Il momento di uccidere

Una coppia di bianchi sbandati violenta e massacra una bambina nera nel Mississippi. Il padre della piccola li uccide mentre vengono portati in tribunale per l’udienza preliminare. Difenderà l’uomo un giovane avvocato bianco con un’assistente d’eccezione, la bellissima studentessa di legge Sandra Bullock. Ma se la dovrà vedere con un arrogante e cattivo pubblico ministero (Kevin Spacey). Ci sarà un processo e l’avvocato riuscirà a dimostrare l’infermità mentale del padre assassino, facendolo assolvere… Drammone tratto da un romanzo di John Grisham dove si mescolano tutti i temi possibili: razzismo, giustizia, famiglia … in una carambola di improbabili avventure tra Ku Klux Klan, omidici, violenze, incendi, vendette, ricatti, minacce. Vincerà la giustizia, ma che fatica arrivare alla fine.

Jackie Brown

Un gangster nero cerca di mettere a segno un colpo col traffico d’armi, in società con un altro vecchio del giro e con la complicità di una hostess, Jackie Brown: ma lei fa il doppio gioco. Una guerra tra poveri, con in sottofondo la struggente storia d’amore crepuscolare tra l’attempato gangster Max Cherry (Robert Forster) e la matura Jackie (interpretata da Pam Grier, regina della blaxploitation anni Settanta). Costruito a flashback, ma sobri e assolutamente… anti-tarantiniani, un film saggio e maturo, firmato da un regista vero: rimangono pochi dubbi sulla statura di autore di Tarantino, che qui è sfigato e notturno, cinefilo assolutamente non esibizionista, direttore di attori sopraffino, magistrale creatore di atmosfere e di suspence. Da ricordare il ripescaggio di Forster e della Grier, il meraviglioso controruolo inventato per De Niro (ma esistono controruoli per De Niro?), le calibrate prestazioni di Bridget Fonda e Samuel L. Jackson.
(emiliano morreale)

No Good Deed

Un agente di polizia, dedito ai furti di auto rubate, con un’insolita passione per il violoncello e per la musica, deve andare in cerca della figlia di un’amica scomparsa da giorni. Casualmente si imbatte in una banda, un po’ maldestra e nervosa, di truffatori. I malviventi lo rapiscono e lo inseriscono, suo malgrado, nelle dinamiche della banda. Tra i delinquenti c’è anche una bellissima donna, Erin, professoressa di pianoforte e grande manipolatrice dell’animo maschile. Tra il poliziotto e la donna scatta una scintilla, fino al momento della truffa, quando… Brutto, brutto, brutto. Un brutto film, grottesco, involontariamente comico, surreale, senza una minima idea e di una prevedibilità disarmante. Ma perché Samuel L. Jackson si è invischiato in un progetto del genere? Forse solo per soldi? Ma allora, secondo questo principio, vale davvero tutto. L’accattivante presenza sullo schermo della Jovovich non riesce comunque a lenire il fastidio per la sceneggiatura e i dialoghi, al limite dell’imbarazzo e dell’offesa verso lo spettatore. Non sappiamo se sconsigliarlo o se invitare ad andare al cinema per vedere un perfetto esempio di brutto e inutile film. Ma, considerando i prezzi dei biglietti, forse è meglio andare a vedere altro.
(andrea amato)

xXx

Xander Cage è un amante del brivido, un campione degli sport estremi che si diverte a sfidare le autorità. Dopo l’ennesima bravata, Xander rischierebbe la galera, se non fosse per Augustus Gibbons, dirigente della segretissima NSA (National Security Agency), che vuole servirsi di lui per una importante e rischiosa missione a Praga. Xander dovrà infiltrarsi tra le fila di un’organizzazione chiamata Anarchy 99 che minaccia di distruggere il mondo. Il film di Rob Cohen avrebbe potuto chiamarsi «007 per caso». XXX è infatti una versione coatta e pompata agli estrogeni della serie di James Bond. Ma al contrario della saga tratta dai romanzi di Ian Fleming, che da almeno venticinque anni sembra incapace di sfornare un prodotto decente (l’ultimo episodio veramente riuscito, La spia che mi amava, risale al 1977), questo simpatico spoof funziona, diverte e ha la saggezza di spingere il pedale sul versante dell’azione inventandosi alcune sequenze di notevole impatto spettacolare (memorabile per follia ed esecuzione quella della valanga). Certo, la vicenda è formulaica e in alcuni momenti sfiora l’idiozia, ma ha il film ha il merito di non prendersi troppo sul serio, di stemperare tutto nell’ironia e, una volta tanto, di fregarsene altamente della verosimiglianza, soprattutto nella costruzione coreografica degli stunt e delle scene d’azione. E poi può contare sul carisma di Vin Diesel, film dopo film sempre più sicuro e sfrontato. Asia Argento non sfigura, almeno come presenza scenica, anche se sarebbe curioso vederla nella versione inglese, in presa diretta, dato che l’auto-doppiaggio non sembra averle giovato. (andrea tagliacozzo)

