Gli eletti e gli esclusi. Da un lato l’ambiente ricco della nuova destra al governo e quello degli intellettuali di sinistra, girotondisti e un po’ snob. Dall’altro la famiglia Iacovoni: Caterina, che vuol vedere tutti felici; Agata, che desidera una vita semplice e Giancarlo che non ci sta e vorrebbe stare tra gli eletti. Imbarazzante, ingombrante e senza talento, finirà per ammalarsi di depressione. La moglie e i parenti burini di Montalto, ha detto lo stesso regista, sono invece parte di un’Italia ancora pura, che non mira a diventare famosa. In “Ovosodo,” il protagonista trovava la felicità facendo l’operaio in una fabbrica e mettendo su famiglia. Qui il messaggio è simile: meglio coltivare il proprio orticello che cercare di entrare in un mondo che non è il proprio, perché ci si scotta e si finisce per soffrire. Troppo buono questo Virzì. Predica la grazia e l’innocenza, racconta la genuinità delle borgate, ma dal suo film emerge lo snobismo di una sinistra che ha perso il contatto con la gente, oltre che le elezioni. Gli attori sono bravi, Castellitto su tutti, e la giovane protagonista Alice Teghil è una bella sorpresa. La storia però è troppo piena di cliché. Una commedia di buon livello, divertente in molti punti ma troppo simile ai precedenti capitoli della filmografia del regista. (francesco marchetti)