Non bussare alla mia porta

Una tormentata star di film western fugge a cavallo dal set del nuovo film e decide di tornare alle proprie radici, e dalla famiglia che ha abbandonato anni prima. Di nuovo nel Southwest di Paris, Texas, Wenders e Shepard (che hanno collaborato alla storia) sembrano essere qui solo in visita, ma la sceneggiatura di Shepard si ritaglia un ruolo sostanzioso e fa il grosso del lavoro, specialmente nelle scene con la Saint (nel ruolo della madre) e la Lange. La fotografia di Frank Lustig è straordinaria. Arriscope.

Don’t Come Knocking

Howard Spence ha conosciuto giorni migliori. All’inizio della sua carriera era una star del cinema western di serie B. Ancora oggi, all’età di sessant’anni fa uso di droghe, abusa dell’alcool e si intrattiene in futili rapporti con giovani ragazze per nascondere la dolorosa verità: il fallimento della sua carriera e della sua vita. Dopo aver abbandonato il set dell’ennesimo brutto film, decide di andare a trovare la madre ottantenne che non vede da lungo tempo. L’anziana donna  lo accoglie teneramente anche se da lui non ha ricevuto mai niente, se non una manciata di cartoline, e lo accudisce come se fosse ancora un ragazzo.

Nel frattempo, la produzione della pellicola di cui Howard era protagonista si è fermata. La società di assicurazione che tutela il film è sul piede di guerra  a causa dei ritardi causati dalla scomparsa del primo attore. Sguinzaglia allora un detective privato, Sutter, per ritrovarlo e fargli onorare il contratto. 
Ancora ospite della madre, l’attore viene a sapere che vent’anni prima una giovane donna lo aveva cercato. La madre dice di aver intuito che la ragazza fosse incinta. Howard è scosso al pensiero di avere un figlio disperso in qualche luogo sconosciuto. Howard parte alla ricerca del figlio e giunge a Butte, in Montana, dove molti anni prima aveva conosciuto una giovane cameriera: Doreen. Quest’ultima lavora ancora nello stesso bar e ha un figlio, Earl, musicista e cantante.
I due si incontrano e la donna, colei che aveva cercato l’attore a casa della madre, reagisce molto pacatamente all’improvvisa ricomparsa della vecchia fiamma. Il ragazzo rifiuta invece in toto il padre sconosciuto. Scoraggiato dall’esito dell’incontro, Howard è deciso a lasciare ancora Butte, quando dal nulla appare una ragazza di nome Sky. Ha esattamente la stessa età di Earl ed è un’altra, figlia di Howard, «prodotto» di un’altra relazione lampo durante la lavorazione dello stesso film.

Per la prima volta nella sua vita Howard prova a fare qualcosa per gli altri, tentando di riunire la sua famiglia. Il suo tentativo fallisce e l’uomo è addirittura sollevato quando Sutter lo rintraccia per riportarlo alla sua vecchia vita. La sua missione come padre è stata un fallimento ma i due fratelli potranno costruire il rapporto affettivo che perpetuerà il ricordo di Howard dopo la sua morte.

Don’t Come Knocking
non è il miglior film di Wim Wenders. I risultati visivi ed emotivi di
Paris, Texas
vincitore della Palma d’oro nel 1984, sono ineguagliabili. Eppure i due film hanno diversi punti in comune. Innanzitutto lo sceneggiatore Sam Shepard, qui co-sceneggiatore insieme a Wenders e attore protagonista. Poi la tendenza a utilizzare le emozioni suscitate dal paesaggio naturale e infine la poetica racchiusa in ogni inquadratura o movimento di camera.

Wenders e Shepard hanno lavorato a questo film per quattro anni, sia per problemi di carattere finanziario, sia perché, come spiegato dallo stesso regista, i due volevano ottenere il massimo dal soggetto di partenza. La lunga attesa ha però ripagato il regista, allorché Shepard ha espresso il desiderio di interpretare lui stesso il ruolo del protagonista, il che era ciò che Wenders desiderava. L’attore e Jessica Lange, già compagni nella vita reale, hanno inoltre potuto maturare con l’adeguata serenità l’idea di condividere il set dopo più di venti anni di separazione professionale.
Il regista di Dusseldorf  riesce a riprendere in mano le redini della narrazione di un conflitto interiore e a condurlo sui giusti binari raccontando la storia di un uomo che, vedendo avvicinarsi la fine della propria esistenza,  ha paura di non lasciare un segno e tenta di rivivere una paternità che ha sempre rifiutato, di una donna disillusa ma ancora capace di amare e di due giovani che, incontrando il padre, ritrovano una parte di loro stessi che li farà crescere e affrontare la vita con maggiori certezze e meno rabbia.