Gli Incredibili

Film della Pixar in animazione computerizzata: una famiglia di supereroi vive sotto un programma di protezione testimoni e deve reprimere i propri superpoteri… finché un anonimo cliente si rivolge a Mr. Incredibile per avere una mano. Inizia come una commedia tagliente, poi si trasforma in un film d’azione stile fumetto: ne consegue uno slittamento del tono e un allungamento della storia, ma alla fine tutto va a posto. Il regista-sceneggiatore Bird fornisce la voce alla designer Edna Mode, e vi è un cammeo (che è anche un tributo) di Frank Thomas e Ollie Johnston, leggendari “cartoonist” della Disney. Oscar come miglior film d’animazione e per gli effetti sonori. Digital Widescreen.

Pulp Fiction

Pulp Fiction

mame cinema PULP FICTION - STASERA IN TV IL CULT DI TARANTINO scena
Una scena del film

Terzo e ultimo capitolo della trilogia pulp di Quentin Tarantino, Pulp Fiction (1994) consiste in un intreccio di storie collegate tra loro, ma presentate non in ordine cronologico. I protagonisti sono Vincent Vega (John Travolta), Jules Winnfield (Samuel L. Jackson), Mia Wallace (Uma Thurman),  Winston Wolf (Harvey Keitel), Butch Coolidge (Bruce Willis) e Marsellus Wallace (Ving Rhames). Lo stesso Tarantino appare nel film nel ruolo di Jimmie Dimmick.

Tra malavita e situazioni assurde, il film presenta un manierismo che è ben oltre il citazionismo e lo stile-videoclip degli anni Ottanta: Tarantino non cita, piuttosto se gli serve copia. Non ci sono innovazioni narrative, eppure la pellicola è ormai un cult della storia del cinema. Le inquadrature sono lunghe e tortuose, il montaggio è frenetico ma non spezzettato, le sceneggiature sono di ferro, in tutto il film non si vede mai un televisore né una cinepresa. Il cuore del suo cinema sta nella particolare stimmung che circonda la cinefilia e il senso di morte, nell’uso ormai completamente disinvolto dei materiali.

Curiosità

  • Scritto da Tarantino e Roger Avary, il film è stato diretto solo dal primo: Avary si stava dedicando in quel periodo alla sceneggiatura e alla regia di Killing Zoe, il suo esordio alla regia.
  •  Samuel L. Jackson ha definito il lavoro con Quentin Tarantino come «qualcosa di assolutamente straordinario», considerando il regista come «un’enciclopedia del cinema vivente».
  • Per quel che riguarda lo stile, Tarantino ha ammesso di essersi ispirato a grandi personaggi come Alfred Hitchcockma anche a registi di spicco del cinema noir come Don Siegel o Jean-Luc Godard.
  • In un’intervista, Tarantino ha dichiarato che secondo lui il motivo del successo di Pulp Fiction è rappresentato dalla scoperta che coglie di sorpresa lo spettatore. Più tardi dirà infatti che: «Una delle cose che preferisco nel raccontare storie come faccio io, è dare forti emozioni: lasciare che il pubblico si rilassi, si diverta e poi all’improvviso… boom!, voglio trasportarli improvvisamente in un altro film.»
  • La pellicola si è aggiudicata il premio Oscar e il Golden Globe per la Migliore sceneggiatura originale a Quentin Tarantino e Roger Avary.

