Rosatigre

De Bernardi torna all’ultra low budget e ci consegna un lavoro coraggioso, sincero e affascinante:
Rosatigre
è la storia di una formazione e un viaggio attraverso l’identità sessuale e l’Italia. Antonello (lo straordinario Fabrizio Timi, anche co-autore della storia) è un travestito napoletano che batte i marciapiedi di Torino. Per centomila lire fa i pompini e per duecento si fa inculare, ma lui vuole l’amore; anche pagato ma vuole l’amore. Sasà forse glielo può dare, ma in cambio gli chiede di rinunciare ai travestimenti, e così non può funzionare. Wanda fa anche lei la vita, Antonello l’abbraccia a capodanno e insieme respirano Napoli.

Rosatigre procede per accensioni e cadute, illuminazioni e banalità, in una discontinuità che in fondo è propria di un autore che si affida, sempre ed esclusivamente, alla propria sensibilità. Qui De Bernardi approfitta delle qualità della piccola digitale per costruire una relazione cinematografica a tre. Non si limita a dialogare con i personaggi, né a riprenderne gli scambi reciproci: la macchina è parte del gioco, ad un tempo sguardo mobile e personaggio vero e proprio. Questo peculiare protagonismo della macchina da presa, diretta derivazione della militanza dell’autore nell’underground, è messo al servizio di un progetto comunicativo «caldo» e aperto allo spettatore. L’augurio è che trovi un pubblico disposto a ricambiargli tanta affettuosa attenzione.
(luca mosso)

Lo spazio bianco

Maria aspetta una bambina, non è incinta più ma aspetta lo stesso. Aspetta che sua figlia nasca, o muoia. E se c’è una cosa che Maria non sa fare è aspettare. E’ per questo che i tre mesi che deve affrontare, sola, nell’attesa che sua figlia Irene esca dall’incubatrice, la colgono impreparata. Abituata a fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze e a decidere con piena autonomia della propria vita, Maria si costringe ad un’apnea passiva che esclude il mondo intero, si imprigiona nello spazio bianco dell’attesa. Ma questo sforzo di isolamento doloroso consuma anche l’ultimo filo di energia a disposizione: la bolla di solitudine in cui Maria si è rinchiusa è messa a dura prova e alla fine esplode. E’ necessario che Maria salvi se stessa per riuscire a salvare la bambina. Non c’è che una soluzione: consentire al mondo di irrompere nella propria esistenza e concedersi il privilegio di ritornare a vivere. E così inventarsi la forza per accompagnare Irene alla nascita.

Appassionate

Napoli, 1929: Michele uccide la moglie che lo tradisce dopo aver visto un film.
Napoli, oggi: Rosa sogna, ascoltando canzoni alla radio, un amore che non giunge mai, convinta che il padre sia morto. Caterina, sua sorella, ammazza l’ex amante che si è sposato con un’altra. Maddalena, una prostituta che ha assistito alla scena, sconvolta, decide di cambiare vita: uccide un suo cliente e poi si consegna ai carabinieri. In carcere conosce Caterina. Intanto, in una masseria di campagna, la Madonna delle Galline sorge dalla terra. Nonostante le polemiche e le ironie che hanno accolto il film di Tonino De Bernardi,
Appassionate
è e resta un capolavoro, uno dei pochi partoriti dal cinema italiano negli ultimi anni. De Bernardi possiede il dono di girare con una leggerezza sensuale e inusitata, nella quale sembrano ritrovarsi le illuminazioni rosselliniane, il realismo magico di Kiarostami e la plasticità del miglior cinema portoghese. A tutto ciò aggiunge una fame di vita che gli permette di riprendere i corpi incantandosi dinnanzi al loro splendore carnale. De Bernardi filma a frammenti, eppure tutto si muove fluido e generoso, congiungendosi con le lacrime dello spettatore nel luogo dove il cinema è situato ancora all’altezza del cuore. Sarebbe curioso, infine, abbinare
Appassionate
a
Rosatigre
, pellicola nella quale De Bernardi ritorna a Napoli ritraendola con un’urgenza e una furia che si decantano in una sorta di action painting del gesto filmante.
(giona a. nazzaro)