Harry, un amico che vi vuole bene

Michel e Claire si apprestano a trascorrere le vacanze con le loro tre figlie nella casa di campagna, che anno dopo anno stanno sistemando. Lungo la strada incontrano Harry e la sua compagna Prune. L’uomo si dimostra un amico pronto a tutto pur di aiutare Michel…Come buona parte dei film francesi di nuovi autori selezionati in concorso a Cannes, anche Harry delude ogni aspettativa. Fin quando Harry non svela la sua parentela con il suo più famoso antenato (proprio quello odiato da Moretti!), il film palpita per un senso d’attesa che incombe sullo spettatore. Peccato che il tutto duri una mezz’ora o poco più. In questo lasso di tempo Moll si dimostra un abile costruttore di suspense, dimenticandosi però di supportare la trama con un adeguato sviluppo dei personaggi, che risultano l’uno troppo impacciato per essere normale e l’altro troppo perfetto per essere vero. Così, quando Harry scende in campo, il film – che non ha la forza o lo spirito per virare verso il grottesco o il pulp – si svuota completamente, riducendosi a pura forma. L’ironia, che aveva garantito una certa verve nella prima parte, scade nel patetico e la tensione finisce in una facile iperbole di colpi di scena. Insomma, da qualunque parte lo si consideri, Harry non convince. Con buona pace dei colleghi transalpini che, a proposito della celebrata cattiveria del film, dovrebbero rivedersi un certo Solondz, scartato solo un anno prima dal concorso ufficiale.
(carlo chatrian)

Piccoli affari sporchi

Okwe è un immigrato nigeriano che vive nei sobborghi di Londra dove condivide uno squallido appartamento con Senay, giovane turca senza permesso di soggiorno. I due coinquilini non si vedono quasi mai. Okwe sbarca il lunario facendo il tassista e il portiere di notte nello stesso albergo dove Senay durante il giorno lavora come donna delle pulizie. Drogato di caffeina e stimolanti per non cedere al sonno, l’uomo, che nel suo paese d’origine era un medico, si prodiga per aiutare chi, come lui, si trova in un Paese straniero senza assistenza sanitaria. Una notte Okwe fa una macabra scoperta in una delle stanze dell’hotel. Intuendo che qualcosa di terribile sta accadendo nell’albergo, il povero nigeriano si ritrova, suo malgrado, coinvolto nei loschi affari del pericoloso sottobosco criminale della periferia londinese.

Stephen Frears torna ancora una volta a raccontare storie di vita vissuta.
Piccoli affari sporchi,
pellicola girata nel 2002, è focalizza la sua attenzione su tematiche sociali come globalizzazione e immigrazione clandestina: la storia di Okwe e Senay diventa il pretesto per mettere in scena una realtà invisibile, quella di coloro che «guidano i nostri taxi e che puliscono le nostre camere», disposti a svolgere mansioni umili pur di non tornare nei Paesi d’origine. Ma il regista, accanto alle tematiche sociali legate alla vicenda narrata, pone anche elementi mutuati dal thriller dando vita a un prodotto multiforme e difficile da classificare. Nella prima parte si assiste alla messa in scena della miseria e delle difficoltà dei protagonisti, passando attraverso lo sfruttamento e il disagio sociale. La tensione e il mistero subentrano invece successivamente quando, con la trovata del traffico di organi, il film vuole trasformarsi nelle intenzioni del regista in un vero e proprio giallo. In realtà il tentativo di fare della pellicola un pamphlet sociale ne limita fortemente anche la riuscita. Si ha la netta impressione che la storia segua due fili conduttori che poco hanno in comune e che a tratti si incontrano dando vita a un risultato confuso. Anche se il vago intento poetico di Frears riesce a emergere in qualche punto. Significativo in questo senso il primo piano di un cuore umano buttato nello scarico del bagno a rappresentare metaforicamente la perdita da parte dell’individuo della pietas verso i propri simili. Poco convincente la graziosa Audrey Tautou, già protagonista de
Il favoloso mondo di Amelie,
qui alle prese con i toni drammatici di un ruolo forse poco adatto alle sue corde. Bravo, invece, Chiwetel Ejiofor nei panni del protagonista. Su tutti spicca Sergi Lòpez che sapientemente interpreta nel film l’ammiccante e sgradevole Sneaky, il gestore del sordido hotel dove si consuma il dramma. Frears, regista abile e arguto nel delineare personaggi e situazioni, sembra purtroppo perdere parte del suo tocco, offrendo un prodotto in cui l’avvicendarsi degli eventi confonde lo spettatore anziché coinvolgerlo. E, se i sobborghi di Londra abitati da immigrati, prostitute e piccoli delinquenti in lotta per la sopravvivenza ricordano le struggenti ambientazioni di loachiana memoria, il lavoro rimane un’occasione mancata rispetto alle intenzioni indubbiamente buone del regista.
(emilia de bartolomeis)

