Barry Lyndon

Nell’Irlanda del Settecento, il giovane Redmond Barry, infatuatosi della cugina, sfida a duello un rivale in amore, capitano dell’esercito inglese. Credendo di aver ucciso l’ufficiale, Redmond fugge verso Dublino andando incontro a una odissea fatta di alti e bassi che lo porterà fino ai vertici dell’aristocrazia. Tratto dal romanzo di William M. Thackeray, uno dei lavori meno immediati di Stanley Kubrick – forse per via dell’eccessiva lunghezza – ma anche uno dei suoi più suggestivi e spettacolari. Un grande affresco decadente; o più precisamente, considerati i numerosi riferimenti pittorici del film, una straordinaria pinacoteca vivente. Per ricreare l’atmosfera dell’epoca, il regista è arrivato perfino a girare le scene notturne a lume di candela. Nonostante l’insuccesso commerciale, quattro Oscar al suo attivo (fotografia, adattamento musicale, scenografie e costumi). (andrea tagliacozzo)

People I Know

Eli Wurman è un PR newyorchese un po’ in decadenza, sia fisica che d’affari. Ha pochi clienti, uno in particolare, il più ricco, l’attore premio Nobel Cary Launer. Proprio Launer chiede a Wurman di fare uscire di galera una starlette della televisione, con cui ha una relazione. La ragazza fa scoprire a Eli un giro di festine, a base di sesso e droga, nei piani alti di Wall Street. La modella, che sa troppo, viene uccisa in albergo e lascia a Eli una videocamera con immagini compromettenti per molti potenti. Eli, parallelamente, sta organizzando un party di beneficenza per salvaguardare i diritti umani di tre immigrati nigeriani. La festa è un successo, ma il suo aver ficcato il naso in acque torbide lo porterà… Un thriller ben congegnato, semplice e pulito, ma con un cast eccezionale e un Al Pacino sempre grandissimo. La trama, forse, potrebbe risultare fin troppo prevedibile, ma la giusta tensione dei personaggi riesce a non svilire il tutto. Un’altra buona prova da parte del regista Daniel Algrant (Vado a vivere a New York) e una Grande Mela un po’ diversa, ma reale, da come ci viene raccontata da un anno a questa parte. (andrea amato)

Vertenza inconciliabile

Una bambina di dieci anni trascina i propri genitori, in procinto di divorziare, davanti al giudice. Marito e moglie, entrambi appartenenti all’estamblishment hollywoodiano, sono costretti a rievocare gli eventi che hanno portato allo sfaldamento del matrimonio. Buon debutto del regista Charles Shyer (in seguito autore del recente rifacimento de
Il padre della sposa
) con una commedia agrodolce che si fa beffe dell’ambiente del mondo dello spettacolo americano. A distinguersi è soprattutto la giovanissima Drew Barrymore, che due anni prima era stata tra i piccoli protagonisti di
E.T.
di Steven Spielberg.
(andrea tagliacozzo)

Ma papà ti manda sola?

Peter Bogdanovich ha passato una vita fedele al suo credo secondo cui tutto quel che il cinema aveva da dire, l’aveva già detto in passato. Questo l’ha portato a fare film notevoli e film mediocri. Ma papà ti manda sola? rientra per fortuna nella prima classificazione. Anche perché qui non c’è la semplice adesione a un modello preesistente. C’è la rimessa in atto (re-enactment) del modello. C’è tutta la differenza che passa, in Mel Brooks, tra Frankenstein jr. e Mezzogiorno e mezzo di fuoco . Di più: c’è l’ingenuità festosa di chi gira una commedia come se fosse la prima commedia del mondo. Per questo le porte dell’albergo si aprono e si chiudono a tempo, per questo una valigia può perdere ogni contenuto per diventare un valore di scambio, un geroglifico, un significante puro. Per questo, presi anche noi in questa trappola di originaria ingenuità, ridiamo. (gualtiero de marinis)

Paper Moon – Luna di carta

Spettacolo imbattibile che ritorna agli anni Trenta di Damon Runyon, in cui l’ex detenuto interpretato da O’Neal adotta senza volerlo una ragazzina (sua figlia nella realtà) già parecchio scaltra di suo. Tatum fece qui il suo debutto sullo schermo e vinse l’Oscar per la sua bravura nel rubare la scena; anche la Kahn è uno spasso nel ruolo di Trixie Delight. Sceneggiatura di Alvin Sargent, dal romanzo Addie Pray di Joe David Brown. In seguito ha generato una serie tv.

Quell’ultimo ponte

Versione insipida e iperprodotta dell’ottimo libro di Cornelius Ryan, incentrata sui disastrosi bombardamenti degli alleati dietro le linee tedesche in Olanda nel 1944. Esistono copie da 158 minuti. Vincitore di  3 BAFTA Film Award.

La febbre del gioco

L’ultimo film di Richard Brooks, che negli anni Cinquanta fu una delle vittime più illustri del maccartismo. Ryan O’Neal veste i panni un giornalista sportivo con la mania delle carte e del tavolo verde. Il vizio, che gli ha già procurato parecchi dispiaceri (inclusa la morte della moglie), rischia di metterlo nei guai. Un film poco incisivo, decisamente non all’altezza delle precedenti opere del regista. (andrea tagliacozzo)