Star Wars Episodio II – L’attacco dei cloni

La Repubblica è minacciata da un movimento separatista che cerca di uccidere Padmé Amidala. Intanto Anakin Skywalker ha 19 anni, dieci in più
dell’Episodio I – La minaccia fantasma,
ed è l’apprendista del maestro Jedi Obi-Wan-Kenobi. I due Jedi devono difendere l’ex principessa di Naboo, ora senatrice della repubblica. Obi-Wan gira per lo spazio indagando su chi mina la stabilità della Repubblica. Intanto Anakin protegge Padmè e tra i due nasce un amore, un sentimento ostacolato dalle loro vite: la donna è troppo dedicata al suo lavoro politico e il giovane apprendista Jedi non può per regola legarsi sentimentalmente a qualcuno. Obi-Wan scopre il complotto ordito dall’ex Jedi Conte Dooku, ma ormai la guerra sembra inevitabile e così sarà. Aspettando l’ultimo tassello. A tre anni
dall’Episodio I,
continua la saga di George Lucas che ci presenta un imponente opera che, nel 2005 con l’uscita del terzo episodio e sommando la prima trilogia del 1977-1980-1983, vanterà dodici ore di storia raccontata in sei episodi, tutti legati l’uno con l’altro, ma tutti autonomi. Il lavoro di una vita, che consacrerà il regista nell’Olimpo della storia del cinema. Un film appassionante, imponente, mastodontico, curato in ogni particolare, un vero kolossal. Girato interamente in digitale,
Episodio II
si candida a essere il nuovo campione d’incassi della stagione, soprattutto per questo ritorno di Lucas in stile
Ritorno dello Jedi,
dopo la poco convincente prestazione
dell’Episodio I
del 1999, andando a toccare i temi a lui cari e che hanno fatto la fortuna dei primi film: forza, introspezione, filosofia, democrazia e giustizia. I set utilizzati per le riprese sono stati: Australia, Inghilterra, Italia (lago di Como e Caserta), Tunisia e Spagna. Non rimane altro che godersi il film, ma in attesa del 2005 e dell’ultimo capitolo Lucas ha minacciato: «Il terzo episodio lo distribuirò solo ai cinema attrezzati per il digitale». E se lo dice lui c’è da crederci…
(andrea amato)

Astro Boy

Astro Boy è l’avventura-storia che descrive le origini di un supereroe. Nel futuristico mondo di Metro City, una splendente metropoli che si trova nel cielo, il brillante scienziato dott. Tenma decide di creare Astro Boy, affinché prenda il posto del figlio tragicamente scomparso. Lo scienziato programma la sua creatura con i più alti valori e con le migliori caratteristiche umane possibili, dotandola di straordinari super poteri. Ben presto, però, Astro Boy mostra di non essere in grado di soddisfare le aspettative del padre e il piccolo Robot deve affrontare la dura realtà di non essere umano. Tratto dall’omonimo famosissimo manga creato da Osamu Tezuka.

The Spirit

Denny Colt, un poliziotto assassinato che rinasce misteriosamente nei panni del combattente mascherato del crimine chiamato Spirit. Determinato a mantenere al sicuro la sua amata Central City, Spirit insegue i cattivi nell’oscurità e cerca di arrestare il peggiore: il megalomane psicopatico noto come Octopus. Nonostante la sua missione lo tenga molto occupato, l’affascinante crociato trova sempre il tempo per le belle donne, anche se lui non sa mai se loro vogliono sedurlo, amarlo o ucciderlo. Ma ce n’è una che non lo tradirà mai e a cui lui sarà sempre fedele: Central City, l’orgogliosa e vecchia metropoli in cui è nato… due volte.

The Man – La talpa

L’agente speciale Derrick Vann è sulle tracce dell’assassino del suo compagno ucciso brutalmente a Detroit. Le indagini rivelano che l’uomo era coinvolto in un colossale traffico di armi: Vann avrà solo un giorno per dimostrare la sua estraneità allo scandalo. Ma a causa di uno scambio di persona, si imbatte nel bizzarro Andy Fidler e…