Incontri d’amore

Madeleine e William sono una coppia di neopensionati felicemente sposati che conducono una vita tranquilla e serena nel Vercors, nel silenzio delle montagne. Decidono un giorno di acquistare una cascina nel mezzo di una valle, isolata e ideale per la vita che gli si prospetta. Qui incontrano i loro vicini: un non vedente e la sua seducente compagna. Senza accorgersene, matureranno nei loro confronti una sorta di dipendenza erotico-sentimentale che li inizierà al mondo degli scambisti.

Jet Lag

Lui è un francese di successo che vive negli Usa. Viaggia in prima classe. Lei è una brava estetista. Viaggia con last minute. Lui va a Monaco di Baviera da una donna che ha lasciato andare via, ma ora ha paura a rimanere solo. Lei scappa in Messico da u un uomo che ama, ma che la tratta male. Nell’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi si incontrano per caso, ma non ne sono preparati. Lui è taciturno e introverso, lei chiacchierona ed estroversa. Alcuni aerei non partono e le loro vite si incrociano. Lui è abituato a correre, velocemente, senza guardare e pensare a nessuno. Lei si nasconde dietro la sua maschera di trucco, ma quando non ce l’ha è ancora più bella. Una notte insieme, a litigare, a fare scontrare i loro caratteri così diversi. Ovviamente un happy end. Delicata commedia romantica francese, quasi esclusivamente girata in un’unica unità di luogo: un aeroporto. Quasi esclusivamente recitata dai due personaggi. Quasi una piece teatrale, dai ritmi incalzanti, i monologhi serrati, due attori incredibili. Juliette Binoche, da tempo non dedicata alla commedia, ritrova la sua eccezionale verve comica. Jean Réno bravo come al solito. Certamente non un capolavoro di originalità, a partire dalla frase che apre il film: «Ognuno ha a disposizione quindici minuti di celebrità», citazione di Andy Warhol tra le più inflazionate degli ultimi anni. Comunque un film piacevole, non lungo, non noioso, solo un po’ prevedibile, ma dichiarato fin da subito negli intenti. Si lascia vedere tranquillamente.
(andrea amato)

Il labirinto del fauno

Spagna, 1944. Al termine della guerra civile, la piccola Ofelia segue la madre nell’abitazione del nuovo marito di questa, lo spietato capitano Vidal. Aggirandosi nei pressi della proprietà situata ai piedi delle montagne, la bambina scopre un labirinto all’interno del quale fa la conoscenza di un misterioso fauno. La magica creatura le svela la sua vera identità: Ofelia, infatti, è la figlia del sovrano di un mondo sotterraneo di cui non ha più memoria e dal quale è scappata moltissimi anni addietro. Per potervi rientrare, la piccola dovrà affrontare tre difficili prove. Riuscirà a superarle e a ritrovare se stessa? Tre premi Oscar nel 2007 (Scenografia, Fotografia e Trucco) e altre tre nomination (Colonna Sonora, Sceneggiatura Originale e Miglior Film Straniero).