Nel mio amore

Ho molta simpatia per Susanna Tamaro e per le sue ostinate passioni, ma credo anche che sia molto più brava a descrivere la disgrazia che non la grazia, o meglio lo stato di grazia. La tematica religiosa, nel cinema, quando non si è Dreyer, Bergson o, in altro modo, Bergman, finisce sempre per puzzare di parrocchia.

Ho terribili ricordi di proiezioni da oratorio di film francesi ulcera-coscienze d’epoca, tipo
Dio ha bisogno degli uomini, Lo spretato
e così via. Ecco, il film di Susanna Tamaro, con tutto il rispetto per un talento straordinario, mi ricorda un po’ quel cinema e quell’atmosfera. La Tamaro descrive un inferno strindberghiano, un carcere esistenzial-familiare che ha una sua tragica conclusione nella morte di due elementi: il figlio ucciso incidentalmente dal padre e la successiva morte per infarto di costui. Tutto questo appartiene ai flashback, mentre il presente è la donna rimasta sola, una bravissima Maglietta, su cui la regista tesse una serie di dolenti primi piani, molto efficaci a rendere lo strazio della solitudine e del senso di colpa. L’altra figlia, che non l’ha mai amata, non risponde al cellulare. A questo punto la donna attraversa una serie di segni voluti dal destino, che qui si chiama Provvidenza, come l’incontro nel bosco con un coetaneo; anche lui è solo, gli sono morti per un incidente da lui causato la moglie e la figlia.

Qui la storia potrebbe avere due soluzioni, una lectio facilior, di tipo hollywoodiano, prevederebbe che i due si mettano insieme; L’altra, difficilior, più lambiccata, più europea, proporrebbe una chiusa melanconica per l’impossibilità di entrambi di dimenticare il passato.

Ma lo spiritualismo di Susanna Tamaro, nutrito di cristianesimo panteista – per lo meno dal punto di vista filmico, per il modo in cui la macchina da presa si dilunga e si ferma e fa partecipe la natura della vicenda – opta per una terza soluzione, che non racconto per non sciupare la sorpresa, ma che scarta l’incontro supposto. In compenso la figlia risponde al telefono.
(lafcadio)

Velocità massima

Stefano ha un’officina. Fa il meccanico, non ha una lira (gli euro non c’erano ancora) e un sacco di debiti in banca. La sera va all’Obelisco, all’Eur, da dove le macchine partono per gare notturne a 250 all’ora. Arriva nell’officina Claudio, 17 anni, che coi motori ci sa fare ma non vuole più stare col padre, e comincia a lavorare (gratis) con Stefano. Che gli fa da fratello maggiore, dandogli lezioni – teoriche – di vita. Claudio, un puro di poche parole, ha una storia con Giovanna, barista in un locale sulla spiaggia, un po’ fragile, un po’ puttanella, dal carattere parecchio inconsistente. Hanno qualche sogno, poche speranze. Non hanno ancora vent’anni e tirano a campare tra la borgata romana e Ostia. Uno spaventoso rosso in banca costringe Stefano a puntare tutto su una corsa notturna con l’auto che Claudio ha contribuito a «elaborare»…
Film d’esordio di Daniele Vicari che ritrae uno spicchio della generazione dei ventenni di Roma, e giù di lì. Generazione di ragazze vestite tutte come moda (povera) comanda, di ragazzi che si arrangiano senza ammazzarsi di fatica, che vedono nei soldi (pochi) il riscatto da un’origine familiare modesta. Ma che a loro non basta più. Ma soprattutto è una generazione di ragazzi che hanno la passione delle auto, che Vicari aveva già analizzato in un documentario. Li conosce, ma non li giudica. Perché quella delle corse clandestine in un deserto notturno e cementificato come quello dell’Eur è una passione come tante altre. Che non finisce (qui) ancora in ossessione o pericolo mortale. Sono ragazzi così, che non sanno, o non possono, guardare-sognare-osare troppo in là. Omologati nei loro pensieri a corto raggio. Intruppati, ma fondamentalmente solitari nei loro egoismi piccoli piccoli. Stefano, un Valerio Mastandrea proprio bravo, figlio di un operaio in pensione, che si mette l’abito bello per andare in banca, è un opportunista come tanti altri. Gli serve la mamma per intercedere con papà per un prestito (e per lavare la biancheria sporca…) e allora si fa vivo. Gli serve la ragazza… Gli serve l’aiuto dell’amico. E non importa se per vincere una gara perde l’amico. Perché il sorriso finale di Stefano-Mastandrea ti lascia nel dubbio che un buco in banca tappato in extremis, del resto, sia più utile di un’amicizia vera… E lasciamo stare il monologo da macho de borgata con le istruzioni per l’uso delle donne. Si ride, perché è un discorso divertente. I ragazzi spettatori l’hanno già imparato a memoria. Ma che squallore… Vicari racconta quello che conosce. Azzarda, lodevolmente, montaggi accelerati, riprese delle corse in primo piano, corse da videogame. Ma è, forse, l’animo umano che gli interessa di più. Sufficiente per un debutto.

Il ladrone

Duemila anni fa, in Galilea, il giovane Caleb tira a campare rubando pecore e fingendosi mago per ingannare i poveri contadini. Testimone diretto della trasformazione dell’acqua in vino operata da Gesù, Caleb vede in quest’ultimo un concorrente più bravo. Tratto da un romanzo dello stesso Pasquale Festa Campanile, il film oscilla tra dramma e commedia, con qualche momento azzeccato, ma anche diverse cadute di stile e un cast decisamente non all’altezza della situazione.
(andrea tagliacozzo)

Il medico della mutua

Un giovane e ambizioso medico seduce la moglie di un collega per ottenere la lunga lista di mutuati appartenente al quasi defunto marito della donna. Divertente (ma allo stesso tempo desolante, visto l’argomento) satira dell’ambiente ambulatoriale orchestrata con abilità dal regista Luigi Zampa e da un istrionico Alberto Sordi, perfettamente a suo agio nei panni dell’ambizioso ruffiano senza scrupoli. Un anno più tardi, l’attore romano tornerà ad indossare gli stessi panni in
Il prof. dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste, convenzionata con le mutue
.
(andrea tagliacozzo)

Occhio alla penna

A Yucca City, un misterioso avventuriero, accompagnato da un indiano di nome Girolamo, a causa di un equivoco viene scambiato per un dottore. L’uomo, che riesce a cavarsela in questa inedita veste, decide di approfittare della situazione e rimane nella cittadina in qualità di medico. Si ritroverà a difendere gli abitanti di Yucca da una banda di fuorilegge. Ennesimo prodotto del sodalizio Bud Spencer-Michele Lupo. Dignitoso, come gli altri, ma niente di più.
(andrea tagliacozzo)