Unbreakable-Il predestinato

David Dunn (Bruce Willis), il solo scampato a un terribile disastro ferroviario senza un graffio arriva a trovare il senso della propria vita dopo lunghi interrogativi e tanti dubbi, accompagnato nella comprensione e nell’accettazione di sé da uno strano individuo, Elijah Price (Samuel L. Jackson), nato con una disfunzione che rende le sue ossa fragili come il vetro. Dunn riesce così a dare finalmente un equilibrio e un significato a tutta la sua esistenza…
La deontologia critica non lo permetterebbe, ma non è semplice parlare di
Unbreakable
senza partire dallo svelamento finale, che attribuisce senso a una delle tracce poste dallo script. Ed è, per dirla tutta, l’unico senso – e l’unica traccia – che abbiamo apprezzato: la creazione di una mitologia moderna per mezzo di atti di terrorismo. Ma meno si dice meglio è, per non svuotare del tutto lo shock conclusivo… E con
Il sesto senso
– precedente fortunatissima pellicola di Shyamalan – alla mano, non ci vogliono grandi capacità divinatorie per capire come la sua messinscena ovattata e monocorde sia tutta tesa a una rivelazione che sigilla il racconto e dovrebbe scioccare il pubblico. Voleva così
Il sesto senso
, ma si trattava, a conti fatti, di una bufala. In
Unbreakable
, invece, il meccanismo funziona e il risvolto che chiude la storia ombreggia il film di nero rivoluzionario, e perfino pericoloso. Forse più sulla carta, a dir la verità: perché Shyamalan, prima dei titoli di coda, fa rientrare tutto in un contesto di «falsa realtà» che infastidisce non poco. Così come infastidisce l’asse di senso portante dell’intero film: capire, prima o poi, qual è il proprio posto e ruolo in questo mondo e in questa vita.Suona molto New Age, è in effetti lo è. Shyamalan non è uno stupido, ed è persino consapevole di molto cinema che conta degli ultimi tempi (quello, per intenderci, che annebbia la comprensione delle cose con ostacoli alla visione: tra i tanti,
In the Mood for Love
di Wong Kar-wai e
Yi Yi
di Edward Yang), intento com’è a riprendere i personaggi attraverso «impedimenti», ma non riesce a far a meno di una sceneggiatura a tratti imbarazzante. Jackson sfoggia una pettinatura inquietante, e Willis è – come sempre – bollito. Musica vergognosa di James Newton Howard.
(pier maria bocchi)

Johnny Suede

Pitt è perfettamente entrato nella parte di Johnny Suede, che sfoggia una stupenda banana alla Pompadour e sogna la celebrità come cantante pop alla Ricky Nelson. Un filmino intelligente, decisamente malinconico: si esprime al meglio nel mettere in contrasto il mondo di sogno di Johnny e la realtà che lo circonda.

Mo’ Better Blues

Bleek Gilliam è un grande trombettista, ma anche un egoista e un figlio di buonadonna. Tratta male le sue compagne e rischia di bruciarsi. Di certo il suo manager, arruffone e giocatore d’azzardo, non lo aiuta. Elegantissimo, sopraffino, magistrale e un po’ frigido come il jazz dei fratelli Marsalis che lo sostiene, fu il primo film «ripulito» del primo regista afroamericano di successo. Ed è anche un bel film: sincero, trascinante, dominato da una passione e da un ritmo notevoli. Certo, è un’operazione di grande compromesso, con una fotografia smagliante, attori bravissimi e bellissimi (tranne Lee stesso, che bello non è), una regia sinuosa… Insomma, perfino un po’ leccato e prevedibile. Ma possiede una sensualità vera, e ci trasporta in un mondo e in un mood che pochi hanno saputo raccontare.
(emiliano morreale)

Regole d’onore

William Friedkin è destinato a essere un regista controverso. Dopo essere stato il cineasta più odiato dalla critica di sinistra degli anni Settanta (forse solo Clint Eastwood sì è beccato la stessa quantità di insulti: basta ricordare le accuse di propaganda cattolica rovesciate su
L’esorcista
o quelle di fascismo per
Il braccio violento della legge
), Friedkin, con il declinare dei Seventies e con il cinema americano sempre più anemico, è diventato (inevitabilmente) un autore di culto. In questo senso,
Vivere e morire a Los Angeles
ha sancito la canonizzazione cinefila attesa da molti. Ma i seguenti
L’albero del male
e
Jade
sono stati trascurati dai più.
Regole d’onore
giunge nelle nostre sale quando la crisi in Medio Oriente sembra avviata verso un terribile punto di non ritorno. Friedkin, da straordinario moralista cinematografico qual è, licenzia un film terribile, feroce e visionario, che si offre come la più lucida disamina di una metafisica del Male mai osata dal cinema americano.

