Animali fantastici e dove trovarli

Animali fantastici e dove trovarli

mame cinema ANIMALI FANTASTICI E DOVE TROVARLI - STASERA IN TV scena
Newt Scamander interpretato da Eddie Redmayne

Diretto da David Yates, Animali fantastici e dove trovarli (2016) è ambientato nel 1926. Lo studioso di creature magiche britannico Newt Scamander (Eddie Redmayne) sosta a New York durante il suo viaggio. Ma uno Snaso, una essere attratto dagli oggetti preziosi e da tutto ciò che luccica, scappa dalla sua valigia, nella quale sono contenute numerose creature magiche. Scamander tenta perciò di riacciuffare lo Snaso, coinvolgendo tuttavia anche un Babbano e altri personaggi.

Quali altre avventure vivrà lo studioso? E quale legame si creerà tra il mondo Babbano e quello magico? Sarà possibile una sorta di coesistenza o è meglio tenere le due realtà ben separate?

Nel cast anche Dan Fogler, Colin Farrell, Alison Sudol, Katherine Waterston, Jon Voight, Ezra Miller, Samantha Morton, Carmen Ejogo e Johnny Depp.

Curiosità

  • Il film è ispirato all’omonimo romanzo di J.K. Rowling, la quale ha scritto anche la sceneggiatura cinematografica.
  • Johnny Depp e Colin Farrell interpretano lo stesso personaggio, cioè Gellert Grindelwald, il famigerato mago oscuro.
  • Nell’aprile 2015 Variety riporta che Eddie Redmayne è il favorito dallo studio per il ruolo di Newt Scamander. Anche Matt Smith e Nicholas Hoult vengono considerati per il ruolo. Nel giugno 2015 Katherine Waterston entra nel cast nel ruolo di Tina Goldstein, ruolo per il quale sono state prese in considerazione anche Kate Upton ed Elizabeth Debicki.
  • Animali fantastici e dove trovarli ha incassato $234 milioni in Nord America e $580 milioni nel resto del mondo, per un totale di $814 milioni a fronte di un budget di $180 milioni.
  • Su Rotten Tomatoes il film ha un indice di gradimento del 73% basato su 267 recensioni, con un voto medio di 6.8 su 10. Il commento del sito recita: Animali fantastici e dove trovarli attinge dalla ricca mitologia di Harry Potter per offrire uno spin-off che impressiona, riuscendo a creare un nuovo magico franchise”.

Cosmopolis

New York è piombata nel caos, mentre l’epoca del capitalismo si avvicina alla conclusione. Eric Packer, un golden boy dell’alta finanza, entra in una limousine bianca. Mentre una visita del Presidente degli Stati Uniti paralizza Manhattan, Eric Packer ha un’ossessione: farsi tagliare i capelli dal suo barbiere, che si trova dall’altra parte della città. Durante la giornata, scoppia il caos e lui osserva impotente il crollo del suo impero. Inoltre, è sicuro che qualcuno voglia assassinarlo. Quando? Dove? Saranno le 24 ore più importanti della sua vita.

