Quel treno per Yuma

Dan Evans è un uomo onesto che ha dedicato la propria vita al rispetto delle regole senza ricevere granché in cambio. Ex tiratore scelto dell’Esercito dell’Unione, è tornato a casa dopo la Guerra Civile con una ferita alla gamba che lo ha lasciato claudicante e con un piccolo risarcimento danni che gli ha permesso di trasferirsi insieme alla moglie Alice e ai due figli in un modesto ranch in Arizona. E’ anche consapevole che si sta giocando il rispetto e la stima del figlio maggiore, Will, un quattordicenne che si emoziona per le avventure dei banditi e dei delinquenti resi celebri dai racconti sul Selvaggio West. Will comincia a guardare il padre con disprezzo e anche la moglie. Alice inizia a dubitare della determinazione di Dan. Ma poi la fortuna getta un osso in bocca a Dan, quando arriva il momento di catturare il noto fuorilegge Ben Wade, entrato ormai nella leggenda per le sanguinose rapine.

A Beautiful Mind

Verso la fine degli anni Quaranta, l’introverso John Forbes Nash frequenta la prestigiosa università di Princeton per conseguire la specializzazione post lauream in matematica. Considerato come un eccentrico dai suoi compagni di corso, John è alla ricerca di un’idea originale, una teoria innovativa che possa garantirgli un futuro luminoso nella professione. Dopo un lungo periodo di dubbi e angosce, elabora finalmente una nuova formula destinata a rivoluzionare il mondo dell’economia. Il risultato conseguito gli apre le porte del MIT (Massachusetts Institute of Technology), dove trova posto come ricercatore e professore. Contemporaneamente, John viene avvicinato dal misterioso William Parcher, un agente del governo che gli propone di lavorare a una missione segreta in cui il talento del giovane matematico verrà impiegato per decifrare i codici segreti dei sovietici. L’unica a rompere l’isolamento di John è la bellissima studentessa Alicia Larde che riesce finalmente a farlo uscire dal suo guscio e a coinvolgerlo in una intensa storia d’amore. I due si sposano, ma dopo breve tempo la ragazza si accorge che il comportamento di John si fa sempre più strano. Sarà il Dr. Rosen a rivelarle che il marito soffre di una grave forma di schizofrenia paranoide.

A Beautiful Mind – biografia più o meno romanzata del vero John F. Nash, vincitore nel ’94 del Premio Nobel – dimostra ancora una volta quanto sia duttile e cristallino il talento di Ron Howard, un cineasta che film dopo film, passando attraverso vere e proprie gemme cinematografiche come Parenti, amici e tanti guai, Apollo 13, Ransom e il più recente The Grinch, continua a maturare, ad evolversi, fino a diventare l’ultimo alfiere del cinema classico hollywoodiano. Il suo stile, paradossalmente, consiste nell’assenza di stile, di un tocco immediatamente riconoscibile. Il suo modo di fare cinema è apparentemente semplice, ma in realtà vive di virtuosismi invisibili, preziosismi tecnici e soluzioni narrative che s’inseriscono nel racconto senza distrarre lo spettatore o stravolgere il testo di base. Lascia stupefatti la straordinaria semplicità di approccio con il quale Howard ha dato vita alla già ottima sceneggiatura di Akiva Goldsman (in parte ispirata alla biografia di Nash scritta da Sylvia Nasar), stravolgendo con un espediente allo stesso tempo ovvio e geniale la convenzione cinematografica che impone determinati codici visivi e narrativi alla descrizione della malattia mentale. L’effetto è stravolgente, spiazzante, per certi versi imprevedibile. Non solo. Il suo approccio non si limita a rimanere su un piano puramente tecnico o stilistico. Ron Howard riesce a raggiungere ben altre profondità e sfaccettature nella sua personale rilettura della vicenda di John Nash, fino a conferire alla malattia del protagonista un’inquietante dimensione politica: la schizofrenia di Nash diventa quindi la malattia di una intera nazione, alle prese con il morbo paranoico della Guerra Fredda che la sta divorando dall’interno, fino a far diventare se stessi (vale per Nash quanto per l’America) il proprio peggior nemico. A Beautiful Mind è una perla rara nel panorama cinematografico contemporaneo: un fulgido esempio di cinema per le masse realizzato con l’intelligenza e la passione di un artigiano umile, ma dotato di un talento infinito e geniale. (andrea tagliacozzo)

State Of Play

Nella partita a scacchi giocata dai maggiori esponenti di Beltway, due importanti schieramenti si danno battaglia a colpi di intrighi e oscure manovre: da un lato i politici, che vorrebbero mantenere la propria influenza ad ogni costo, dall’altro i giornalisti, il cui principale obiettivo è quello di svelare storie di corruzione connesse a un potere incontrollato. Gli avversari sono legati fra loro solo dal bisogno che tutti hanno dell’altro. E l’omicidio – fisico o metaforico che sia – è a volte l’unico modo per porre fine a un gioco troppo grande e pericoloso.

