Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello

Frodo è un hobbit, cugino di Bilbo Baggins, l’ultimo possessore dell’anello del male del Sire Sauron, che vuole gettare nell’oscurità la Terra di Mezzo. Frodo deve distruggere l’anello nell’unico posto possibile, il vulcano Fato. Per arrivarci ha bisogno dell’aiuto di nani, elfi, maghi e hobbit. I nemici sono orchi, goblin, maghi cattivi e spiriti malvagi. In questo primo film, il primo di una trilogia che si completerà nel Natale 2003, si spiega l’antefatto e parte del cammino di Frodo.
Abbastanza fedele al libro di Tolkien nella trama, Il signore degli anelli è un’operazione mastodontica: ben nove ore di film previste, per un budget di 600 miliardi di lire. Mai era stata pensata un’opera del genere, con migliaia di comparse ed effetti speciali da togliere il fiato. Ma dietro tutta quest’operazione cinematografica e commerciale, forse l’eccesso di azione e violenza toglie un po’ della poesia del libro che ha cresciuto molte generazioni e 50 milioni di persone in tutto il mondo. L’ambientazione, gli effetti speciali, il cast sono tutte cose perfette ed esteticamente insuperabili, ma il fatto di lasciare incompiuto il film (in attesa degli altri due episodi) e la lunghezza della pellicola (quasi tre ore), in cui si possono contare decine di combattimenti truculenti, forse finiscono per nauseare lo spettatore. Risulta così molto difficile esprimere un giudizio completo su un’opera incompleta. In attesa del dicembre 2003, rimane comunque il consiglio di andare al cinema a vederlo, se non altro per la spettacolarità delle scene. (andrea amato)

GoldenEye

Il debutto di Brosnan nei panni di 007 è un roboante action d’avventura nella miglior tradizione dei film di James Bond con acrobazie sbalorditive, donne sexy e intrighi internazionali. (E ci sono anche commenti politicamente corretti sul sessismo e/o anacronismo di Bond) Il nodo cruciale del soggetto riguarda un sabotaggio interno in territorio russo e i tentativi di Bond di scoprire chi c’è dietro e come fermarli prima che possano usare le armi rubate contro il mondo libero. La cantante nel nightclub russo è Minnie Driver. Nominato a due BAFTA Awards. Panavision.

Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re

Il viaggio della Compagnia sta per terminare. Le forze di Sauron hanno attaccato Minas Tirith, la capitale di Gondor. Il futuro della città, momentaneamente retta dal sovrintendente Denethor, dipende dal ritorno di Aragorn, l’erede al trono. Spinto dal mago Gandalf alla difesa delle mura, l’esercito degli umani non riesce a tener testa alle legioni nemiche. Malgrado le numerose perdite, la Compagnia si lancia nella più grande battaglia mai affrontata, allo scopo di distrarre Sauron e permettere all’hobbit Frodo di portare a termine la sua spedizione. Quest’ultimo, assieme a Sam e all’infido Gollum, ha intrapreso un viaggio massacrante la cui meta è il Monte Fato, l’unico posto in cui l’Anello potrà essere distrutto.
Terzo e ultimo capitolo della trilogia ispirata all’opera di J.R.R. Tolkien e diretta dal regista neozelandese Peter Jackson, Il ritorno del re è l’episodio finale di un processo creativo che ha richiesto due anni di pre-produzione, 274 giorni di riprese, tre anni di post-produzione e un budget di 300 milioni di dollari. Sceneggiatore assieme a Philippa Boyens e alla moglie Fran Walsh, Jackson si è ancora una volta attenuto in maniera piuttosto scrupolosa al romanzo dello scrittore britannico. «Era la miglior sceneggiatura possibile – ha detto – sarebbe stato da pazzi cambiarla». E ancora una volta, al centro della pellicola, ha posto l’eterna lotta tra il bene e il male, le tentazioni del potere, la corruttibilità degli esseri umani. Le vicende personali degli eroi nati dalla fantasia di Tolkien si intrecciano alla storia di popoli che lottano per sopravvivere, cercando di superare le differenze per essere più forti. E poi c’è il viaggio dei due hobbit, Frodo e Sam, legati da un’amicizia che nemmeno il potere negativo dell’Anello riesce a distruggere. Come già nel primo episodio della serie, la ricchezza dei temi narrativi è dunque una delle principali risorse della storia raccontata da Jackson, che rispetto al secondo capitolo ha quasi del tutto risolto il problema del disorientamento di coloro che, a distanza di mesi, non ricordavano alla perfezione i fatti della «puntata» precedente e si trovavano spiazzati di fronte ai nuovi accadimenti. Stavolta la storia si sviluppa in maniera piuttosto lineare e comprensibile anche da chi non ha confidenza con l’universo creato da Tolkien, persino da chi non ha assistito ai primi due episodi della saga. Undici le statuette che Il Signore degli Anelli si è aggiudicato agli Oscar 2004: miglior film, regista, sceneggiatura non originale, montaggio, scenografia, costumi, trucchi, sonoro, effetti visivi, canzone originale (Into the West) e colonna sonora originale. (maurizio zoja)