Ferocemente reazionario (già, Friedkin è un repubblicano…), decisamente antiarabo (accuse di filosionismo si sono levate durante la proiezione per la stampa),
Regole d’onore
giustappone – secondo un’inesorabile logica fulleriana – mondi in collisione. Riuscendo nel miracolo di non trarre conclusioni politiche dai suoi pregiudizi ideologici, Friedkin realizza, grazie al suo folle nichilismo, una pellicola che mette in luce tutto l’orrore e il prezzo pagato per tenere in piedi il cosiddetto «new world order». Talmente schierato da potersi permettere il lusso di far saltare in aria bambini, donne e anziani, il regista fissa il suo sguardo nell’orrore e non lo ritrae. Il marine interpretato da Samuel L. Jackson non è un esaltato: è un marine, l’americano per eccellenza. Le sue azioni sono il risultato di quella medesima ideologia, che impone il saluto alla bandiera e che stabilisce le «regole d’ingaggio».

Provocatoriamente, Friedkin si schiera con il suo marine e paradossalmente rivela il cuore di tenebra di un’America malata di testosterone patriottico. Non riconoscere che
Regole d’onore
è molto più utile di qualsiasi sciocchezza spielberghiana attualmente in circolazione significa non voler accettare il grado di complessità di un film forte e necessario. Friedkin, infatti, compie l’impresa di realizzare un’opera infinitamente complessa, che ci restituisce alla nostra libertà critica con tutto il peso che comporta il muoversi in quello che non è esattamente il migliore dei mondi possibili. Ma per chi ama i compitini preconfezionati come
I cento passi
e
Salvate il soldato Ryan
, con buoni e cattivi distribuiti secondo i canoni vigenti del politically correct, lo scandalo è garantito.
(giona a. nazzaro)

In My Country

Un giornalista del Washington Post viene inviato in Sudafrica per seguire i processi istruiti per punire i responsabili delle torture e degli assassini compiuti durante il periodo dell’apartheid. Durante le udienze fa la conoscenza di una scrittrice sudafricana bianca, sconvolta dalle violenze perpetrate ai danni dei neri. Sarà amore. Regista del discreto Il sarto di Panama, John Boorman cerca di raccontare gli anni dell’apartheid attraverso le testimonianze di coloro che, da entrambe le parti della barricata, hanno usato e subito violenza nei confronti dei propri simili. L’idea viene però ben presto annacquata dalla decisione di mettere in primo piano l’amore tra il giornalista nero e l’intellettuale bianca, raccontato con abbondanza di luoghi comuni. Samuel L. Jackson è a dir poco a disagio, mentre Juliette Binoche non riesce a rendere credibile il suo personaggio, ignaro fino all’assurdo di quanto avvenuto nel proprio paese. Inspiegabile, infine, la decisione di «tradurre» il titolo inglese con un altro titolo inglese. (maurizio zoja)

1408

Michael Enslin è uno scrittore di libri del brivido. Ha da poco portato a termine un sopraluogo in un albergo infestato dai fantasmi, ma nessuna traccia del sovrannaturale. Non che si aspettasse di trovarne: da anni infatti la sua visione del mondo si è fatta cupa e disillusa in seguito alla perdita di un affetto e l’alidilà esercita su di lui un fascino magnetico. Dopo la presentazione del suo ultimo libro, Mike riceve una misteriosa cartolina da New York in cui è raffiguarto il Dolphin Holtel: sul retoro la scritta “Non entrate nella 1408”. La prende come una sfida e allerta immediatamente il suo editore per assicurarsi una notte all’interno della stanza. Nonstante i primi rifiuti e i successivi inviti a rinunciare da parte della direzione dell’albergo, lo scittore riesce a farsi consegnare le chiavi della 1408. Chiusa la porta alle sue spalle, ha inizio l’incubo.

Basic

Cos’è successo durante l’ultima esercitazione del gruppo guidato dal sergente Nathan West? Perché i soldati dell’esercito statunitense si sono ammazzati l’un l’altro? Il comandante della base da cui il plotone era partito non sa che pesci pigliare e per condurre le indagini convoca un ex militare diventato agente della narcotici, temporaneamente sospeso dal servizio a causa delle sue equivoche amicizie. Assieme al capo della polizia militare dovrà interrogare gli unici due sopravvissuti e pervenire a una soluzione. Ognuno fornirà la propria verità ma cos’è accaduto veramente?