Nessuna verità

Roger Ferris (Leonardo DiCaprio) è l’uomo migliore di cui dispongono i servizi segreti americani, in luoghi dove la vita umana non vale più delle informazioni che può dare. In situazioni che lo portano a girare tutto il mondo, la sopravvivenza stessa di Ferris spesso dipende dalla voce che si trova all’altra estremità di un telefono segreto -il veterano della CIA, Ed Hoffman (Russell Crowe). Creando le sue strategie tramite un computer portatile nei quartieri periferici, Hoffman è sulle tracce di un importante terrorista che ha organizzato una serie di bombardamenti eludendo la più sofisticata rete di servizi segreti del mondo. Per attirare allo scoperto il terrorista, Ferris dovrà insinuarsi nel suo mondo tenebroso, ma più Ferris si avvicina al suo obiettivo e più scopre che la fiducia è sia un bene pericoloso e sia l’unica cosa che lo farà uscire vivo da questa situazione.

Un’ottima annata

Max Skinner (Russel Crowe) è un finanziere della city, senza sentimenti né tantomeno scrupoli. Un giorno scopre di aver ereditato la villa in Provenza di suo zio Henry (Albert Finney) in cui da bambino era solito trascorrere le estati. Fugge quindi dalla giungla d’asfalto britannica per correre verso i luoghi dell’infanzia, densi di ricordi, odori e sapori familiari, primo fra tutti quello del vino.
Naturalmente, Max scoprirà che esistono valori che non si scambiano in borsa; che si può vivere in un modo diverso – slow, direbbe qualcuno – rispetto a quello a cui è abituato. Bisogna solo adattarsi, magari a costo di qualche sacrificio.Naturalmente troverà l’amore, nella persona della bruna, ubertosa locandiera del paese, Fanny Chenal (Marion Cotillard). Ma riuscirà a lasciare il suo lavoro, i suoi soldi, la sua bella casa in città?

L.A Confidential

La storia viene da un romanzo di James Ellroy, uno dei più fortunati e acuti esploratori della letteratura di genere: siamo nei paraggi di Hollywood, dove le indagini di tre poliziotti perdenti scoperchiano il solito nido di vipere. Ma oltre alla perfetta cinefilia, che regala a Kim Basinger il ruolo più bello della sua carriera (una triste attrice-prostituta sosia di Veronica Lake), questo film si distingue per la sua particolare sincerità. Ci si appassiona senza mezzi termini e senza retrogusti camp, e il dolore della pagina di Ellroy viene conservato, giusto un po’ ammorbidito nella bellissima fotografia di Dante Spinotti (virtuosistica la sparatoria finale). Un gran bel film hollywoodiano, fiero di esserlo, che – se non tocca le altezze del Polanski di
Chinatown
– esibisce comunque una confezione tra le più impeccabili del cinema americano di genere negli ultimi anni.
(emiliano morreale)

Cinderella Man – Una ragione per lottare

James Braddock è un ragazzino irlandese nella New York del primo dopoguerra. Affascinato dal mondo del fratello, buon pugile senza troppo successo, mette i guantoni per caso e scopre di essere nato per combattere. Un inizio di carriera travolgente, una serie di vittorie che significano l’improvviso benessere per sé e per la sua famiglia. La Grande Depressione del 1929, con il conseguente tracollo economico degli Usa, investono anche il giovane pugile, che vede polverizzati tutti i suoi averi e non trova più incontri né borse adeguate. Costretto a lavori saltuari, colpito da una serie impressionante di infortuni, Braddock riesce a non perdere la fiducia e inizia una lenta risalita, fino alla vittoria del titolo mondiale contro Max Baer e alla sconfitta, carica di significati simbolici, contro il nero Joe Louis.