Flightplan – Mistero in volo

Kyle Pratt (Jodie Foster) è un ingegnere aeronautico. Suo marito è appena deceduto precipitando tragicamente dall’ultimo piano del palazzo in cui vivono a Berlino. Dopo aver risolto le pratiche burocratiche all’obitorio, la donna parte alla volta degli Usa insieme alla figlia Julia (Marlene Lawstone), di sei anni, per riportare la salma del coniuge alla famiglia. Arrivate all’aeroporto, sono le prime a passare il check-in e salire a bordo del modernissimo Airbus 380, occupando due posti in fondo al ponte superiore. Julia è ancora sotto shock per la recente perdita e sua madre fa di tutto per cercare di consolarla. Così, insieme, decidono di stendersi su di una fila centrale di posti liberi per riposare. Qui si addormentano. Ma quando Kyle riapre gli occhi, sua figlia non c’è più. Preoccupata, la donna comincia a cercarla per tutto l’aereo, chiedendo informazioni ai passeggeri e agli assistenti di volo. Il nome della bambina non risulta neanche nella bolla d’imbarco e nessuno si ricorda di averla mai vista salire a bordo. Kyle allora chiede insistentemente di parlare con il comandante ma viene immobilizzata dall’agente di sicurezza a bordo, Gene Carlson (Peter Sarsgaard). L’uomo l’aiuta nelle vane ricerche della piccola, mentre il resto dei passeggeri è costretto a rimanere seduto per ordine del capitano. Lentamente, nella mente di tutti, comincia a consolidarsi l’idea che la donna sia pazza e che in realtà sua figlia non sia sull’aereo. Come stanno in realtà le cose? Kyle mente o è veramente successo qualcosa di terribile a sua figlia?

Dal produttore Brian Glazer
(A Beautiful Mind, 8 Mile)
e dal regista Robert Schwentche
(Tatoo)
un thriller ben studiato che abbatte il tabù post 11 settembre dei film ambientati sugli aerei. Gli elementi per una buona pellicola ci sono tutti: un ottimo cast, una buona sceneggiatura (che ogni tanto sfrutta qualche trucco del genere) e il preciso occhio del regista che non delude mai lo spettatore. Jodie Foster è perfetta nel ruolo di Kyle, personaggio che mischia sensibilità e durezza d’animo. Convince anche l’interpretazione dell’agente di sicurezza offerta da Peter Sarsgaard
(Kinsey, La mia vita a Garden State).

Il difetto sta semmai nel ritmo. Il momento di massima tensione si raggiunge a metà della proiezione, allorché il mistero sulla scomparsa di Julia, la brava Marlene Lawston (alla sua prima esperienza cinematografica), è più che mai un dilemma. Poco dopo però lo schema della trama è fin troppo chiaro e la pellicola si trasforma in un action movie fatto di inseguimenti e sparatorie negli angusti spazi dell’aereo.