Un po’ thriller, un po’ film di guerra, la nuova pellicola di John McTiernan, il regista di
Die Hard,
riesce perfettamente nel suo dichiarato intento: tenere il pubblico con il fiato sospeso fino all’ultimo istante. I colpi di scena si susseguono a buon ritmo e quando la verità sembra a portata di mano, ecco un elemento che sposta gli equilibri e fa ripartire la giostra delle ipotesi finché un finale talmente a sorpresa da risultare eccessivo non manda tutti a casa. John Travolta e Samuel Jackson, i memorabili gangster di
Pulp Fiction,
sono un detective che ne ha viste troppe e un sergente di ferro stile
Full Metal Jacket,
ottimamente scelti dal regista per interpretare i due ruoli cardine del film. Se la cava bene anche Giovanni Ribisi nel ruolo di un soldato sopravvissuto alla strage mentre Connie Nielsen è un capitano troppo algido e affascinante per non risultare stereotipato. Eccessivi, secondo la stampa americana, anche il numero e la tipologia dei colpi di scena partoriti dalla fantasia dello sceneggiatore James Vanderbilt. Può darsi, ma
Basic
è un film godibile, ben confezionato e persino
politically correct.
Serve altro?
(maurizio zoja)

Snakes on a plane

Sean Jones (Nathan Philipps) ha assistito al brutale omicidio di un procuratore californiano commesso dal gangster Eddie Kim (Byron Lawson). Per questo viene messo sotto la scorta degli agenti dell’FBI Neville Flynn (Samuel L. Jackson) e John Sanders (Mark Houghton). I due agenti devono scortare Sean su un volo di linea da Honolulu fino a Los Angeles, luogo in cui deve testimoniare contro il pericoloso Kim. Questo però ha nascosto quattrocento serpenti velenosi nella stiva dell’aeroplano, pronti a invadere il veivolo e uccidere Sean.

I poliziotti di riserva

Ambientato a New York. La vicenda dei due detective Allen Gamble (Will Ferrell), che in qualità di revisore dei conti ama trascorrere il suo tempo tra le scartoffie piuttosto che affrontare la vita di strada, e di Terry Hoitz (Mark Wahlberg), un ragazzo dai modi un pò ruvidi che, dopo lo sfortunato incontro con Derek Jeter, è stato affiancato ad Allen come suo collaboratore. I due vengono messi insieme per formare una nuova coppia di lavoro, ma le loro rispettive reputazioni non sono certo tra le migliori nel dipartimento. I loro idoli sono due loro super-colleghi, Danson e Manzetti, e quando hanno finalmente la possibilità di mettersi in luce e conquistare credibilità, le cose non si mettono proprio per il meglio

Iron Man 2

Nonostante la sua ‘doppia identità’ sia ormai stata svelata pubblicamente, il miliardario Tony Stark rifiuta di collaborare con l’esercito, che vuole usufruire della sua tecnologia esclusivamente per fini bellici.
Ma Stark non dovrà aspettare troppo tempo per reindossare nuovamente la sua armatura. E’ in arrivo infatti il suo nuovo nemico: Whiplash.

L’Esorcista III

L’ispettore di polizia Scott deve far luce su una serie di raccapriccianti omicidi, senza dubbio opera di un serial killer che era stato giustiziato la stessa notte in cui si era compiuto l’esorcismo del primo film. Parte bene, ma diventa sempre più assurdo e confuso fino all’autodistruzione. Esempio lampante di rattoppamento in post-produzione.

Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…I cavalieri Jedi Anakin Skywalker e Obi-Wan Kenobi liberano il cancelliere Palpatine, ostaggio del malvagio generale Grevious. Accolto da eroe al suo ritorno a casa, Anakin si trova a fare i conti con la doppia vita sin lì condotta. Da un lato è infatti un valoroso Jedi, dall’altro è segretamente sposato alla bellissima Padmé Amidala. Quest’ultima è incinta e una notte Anakin sogna la sua morte durante l’imminente parto. Facendo leva sulla paura di Anakin di perdere l’amatissima moglie, Palpatine gli rivela il lato oscuro della Forza. L’unico che, secondo l’ambiguo cancelliere, gli permetterebbe di salvare la vita a Padmé.

