In memoria di me

Al suo secondo lungometraggio dopo Private (premiato a Locarno), Saverio Costanzo conferma e consolida qualità che lasciano ammirati per la giovinezza dell’autore e per la maturità con cui vengono esposti temi insoliti, per lo meno in contesti italiani, temi che solo il cinema francese, via Bresson, o il cinema nordico (Dreyer/Bergman) hanno più volte affrontato, con tale profondità.  In memoria di me racconta la dubbia vocazione religiosa di un giovane intellettualmente molto dotato. Andrea (Christo Jivkov) è in cerca di un’identità e di una sicurezza che la vita contemporanea non sembrano offrirgli e decide di intraprendere il noviziato al sacerdozio. Nel film non è specificato, ma gli esercizi spirituali e le regole cui si deve sottoporre per due anni prima di poter prendere i voti sono quelli, rigorosissimi della Compagnia di Gesù.  I novizi, guidati e osservati da padri superiori e anziani, conducono una vita scandita da implacabili ritualità di pratica religiosa: preghiere e meditazioni solitarie e collettive, letture e lavori umili come lavare pavimenti e gabinetti. Ogni loro gesto e sguardo è continuamente spiato, anche dai compagni, espressamente invitati a denunciare atteggiamenti scorretti e debolezze.

Il monastero veneziano, bellissimo, con i suoi lunghi corridoi deserti e le stanze-celle essenziali ma comode, con il refettorio dove una musica di laica mondanità (Strauss) distrae e chiude ogni conversazione, con il chiostro e la chiesa buia e barocca, diventa da subito un coatto universo di suoni e voci sopra al silenzio, un luogo di sospetti e di intrighi, in Andrea cade subito con la sua curiosità, tanto intellettualmente inquieta quanto poco caritatevolmente disposta. Il suo interesse si appunta subito sugli elementi distonici dell’ordine costituito. Su Fausto (Fausto Russo Alesi), infelice e tormentato, che se ne andrà, e sul ribelle Zanna (Filippo Timi), che con i suoi dubbi finirà col metterlo in crisi. Zanna non sopporta l’ipocrisia assunta a regola, il predominio dell’intelligenza sull’amore, l’interpretazione della fede sulla pratica della medesima, che invece Andrea accetta.

Il dialogo che si instaura tra i due convittori costituisce il fulcro della tematica che il regista affronta, tra due modi antitetici di perseguire non tanto la fede quanto la propria coscienza come realizzazione di sé, come dovere se non come amore. In tal senso, Andrea e Zanna altro non sono che una speculare identità, dentro la quale ruota tutto il film nella sua serrata astrattezza, nel suo universo chiuso, da cui filtrano pochi segni dell’altra vita; quella di fuori che entra col suono e con l’ombra di una nave che passa sul Canal Grande, o che esplode con i fuochi d’artificio per la festa del Redentore.  Ma c’è anche un’altra vita, dentro, che si manifesta nella morte di un novizio, come ombra o fantasma di turbamento erotico. Ma il regista sceglie di non spiegare, e lascia tutto espressamente in un ambiguo criptico segno. Più chiaro forse a chi abbia letto il libro cui Costanzo si è liberamente ispirato. Molto liberamente. Forse solo l’idea di partenza resta quella dello splendido Il Gesuita perfetto, che Furio Monicelli pubblicò nel 1960 e che Mondadori ha ristampato nel 1999 col titolo di Lacrime impure.