Don’t Come Knocking
riesce a parlare più con le immagini che con i dialoghi: le maestose vedute panoramiche comunicano ad alta voce grazie alla magistrale fotografia di Franz Lustig, incarnando perfettamente il senso opposto dei naufragi esistenziali dei suoi protagonisti e ispirando le riflessioni che la pellicola vuole suscitare. Tra le performance di maggiore impatto, quella della Lange nel ruolo di Doreen. L’attrice riesce ancora una volta a dare credibilità e spessore al suo personaggio con un’interpretazione coinvolgente e sincera. Nel cast è presente anche Tim Roth che, nella parte dell’agente privato assunto dall’assicurazione per braccare l’attore fuggiasco, fornisce una buona prova dopo un periodo di astinenza dal set. 
(mario vanni degli onesti)
 
 

Il dolce domani

Un tenace avvocato si reca in una città del Canada rimasta sconvolta dall’incidente di uno scuolabus in cui sono morti molti bambini, e cerca di convincere i genitori ad assumerlo per far causa a chiunque possa essere il responsabile, ammesso che qualcuno lo sia. Intanto, cerca di affrontare il suo difficile rapporto con la figlia drogata. Egoyan applica il proprio approccio calmo ed ellittico al romanzo di Russell Banks e crea un film inquietante e difficile da dimenticare, anche se non per tutti i gusti. Holm è semplicemente superbo. Panavision. Due nomination agli Oscar (Regia e Sceneggiatura Non Originale).

Il mistero dell’acqua

Prima vicenda. Nel 1873, sull’isola di Smuttynose, New Hampshire, si consuma una strage: due donne vengono trovate massacrate a colpi di accetta, una terza sopravvive, mentre un pescatore viene accusato del crimine e impiccato.
Seconda vicenda. Ai giorni nostri, due giovani coppie si aggirano in quegli stessi luoghi: si tratta di Jean, fotoreporter incaricata di un servizio sull’antico crimine, e di suo marito Thomas, scrittore in crisi, più il fratello di Thomas e la sua ragazza. Fra i quattro non tardano a scatenarsi le tensioni.
Che la Bigelow abbia palesato o meno nei suoi film uno sguardo «femminile» è questione dibattuta e in fondo oziosa. Ciò che conta e sconcerta nella sua ultima prova, comunque, è l’esplicita tematizzazione del femminile in termini perfino un po’ programmatici, con tanto di genealogie «alte». Il mistero dell’acqua (ma il titolo italiano, così come il trailer, è fuorviante: in originale è Il peso dell’acqua) da thriller si trasforma in «film d’autore», da Ore 10: calma piatta vira subito verso Cime tempestose . E come per Jane Campion, le sorelle Brontë appaiono il referente immediato più chiaro di questo racconto che Leslie Fiedler avrebbe definito senza dubbio un northern.
Ma, diciamolo subito, la ricerca di padri nobili non è un’operazione particolarmente interessante, perché al contrario il film affascina proprio per la sua incompiutezza e inconcludenza: le due storie non si incontrano mai, ogni suspense muore dopo dieci minuti e la soluzione è quella che tutti si aspettano. Accostabile a Picnic ad Hanging Rock, Il mistero dell’acqua raggiunge tuttavia l’ambiguità e l’enigma non per sottrazione, bensì per accumulo, per furia barocca. Dopo essersi negato come thriller, si distrugge come film psicologico. Sfiora l’erotico, il gotico, il catastrofico, ma è in realtà un viaggio alle radici dell’America, un canto puritano sul Male e l’Innocenza che si arresta alle soglie di un orrore che non riesce a cogliere, confermando in tal modo l’opinione di quel geniale viaggiatore secondo il quale non sono i Paesi dalla Storia più antica i più ossessionati dal passato, bensì quelli più giovani, come l’America. I personaggi del film, uomini e donne, saranno tutti puniti e nessuno di loro – scrittori o fotografi che siano – giungerà a una conoscenza che possa salvare se stesso e gli altri. L’isteria dello stile della Bigelow getta una luce strana sulle sue pellicole precedenti; ma per gli stessi motivi per cui ci incuriosisce sul percorso dell’autrice, Il mistero dell’acqua appare un’opera inesorabilmente di passaggio. (emiliano morreale)

Exotica

I destini di cinque individui diversissimi tra loro si intrecciano in uno strip-club chiamato “Exotica”. Solo alla fine si viene a sapere come due dei personaggi principali sono finiti l’uno nella vita dell’altra. Intrigante, come tutte le opere di Egoyan, ma non del tutto appagante. Vincitore del Genie Award come miglior film canadese nel 1994.

eXistenZ

Una pellicola assurda, ambientata in un prossimo futuro: una creatrice di giochi virtuali si trova intrappolata in una delle sue stesse invenzioni con un uomo che dovrebbe proteggerla. A un certo punto, i due si chiedono come fare per uscire dal gioco, ma per lo spettatore è molto più semplice uscire dal film. Cronenberg è anche co-sceneggiatore di questa stupida macchinazione.