Minority Report

Washington 2054. La Pre-Crime, unità speciale del Dipartimento della Giustizia, è in grado di prevedere gli omicidi prima che questi avvengano grazie a tre veggenti chiamati Pre-Cog che vivono in una sospensione liquida. Le loro premonizioni vengono trasmesse a un sistema video che permette di rintracciare il tempo, il luogo e, soprattutto, i responsabili delle future uccisioni. Il reparto è comandato da John Anderton, un uomo che si è dedicato con grande impegno al suo lavoro dopo la sparizione del figlio, rapito e probabilmente ucciso sei anni prima da uno sconosciuto. Una delle visioni dei Pre-Cog rivela ai monitor un nuovo omicidio: l’autore dello stesso sarà proprio John che per evitare l’arresto decide di fuggire, quasi certo di essere vittima di una diabolica macchinazione. Tratto da un racconto di Philip K. Dick (tanto per capirci, l’autore che ha ispirato Blade Runner e Atto di forza), Minority Report sembra quasi essere una prosecuzione naturale di A.I. – Intelligenza artificiale; anzi, paradossalmente sembra addirittura più kubrickiano del precedente (che era ispirato, come è noto, da un soggetto firmato dall’autore di Eyes Wide Shut), sia per alcune soluzioni della messa in scena (si veda la sequenza con Peter Stormare nei panni di un chirurgo clandestino) che nell’approccio ad alcune tematiche di fondo (come il libero arbitrio, affrontato da Kubrick nel suo Arancia meccanica, esplicitamente citato da Spielberg nella stessa sequenza). Minority Report è il più impegnato dei film commerciali di Steven Spielberg (o il più commerciale dei suo film «impegnati»), un film di genere a tutti gli effetti, ricco di suspense e d’azione, ma altrettanto prodigo di spunti e riflessioni: sui pericoli e gli abusi della tecnologia, sulla presunta infallibilità della Giustizia, sulla fine completa di ogni privacy (i cittadini vengono controllati e riconosciuti tramite gli occhi, salutati da invitanti spot tridimensionali, proprio come gli internauti sono oggigiorno controllati tramite l’indirizzo IP navigando sul Web). Non manca, infine, l’elemento umano, la commozione, fondamentale in Spielberg, costituito dallo struggente dolore della perdita di un figlio, quasi un rovesciamento del tema portante di A.I., dove era invece il piccolo David, essere artificiale, a soffrire dell’assenza della madre. Il tutto filtrato attraverso la maestria tecnica del regista, capace ancora di stupire, ammaliare e girare numerosi pezzi di bravura: una per tutte, la sequenza, realizzata quasi completamente dall’alto, dei ragni elettronici partiti in uno stabile fatiscente alla caccia del protagonista. (andrea tagliacozzo)

The Libertine

Inghilterra, fine XVII secolo. Carlo II (John Malkovich) è un monarca autoritario ma incline alle arti in voga nelle corti europee di allora: la danza, il canto e il teatro. Mentre il regno è in lotta con il sempre più potente parlamento, il re richiama a corte il Conte di Rochester (Johnny Depp), libertino, illustre poeta e artista maledetto, in precedenza espulso da Londra per oltraggio al re. Eccellente scrittore di poesie, amante smodato del teatro, autore di versetti osceni e pungenti, alcolizzato, e ossessionato dal sesso e dalla perversione che impazzano a corte, John Wilmot, questo il suo vero nome, torna alla lugubre e fangosa Londra, felice di potersi dedicare ai suoi passatempi prediletti: le donne, l’alcool e il teatro. Il re gli affida la composizione di una piéce teatrale in occasione della visita di un ministro francese ma il conte, in pieno delirio estatico, mette in scena un monologo sulla vagina e sul pene. Costretto alla latitanza, gravemente malato di sifilide, si converte a Dio e dopo aver prestato soccorso al re detronizzato, muore glorificato da un’opera teatrale interamente dedicata alla sua vita. 

Accordi e disaccordi

Dopo aver tentato di aggiornare il proprio cinema con passerelle di star e autoanalisi spietate quanto compiaciute, Woody Allen pensa bene di rifugiarsi nella sua più autentica passione: il jazz. Accordi e disaccordi è il ritratto di Emmet Ray, personaggio di fantasia definito da critici veri come «il miglior chitarrista del mondo dopo Django Reinhardt». Come già in Zelig , l’artificio serve ad Allen per raccontare la verità dell’ossessione, ma qui le ambizioni sono più limitate: attraverso la figura di Ray, genio sconclusionato e immaturo, pateticamente ridicolo quando non impugna una chitarra, passa evidentemente una riflessione sul rapporto arte-vita che però non appesantisce mai né il racconto né il divertimento. Ai critici non è piaciuto e in America è stato un flop, ma è il miglior Allen dai tempi di Crimini e misfatti. I jazzofili apprezzeranno lo score di Dick Hyman e la gustosissima ricostruzione di un soundie, cioè uno di quei cortometraggi musicali in voga negli anni Trenta e Quaranta. (luca mosso)