Scappatella con il morto

Harry, giovane e ambizioso medico, trascura la moglie Marjorie. Quest’ultima, su consiglio della sorella minore, decide di concedersi un’avventura extraconiugale. La donna si reca in una stanza d’albergo con un affascinante sconosciuto che, durante il rapporto, muore d’infarto. Solo più tardi Marjorie viene a sapere che l’uomo era il fratello del marito. Commedia nera dall’andamento altalenante. Non tutte le gag vanno a sempre a segno, ma l’insieme è tutto sommato divertente.
(andrea tagliacozzo)

L’ultimo sogno

George (Kevin Kline) lavora in studio di architettura dove costruisce i plastici dei progetti architettonici. La sua riluttanza all’uso del computer lo porta al licenziamento. È divorziato da dieci anni, ma ancora innamorato di sua moglie Robin (Kristin Scott Thomas), e ha un figlio di sedici anni (Hayden Christensen), Sam, che ha tutti i problemi degli adolescenti che non rispettano i propri genitori e soprattutto se stessi. George vive in una casa semidiroccata su una roccia davanti all’oceano in California ed è malato di cancro. Prima di morire vuole fare alcune cose: costruire una casa (perché la vita è una casa ), per lasciare un ricordo materiale di sé, e farsi volere bene da suo figlio. L’ultimo sogno ha una prevedibilità sistematica, ma la bravura degli attori e la bella confezione lo rendono un film piacevole. Due ore che volano via senza rendersene conto e più la trama si palesa in tutta la sua banalità, più lo spettatore gode struggendosi davanti ai drammi della storia. Dedicato a quelli che vogliono piangere al cinema, a ogni costo. (andrea amato)

American Beauty

Cronaca della crisi di mezza età di Lester Burnham e della sua famiglia. Lui si innamora della compagna di liceo di sua figlia, abbandona il posto di lavoro, si mette a fare pesi e si dà agli spinelli. Intanto sua moglie incontra un altro…
American Beauty
non tollera mezze misure: o lo si ama alla follia o lo si detesta con tutto il cuore. Anche lo spettatore «critico» è stato altrettanto diviso: ora salutandolo come una piccola rivoluzione nella Hollywood del 2000, ora considerandolo un’ipocrita rimasticatura di altri film ben più irriconciliati. Che la si veda in un modo o nell’altro, l’opera prima di Sam Mendes presenta più di un motivo di interesse (almeno per una visione): la si può leggere come un’ulteriore prova della capacità fagocitante di Hollywood, oppure ci si può lasciar cullare dalla sua ironia (almeno nella prima parte). A chi scrive, però, più che il fondo politico dell’opera ha colpito la sua struttura narrativa, capace di coniugare stimoli diametralmente opposti (dal glamour stile «Lolita» alla videopoesia del cinema indipendente, dall’aggiornamento di un immaginario erotico vecchio di trent’anni ai dialoghi ricchi di una verve tipica di questo decennio).

Certamente
American Beauty
è un film molto più scritto e pensato di quanto non possa apparire. L’immagine è sempre il risultato di un’alchimia costruita guardando più al botteghino che all’espressione di un contenuto coerente e innovativo; tuttavia, nel panorama amorfo del cinema mainstream contemporaneo, rimane un interessante esperimento.
(carlo chatrian)

Il signore delle illusioni

L’investigatore privato Bakula, specialista nel soprannaturale, si trova a Los Angeles per indagare su un caso “normale” quando un prestigiatore pare che venga ucciso durante uno spettacolo. Ciò è legato all’imminente resurrezione di un malvagio stregone, e presto Bakula dovrà combattere nuovamente le forze dell’oscurità. Thriller intelligente, scritto dal regista, è meglio dei soliti prodotti del genere, ma la trama è esile e un po’ condiscendente nei confronti del pubblico. Disponibile anche nella director’s cut di 122 minuti.