Un vero peccato per una storia che avrebbe potuto sforzarsi di caratterizzare più a fondo tutte le figure dei suoi personaggi principali, anziché perdersi in spettacolari ma quanto mai sterili scene d’azione nel finale, sacrificando così il climax della storia. Il tutto poi è condito da un pizzico di retorica: l’indifferenza e l’ostilità dei passeggeri e del personale di bordo, l’altezza morale del capitano, le accuse a un uomo di nazionalità araba estraneo a tutto (e che si rivelerà anche di buon cuore) e l’incompetenza seguita da imbarazzo di una psicologa improvvisata. Pregevole invece la scelta del cattivo che, in uno dei primi film girati in quota dopo l’11 settembre, fa riflettere sulla ragione dell’attuale pericolo terroristico. Un film, quindi, riuscito a metà che deve molto alla bravura dei suoi interpreti e alla capacità del regista di farla risaltare.
(mario vanni degli onesti)

The Island

In un futuro non troppo lontano, Lincoln Six-Echo (Ewan McGregor) vive in un ambiente controllato sotto ogni punto di vista. Sogna di essere prescelto per andare sull’Isola, un luogo mitico, propagandato come l’ultimo paradiso incontaminato rimasto sul pianeta Terra. Ignora tuttavia la verità: egli, come migliaia di altri, è un clone, creato in segreto e fatto vivere in un ambiente totalmente virtuale, in attesa di essere soppresso (mandato sull’Isola) per ricavare organi, tessuti o prole, che saranno poi ceduti a facoltosi clienti. Gli umani sono infatti disposti a pagare cifre astronomiche pur di non invecchiare o soffrire. L’opinione pubblica tuttavia ignora l’esistenza di questa «fabbrica dei cloni». Viene lasciato credere che i vari «pezzi di ricambio» siano ricavati da organi prodotti in laboratorio. Lincoln e la bella Jordan Two-Delta (Scarlett Johansson), smascherano l’imbroglio ed evadono dalla loro prigione virtuale per andare alla ricerca dei «creatori» umani, con l’intento di convincerli a denunciare pubblicamente il complotto.
Peccato, occasione sprecata. Un film che aveva tutte le premesse per diventare un nuovo cult fantascientifico, mutuando atmosfere cupe e temi avveniristici (ma non troppo) da Matrix come da Blade Runner. Invece The Island è un polpettone fumettistico dove si salva solo l’azione, elargita con fin troppa generosità. Michael Bay non è Ridley Scott e neppure il duo dei fratelli Wachowski. E si vede. Come si vede l’ancora acerba interpretazione della Johansson (bella ma a due dimensioni, come una Jessica Rabbit bionda) e quella invece più spessa di McGregor, impegnato nella parte del clone protagonista e del suo omologo umano. Il tema – quello della ricerca priva di scrupoli dell’immortalità – rimane di estrema attualità. Speriamo che qualcun altro lo raccolga con intenti meno commerciali. (enzo fragassi)

Stormy Monday – Lunedì di tempesta

Un affarista americano si reca in Inghilterra, a Newcastle, per mettere in atto una odiosa speculazione: vorrebbe acquistare gli edifici del centro storico per demolirli e costruire al loro posto una catena di fast-food. Il suo progetto è ostacolato dal proprietario di un localino jazz, che non intende assolutamente cedere il suo night-club. Un film d’atmosfera, splendidamente fotografato da Roger Deakins. Ottimo il quartetto d’interpreti, anche se il regista Mike Figgis, tutto stile e poca sostanza, sembra spesso girare a vuoto. Colonna sonora dello stesso Figgis.
(andrea tagliacozzo)

Silent Hill

La piccola Sharon Da Silva soffre di incubi tremendi e di episodi di sonnambulismo durante i quali nomina il nome di una misteriosa cittadina: Silent Hill. Sua madre Rose è molto preoccupata, anche perchè la diagnosi dei medici afferma che la bambina sta lentamente impazzendo, e senza l’approvazione del marito parte per raggiungere il luogo nominato da Sharon. Ma il viaggio si dimostra più impegnativo del previsto e, dopo un inseguimento con un motociclista della polizia finito in incidente, la piccola scompare e Sharon si addentra a piedi nell’inquietante Silent Hill alla ricerca della figlia.