Nel libro la passione amorosa travolgeva all’inizio il protagonista, innamorato di un angelico fratel Ludovici, nel film ridotto a evanescente immagine, e la tematica omosessuale finiva con l’acquisire un rilievo che riverberava poi anche nell’altro romanzo, che l’autore scrisse subito dopo, prima di chiudere misteriosamente con la letteratura (Monicelli è oggi un simpaticissimo ottantaduenne). Si tratta de I giardini segreti (poi ripubblicato nel 2002 col titolo di L’amore guasta il mondo).  Queste notizie non sono necessarie a capire il film, ma utili forse a chi, navigando in Rete per avere qualche informazione in merito, ne riceve di sbagliate, come quella concernente il bacio finale tra fratel Zanna e il padre superiore: bacio che nel romanzo non c’è, e nel film non è affatto un bacio gay, nonostante le fibrillanti dichiarazioni dei siti gay, ma la risposta o la richiesta dell’amore a chi ha scelto la dissimulazione.  Ciò detto, un applauso pieno a Costanzo e al suo ascetismo problematico, che se si muove sulla scia dichiarata (anche stilistica) di Bresson, e non nasconde riferimenti a Bellocchio, mantiene tutta la sua originalità di agnostico aperto a ogni possibile soluzione. (piero gelli)

Private

Vincitore del Pardo d’Oro e del riconoscimento per il miglior attore – andato all’attore palestinese Mohammad Bakri – al 57° Festival del Cinema di Locarno, il primo lungometraggio di Saverio Costanzo, figlio del presentatore coi baffi, racconta una storia vera. Ne è protagonista una famiglia palestinese di condizione agiata – per la media locale – formata da un padre preside di scuola innamorato della letteratura inglese (Bakri), una madre casalinga (Areen Omari) e i loro cinque figli, tutti in età scolare o prescolare. Abitano in una casa di due piani che si adagia isolata ai piedi di una brulla collina – dominata da una colonia israeliana inserita nei territori occupati. La loro esistenza è improvvisamente sconvolta dall’irruzione di una pattuglia dell’esercito di David, che li confina in salotto, occupando per intero il piano alto che controlla i fianchi della collina. L’obiettivo degli occupanti è quello di costringere la famiglia ad abbandonare per sempre l’abitazione, ma il padre – pacifista ma anche intransigente sostenitore della causa palestinese – decide di rimanere. A ogni costo.
Non c’è che dire, per essere un’opera prima, il film di Costanzo, che la scorsa estate si è aggiudicato a sorpresa il festival di Locarno, è davvero ben girato. Equilibrato quanto può essere un film sul dramma dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, Private mostra i suoi meriti anche nel tentativo di guardare oltre le rivalità e far recitare sullo stesso set per più di un mese attori israeliani e palestinesi che hanno alle spalle un vissuto molto simile a quello dei personaggi che interpretano. Non per caso, la «gestione» delle loro interazioni durante le scene più coinvolgenti ha impegnato profondamente il regista e il resto della troupe – italiani -.
Proprio la «distanza» da quel dramma, che Costanzo non ha cercato di assorbire ma di interpretare, puntando tutto sul linguaggio universale delle emozioni, unito a una tecnica di ripresa «sporca» e veloce, gli ha consentito di realizzare un film di bella intensità, che fa tesoro delle sue precedenti esperienze di documentarista e che soprattutto non nega l’innegabile – l’evidenza del torto in corso di patimento da parte del popolo palestinese – mostrando al contempo come i giovani soldati israeliani non siano tutti obnubilati dall’odio e come i giovani palestinesi possano, dal canto loro, facilissimamente cadere preda delle sirene integraliste.
Girato in Calabria – a Riace – dopo un tentativo fatto in loco – poi abbandonato per la rischiosità delle condizioni ambientali – in Private recitano attori ben noti in patria: Bakri è oggi il più conosciuto interprete palestinese, con alle spalle produzioni internazionali di livello; Tomer Russo – che interpreta la parte del «soldato buono» – ha lavorato con Amos Gitai ed è molto noto in patria, come pure Lior Miller, idolo televisivo delle teenager israeliane. Entrambi hanno servito nelle forze speciali dell’esercito israeliano. L’uscita della pellicola era molto attesa, tanto che i diritti sono già stati venduto in 35 Paesi. Purtroppo, dieci in più delle sale cinematografiche – 25 in tutto, davvero pochine – nelle quali sarà proiettato nel nostro Paese. Speriamo che la Rai (che ha coprodotto l’opera) gli garantisca almeno un’esposizione televisiva adeguata.
(enzo fragassi)