Il mucchio selvaggio

Molti cinefili piangono, alle pellicole di Peckinpah: quando Randolph Scott non vuol farsi vedere da Joel McCrea mentre muore (
Sfida nell’Alta Sierra
), o quando Warren Oates inveisce sulla tomba della donna amata (
Voglio la testa di Garcia
). Anche il suo capolavoro,
Il mucchio selvaggio
, si vede con un groppo in gola: un film di violente emozioni e un barbaro monumento a un’America che scompare. I protagonisti sono banditi che cercano riscatto, reietti come solo il cinema americano di quegli anni poteva permettersi di mostrare (mentre Peckinpah gira, a Woodstock suonano); ma quando entrano nel villaggio messicano al suono della «Golondrina» siamo oltre il limite del melodramma. Peckinpah è forse l’ultimo vero regista americano: al suo confronto persino Clint Eastwood è un auteur europeo, da «Cahiers du cinéma». Il mucchio selvaggio dà la vertigine, attraversa le vene dell’America, e nello sbalorditivo massacro finale (uno dei picchi della storia del cinema statunitense), partito da John Ford, giunge fino a Jackson Pollock.
(emiliano morreale)

Getaway

Il giovane Doc viene scarcerato grazie all’intervento di un sordido politicante che lo costringe a compiere, per suo conto, un’audace rapina in banca. Il colpo riesce alla perfezione. Uno dei componenti della banda vorrebbe appropriarsi dell’intero bottino, ma viene prontamente eliminato da Doc. Da un romanzo di Jim Thompson (adattato per il grande schermo dal debuttante Walter Hill), un film d’azione in puro stile Peckinpah, inevitabilmente violento, con uno Steve McQueen al massimo della forma. Splendida la sparatoria finale nell’hotel. Nel ’94, Roger Donaldson ne ha realizzato un assurdo remake interpretato da Kim Basinger e Alec Baldwin.
(andrea tagliacozzo)

Sfida nell’Alta Sierra

Ricevuto l’incarico di trasportare un’ingente quantità d’oro da Cedar Creck a Sacramento, il maturo pistolero Steve assolda come scorta il vecchio amico Gil e il giovane Heck. Ma i due, in realtà, meditano di appropriarsi del prezioso carico. Uno dei migliori western di Sam Peckinpah, benché privo dell’esplicita violenza che caratterizzerà i suoi lavori successivi. I protagonisti, non più giovanissimi ma straordinari, gettano un ponte ideale tra la vecchia epopea del genere e la mutazione crepuscolare a cui il western andrà incontro negli anni seguenti (anche grazie alle innovazioni dello stesso Peckinpah). Il film segnò contemporaneamente il debutto sul grande schermo della Hartley e l’addio al cinema di Randolph Scott.
(andrea tagliacozzo)

Cane di paglia

Un giovane e mite professore di matematica si trasferisce, assieme alla moglie, in un paese della Cornovaglia. Annoiata dall’eccessiva tranquillità della campagna, la ragazza comincia a civettare con quattro giovanotti del luogo che, approfittando di una momentanea assenza del marito, la stuprano. Tratto dal romanzo The Siege of Trencher’s Farm di Gordon M. Williams, il film, a prescindere dai suoi molti meriti, è diventato celebre per la sua violenza, un tema che ricorre in quasi tutti i lavori di Sam Peckinpah. Lo stile del montaggio – decisamente innovativo – è quello tipico del regista, frammentato e non necessariamente consequenziale.
(andrea tagliacozzo)

Osterman Weekend

Un intervistatore televisivo viene reclutato dalla Cia per smascherare un’organizzazione spionistica russa nella quale militano tre suoi amici. L’occasione per agire si presenta durante il tradizionale fine-settimana che come ogni anno i quattro riservano a una simpatica rimpatriata. Ultimo film diretto da Sam Peckinpah prima della scomparsa, avvenuta nell’84. Interessante, con un magistrale crescendo di tensione, nonostante le numerose ingerenze della produzione.
(andrea tagliacozzo)