L’inventore di favole

Basato su una storia vera accaduta sul finire degli anni Novanta e raccontata dal giornalista di
Vanity Fair
Buzz Bissinger
in un articolo intitolato
Shattered Glass
(vetro infranto). Stephen Glass
(Hayden Christensen)
è il giovane e brillante redattore di una rivista di politica statunitense, la
New Republic,
famosa per essere sempre presente sull’Air Force One, l’aereo presidenziale. La sua carriera sembra avviata nella direzione migliore, quando l’editore del giornale
(Ted Kotcheff)
decide il siluramento del direttore Michael Kelly
(Hank Azaria),
mentore di Glass, e la sua sostituzione con il giovane Chuck Lane
(Peter Sarsgaard).
Tra il nuovo direttore e la giovane e rampante redazione non corre buon sangue, ma è proprio Lane a sentir suonare i primi campanelli d’allarme quando un sito Internet pubblica un articolo che «smonta» pezzo per pezzo un articolo di Glass, contenente la cronaca, come sempre brillante e (apparentemente) informatissima, su un
hacker
giovanissimo che sarebbe stato assoldato a suon di dollari dalla società informatica di cui aveva violato gli archivi. Lentamente ma inesorabilmente la verità viene alla luce: il giovane e brillante giornalista s’inventava i pezzi, approfittando delle «falle» del sistema che sovrintende la produzione delle notizie.

Apologo sulla professione giornalistica e sulla fragilità del sistema di verifica delle informazioni,
L’inventore di favole
affronta con piglio cronachistico uno dei temi più scottanti della società dell’informazione nella quale viviamo. Diciamo subito che non ne vaticiniamo un convinto successo di pubblico.
Bily Ray,
che firma regia e sceneggiatura, sembra molto preoccupato di riferire i fatti come realmente accaddero, dimenticando però di aggiungere
pathos
alla storia, concentrandosi unicamente sulla vicenda principale. Non proviamo neppure a fare qualche paragone con pellicole del passato che hanno affrontato – magari da altri punti di vista – lo stesso argomento. La storia c’è, è il film a mancare.

Non siamo affatto compiaciuti nel dare un giudizio così netto. Il tema sollevato è quanto mai attuale, anche se calato in un contesto distante dalla nostra esperienza. Basti osservare il dettaglio che – si apprende dal prologo del film – l’età media dei redattori di
New Republic
è di 26 anni. Da noi i loro coetanei si potrebbero considerare fortunati se fossero «abusivi», vale a dire collaboratori privi di diritti, spesso costretti a elemosinare un incarico senza alcuna certezza che esso sarà (mal) retribuito. Ma ne riparleremo quando un regista italiano ci farà sopra un film.

(enzo fragassi)