Pam, Pam, Bang. Pam, Pam, Bang. Due jab e un destro. È questa la sequenza vincente che Joe Gould (manager di Braddock) suggerisce a James durante la finale per il titolo mondiale. Semplice e diretta. Troppo poco esaustiva per condensare il contrarsi dei muscoli, il sudore, la paura che ti stringe lo stomaco e la concentrazione necessaria per metterla in pratica. E così è il film di Ron Howard. La pellicola mostra un Braddock che per tutto il film si cuce addosso la divisa da eroe senza sbagliare mai niente, l’immagine della perfezione (è onesto, prodigo, corretto, posato..), nonostante la crisi economica e i continui infortuni. Perfezione che non è umana, tantomeno di Braddock. Per descrivere un uomo bisogna considerarne le ombre e le luci, gli errori e i successi. Howard seppellisce i primi e celebra i secondi senza trovare una giusta misura che non si riduca a semplice esaltazione di un «uomo modello».

Ma se si trascura quest’aspetto e ci si accontenta, il film risulta coinvolgente: porta a tifare per il buon James e a odiare lo spaccone Max Baer e nel frattempo a provare compassione per la moglie Mae. Howard ci riesce con una regia precisa e dinamica, in cui lo spettatore si perde senza cercare l’uscita per due ore abbondanti. Il quadro storico poi è ricostruito con maestria e attenzione per i particolari. Il cast è fra i migliori. La brava, anche se qui troppo in ombra, Renée Zellweger, Russel Crowe che rispolvera gli occhi del guerriero visti ne Il Gladiatore impersonando benissimo il James «eroe nazionale». E Paul Giamatti che offre ancora, dopo Sideways, un’interpretazione brillante per un personaggio sospeso tra il comico e il drammatico. (mario vanni degli onesti)

American gangster

All’inizio degli anni Settanta la corruzione della polizia era in crescita nella città di New York.

Mentre la guerra del Vietnam stava costando un prezzo spaventoso sia in casa sia sul posto, il quartiere di Harlem vide l’ascesa di Frank Lucas (Denzel Washington), il silenzioso apprendista di Bumpy Johnson, uno dei boss del crimine della zona interna della città nel dopo guerra. Ma quando il suo capo muore improvvisamente, Lucas sfrutta l’apertura nella struttura del potere per costruirsi il suo impero personale. Entra nel commercio di eroina trattando direttamente con i produttori in Vietnam e trasporta la droga nelle bare dei soldati americani caduti. Lucas scalza tutte le organizzazioni criminali e diventa il principale trafficante del paese.

In città però si muove anche il detective Richie Roberts (Russell Crowe), un tipo scaltro e duro che è abbastanza vicino alla strada per avvertire un cambio ai vertici della malavita dietro il traffico la droga. Roberts intuisce che qualcuno sta scalando i ranghi, scavalcando le famiglie mafiose locali e comincia a sospettare che un potente “giocatore” nero sia apparso dal nulla a dominare la scena. Inizia le indagini con una squadra da lui stesso selezionata e arriva all’insospettabile Lucas.

Robin Hood

Il film racconta la vita di un esperto arciere dell’esercito di Re Riccardo I, inizialmente preoccupato solo di sopravvivere agli scontri con i francesi. Alla morte del Re Riccardo, Robin si reca a Nottingham, una città afflitta dalla corruzione e sull’orlo della carestia a causa delle tasse elevatissime imposte ai suoi sudditi da un dispotico sceriffo. Lì si innamora di Marion, una vedova risoluta e scettica nei confronti dell’identità e delle motivazioni di questo crociato della foresta. Sperando di ottenere la mano di Marion e di salvare il villaggio, Robin mette insieme una banda le cui letali capacità mercenarie sono paragonabili solo al suo appetito per la vita. Con l’Inghilterra indebolita da decenni di guerre, asfissiata dal pessimo governo del nuovo re e resa vulnerabile dal rischio di rivolte interne e da minacce esterne, Robin e i suoi uomini rispondono ad una chiamata più grande. Questo eroe improbabile e i suoi alleati si ritrovano a dover salvare il paese che sta scivolando in una sanguinosa guerra civile e a restituire all’Inghilterra la sua gloria.