La vendetta dei Sith, terzo e ultimo prequel della saga di
Guerre stellari,
è l’episodio migliore fra quelli che raccontano gli antefatti della saga iniziata nel 1977. Se in
La minaccia fantasma
Lucas aveva puntato più sugli effetti speciali che sulla sceneggiatura e ne
L’attacco dei cloni,
girato dopo l’11 settembre, aveva inserito chiare allusioni alla situazione politica mondiale, in questo terzo episodio le vicende dei protagonisti della saga tornano al centro del film, così come nella prima trilogia. «Tutti i pezzi vanno a posto, consentendo di fare tutti i collegamenti», ha detto a ragione il regista. La vendetta dei Sith è anche il prequel che verrà maggiormente apprezzato dai fan della prima trilogia, che scopriranno come e perché il prode Anakin Skywalker, vinto dal lato oscuro della Forza, si trasforma nel malvagio Dart Fener. È proprio la Forza (definita da Paolo Mereghetti una «sorta di aggiornamento hollywoodiano delle filosofie sull’élan vital di Bergson e l’inconscio collettivo junghiano, mescolato con influenze orientali e suggestioni cavalleresche e medievali») il vero protagonista del film, motore delle azioni dei personaggi in grado di utilizzarla. Da molti punti di vista, sostiene ancora a ragione Lucas, gli eventi raccontati nel film modificheranno l’idea che il pubblico si è fatta della storia narrata nella prima trilogia. «Riguardare tutta la serie – ha detto ancora il regista – sarà un’esperienza completamente differente». Ma anche chi non vorrà passare ore e ore davanti allo schermo, ci permettiamo di aggiungere noi, difficilmente rimarrà deluso dal sesto e ultimo episodio.

La terrazza sul lago – La casa dei sogni, un vicino da incubo

Chris e Lisa Mattson (Patrick Wilson e Kerry Washington) si sono appena sistemati nella loro dimora di periferia, quando diventano il bersaglio del loro vicino (Samuel L. Jackson), un rigido poliziotto del LAPD, severo padre single, che si è autonominato sorvegliante del vicinato. I suoi servizi di pattuglia a piedi di notte e il suo sguardo sempre attento portano conforto ad alcune persone, ma lui si dimostra sempre più fastidioso nei confronti dei giovani sposi. Queste continue intrusioni nella loro vita, alla fine, diventano tragiche quando la coppia decide di reagire.

Out of Sight

Jack Foley (George Clooney) ha messo a segno più di duecento rapine in banca, non ha mai usato armi ed è finito in galera solo tre volte. Sta rapinando l’ennesimo sportello, ma quando sta per scappare (con molta calma) l’auto non parte. Finisce in prigione a Miami. Evade. Guarda caso proprio all’uscita della buca scavata sotto il penitenziario c’è l’agente dell’Fbi Karen Sisco che spara agli evasi. Lui se la cava e Buddy, il suo complice, nasconde evaso e sceriffa nel bagagliaio dell’auto. Sono stretti stretti, ma parlano di cinema. Si piacciono, è evidente. Anzi, lei lo sognerà in atteggiamenti romantici. Ma Jack va per la sua strada, anche perché quando era carcerato aveva pensato a un grosso colpo a Detroit. Con Buddy, tenta la grossa rapina a un pezzo grosso finito a sua volta in prigione per insider trading, ma con diamanti grezzi per milioni di dollari nella vasca dei pesci di casa. Ci provano. Intanto la bella Jennifer, detective con mini tubino e spacco, è sulle loro tracce. E sarà proprio lei a catturare il bel Jack. Ma forse una prossima evasione…
Un poliziesco rosa dalla trama un po’ complicata, con molte assurdità (flash-back, scene immaginate…), che si regge soprattutto sui due bellissimi di Hollywood: George Clooney (che Soderbergh dirigerà nel 2001 in
Ocean’s Eleven
) e la cantante-attrice Jennifer Lopez. Qualche risata, per una trama un po’ troppo scontata (soprattutto per la parte romantica) fin dall’inizio. Per il regista, la rinascita dopo
Sesso, bugie e videotape
del 1989. Ruoli cameo di Michael Keaton e Samuel L. Jackson.