Il grande uno rosso

Durante la seconda Guerra Mondiale, un sergente americano passa da un fronte all’altro (dalla Tunisia alla Sicilia, dalla Normandia al fronte orientale) assieme a quattro soldati, con i quali forma un leggendario reggimento di fanteria. Racconto parzialmente autobiografico del regista Samuel Fuller, che ha realmente combattuto durante l’ultima guerra seguendo un itinerario analogo a quello del protagonista. Un film di grande impatto visivo ed emotivo (indimenticabile la sequenza, sobria e tutta in sottrazione, della scoperta dei campi di sterminio), antimilitarista, ma senza inutili didascalismi. Le scene ambientate in Sicilia in realtà sono state girate in Israele.
(andrea tagliacozzo)

Il corridoio della paura

Un giornalista si fa internare in un manicomio per investigare su un caso di omicidio avvenuto nell’istituto. Mentre prosegue con le indagini, l’uomo, turbato dall’atmosfera tetra e angosciosa del luogo, rischia di impazzire. Scritto diretto e prodotto da Samuel Fuller, un film d’incredibile impatto emotivo e visivo, allucinata discesa nei meandri della follia umana. La splendida fotografia del film è curata da Stanley Cortez, prezioso collaboratore di Orson Welles in
L’orgoglio degli Amberson
.
(andrea tagliacozzo)

L’urlo della battaglia

Birmania, seconda guerra mondiale. Un gruppo di guastatori, alle direttive del generale di brigata Frank Merrill, deve impedire che le truppe tedesche si uniscano a quelle giapponesi. La marcia continua faticosa e insensata attraverso foreste tropicali, resti di templi buddhisti, piccoli villaggi di contadini, mentre gli agguati, le malattie e la fatica decimano la truppa. Il comando obbliga Merrill ad avanzare, benché allo stremo delle forze e malato di cuore… Samuel Fuller è uno dei cineasti fondamentali del dopoguerra, una personalità capace di colmare il grande divario rappresentativo esistente tra Hollywood e il resto del mondo. Forse per questo è stato adorato dagli autori europei, che lo hanno omaggiato invitandolo nei propri film: Godard in
Pierrot le fou
(1965), Wenders in
L’amico americano
(1977), e così via… Fuller è stato un traghettatore. Ha navigato da una sponda all’altra dell’immaginario cinematografico, e la sua zattera è stata il film di guerra. Guerra sporca, ripugnante, orrendamente massificata da entrambe le parti in causa. Non più alleati e nemici, vincitori e vinti, buoni e cattivi. Semplicemente, un manicomio all’aperto. Come in
Il grande uno rosso
(1980), dove una finta infermiera sgozza militari tedeschi a tempo di valzer, anche in
L’urlo della battaglia
Fuller coreografa la follia bellica inscenando alcune grandiose visioni di combattimento e di morte. Al di là dell’umano e della dignità, rimane il compito da assolvere: come bestie, come una mandria mandata al macello. Un capolavoro incontestabile, manomesso nel finale dalla produzione.
(francesco pitassio)

Superbo classico del cinema bellico, firmato dal più grande, cinico e disilluso maestro del genere,
L’urlo della battaglia
obbedisce molto meno di quel che sembra ai canoni patriottici di tanti film sulla seconda guerra mondiale. Nella strategia di seguire la lunga marcia nella giungla di un plotone di stremati soldati americani, impegnati in una missione impossibile, c’è la volontà di Fuller di mostrare l’aspetto meno edificante di ogni conflitto. Non c’è ombra di retorica eroica nella storia dell’inflessibile – e a suo modo crudele – colonnello Merrill (l’insuperabile Jeff Chandler, che interpretò tre volte sullo schermo il ruolo di Cochise) e dei suoi uomini, e l’obiettivo verrà raggiunto solo attraverso la progressiva consunzione e disumanizzazione dei soldati. Un capolavoro che è servito da modello al recente
La sottile linea rossa
.
(anton giulio mancino)

I vampiri di Salem Lot

Un antropologo divorziato, per conquistare la stima del figlio adolescente, si trasferisce in una piccola cittadina del Maine. Incuriosito da alcune stranezze, l’uomo scopre che tutti gli abitanti del luogo sono dei vampiri. Ispirato al romanzo di Stephen King «»«Salem’s Lot», un horror curioso che agli ingredienti tipici del genere unisce una buona dose d’umorismo e una non celata metafora politica. In una parte di rilievo compare Samuel Fuller.
(andrea tagliacozzo)

Hammett – Indagine a Chinatown

Il primo film americano di Wenders è una vera chicca per gli amanti delle “detective story”: un adattamento del romanzo di Joe Gores sul coinvolgimento del celebre giallista Dashiel Hammett in una vicenda misteriosa (cui lo scrittore avrebbe attinto per i suoi successivi racconti). Impossibile chiedere di meglio a una ricostruzione degli anni Trenta: magnifico da vedere (e da ascoltare). La realizzazione ha richiesto diversi anni e corre voce che il produttore esecutivo Francis Coppola abbia rigirato gran parte del materiale, ma il risultato finale è inappuntabile.

Quaranta pistole

Tombstone è nella mani di Jessica Drummond, ricca proprietaria terriera, che si avvale di un esercito di quaranta uomini per compiere le sue prepotenze. Il governo, preoccupato per alcuni episodi di violenza verificatosi nella cittadina, decide di inviare sul posto l’agente Glenn Bonel per compiere alcune indagini. Un western d’autore, apparentemente ascrivibile nella tradizione del genere, in realtà realizzato con uno stile molto moderno da un grande artigiano (nonché innovatore) della cinepresa come Samuel Fuller.
(andrea tagliacozzo)

Lo stato delle cose

Un giallo affascinante anche se discontinuo per Wenders, incentrato su quello che accade mentre una troupe cinematografica in Portogallo tenta di completare un remake di Il mostro del pianeta perduto di Corman. Interessante come sbirciatina dietro le quinte della realizzazione di un film, e come omaggio a Corman.