Master & Commander – Sfida ai confini del mare

Durante le guerre napoleoniche, la nave inglese H.M.S Surprise viene attaccata dall’ Acheron, potentissimo vascello pirata francese che minaccia le baleniere del Regno Unito. Il Capitano della Surprise è Jack Aubrey, detto Jack il Fortunato, noto per il coraggio con cui affronta i nemici in battaglia. Lanciatosi all’inseguimento del pericoloso nemico, condurrà l’equipaggio dalle coste del Brasile a Capo Horn, attraverso il ghiaccio del Polo Nord e le bellissime spiagge incontaminate delle Galapagos. La caccia proverà l’abilità di Jack Lucky Aubrey nell’arte della navigazione ma allo stesso tempo porterà in superficie le sue debolezze di uomo: dovrà infatti scegliere se inseguire la gloria o salvare la vita del suo migliore amico, il medico della nave Stephen Maturin.
Master And Commander: Sfida ai confini del mare, è tratto dai romanzi di Patrick O’Brian, in particolare dagli omonimi Master And Commander e Sfida ai Confini del Mare. Gli «Aubrey/Maturin» (così chiamati dal nome dei personaggi principali) sono stati definiti dal New York Times, «i migliori romanzi storici che siano mai stati scritti». A intuire la potenzialità dell’opera di O’Brian fu, circa dieci anni fa, il produttore hollywoodiano Samuel Goldwyn Jr. Il film mescola momenti spettacolari ad altri più riflessivi e drammatici. Tecniche di navigazione, trucchi da lupi di mare, arrembaggi, vita di bordo, superstizioni: tutti gli ingredienti del perfetto romanzo marinaresco. Una manna per gli appassionati del genere. Le tempeste sono state realizzate combinando filmati reali a ricostruzioni al computer. Le navi sono piccoli gioielli. La 20th Century Fox ha addirittura acquistato l’ American Rose, una fregata a tre alberi in legno, riproduzione di una nave del XVIII secolo di cui sono state realizzate altre copie e miniature. Il vascello è stato posizionato in una gigantesca vasca di circa 25mila metri quadrati presso gli studi della Fox a Baja, in Messico, dotata del più grande meccanismo idraulico mai utilizzato per le riprese di un film. Sul piano economico, quindi, Master And Commander non è certo una produzione indipendente, vista anche la presenza di Russell Crowe. Un capitano che combatte come un «gladiatore» e allo stesso tempo vive una dolorosa lotta interna. Da una parte, la salvezza del suo equipaggio e del suo miglior amico, dall’altra la fame di gloria e successo. Per un momento viene accecato da una specie di sindrome napoleonica, è il condottiero che vuole andare avanti a tutti i costi. Poi una virata finale sul piano umano gli fa vincere la corsa più importante. (francesco marchetti)

Tutto ciò che siamo

Harry e Jeff sono padre e figlio, vivono a Sidney insieme e cercano entrambi l’anima gemella. Jeff è gay, ma questo non comporta un problemna per Harry che cerca di vivere la cosa in maniera naturale, ricordando che anche sua madre aveva vissuto gli ultimi 40 anni della sua vita con una donna. Jeff conosce un ragazzo, Greg, lo porta a casa, gli presenta il padre e proprio la non calanche di Harry guasta l’atmosfera: «Troppo familiare». Harry conosce una donna, Joyce, ma quando questa scopre che Jeff è gay scappa impaurita e sdegnata. Un film sul rapporto padre figlio, sull’omosessualità, sull’amore in generale, basato su una pièce di grande successo dell’Off Broadway. Un Russell Crowe, sei anni prima di diventare il forzuto e machissimo
Gladiatore,
si cala perfettamente nel giovane gay, dimostrando già grandi doti artistiche. La coppia di attori regge molto bene il film e l’idea di usare loro come voci-volti narranti, nel mezzo della storia, crea una sorta di complicità divertente con lo spettatore. Anche se a volte rischiano di gigioneggiare troppo. Una commedia che tocca con leggerezza alcuni temi caldi, mantenendo un’ironia di fondo che riesce a smussare gli eccessi retorici. E-Mik, la videoteca d’autore via Internet, nata da una joint venture tra Mikado ed E-Biscom, ripropone questa pellicola in homevideo a 15 euro, nella versione originale in inglese con sottotitoli in italiano. www.emik.it
(andrea amato)

Il gladiatore

Nel 180 d.C., la morte dell’imperatore Marc’Aurelio getta l’impero romano nel caos. Maximus, uno dei più capaci generali dell’impero, viene fatto schiavo, mentre Commodo, il figlio di Marc’Aurelio, sale al trono. Ribattezzato Narciso e costretto a diventare un gladiatore, Maximus è costretto a combattere a morte con altri uomini nel Colosseo per il divertimento del pubblico. Ma diventerà un leader del popolo che vuole rovesciare il tiranno… Il successo di fine stagione, dopo che l’anno scorso era toccato a
Matrix
. Dal cyberpunk buddista al ritorno dei sandaloni. Si peggiora. Con la storia del giusto in cerca di vendetta che arriva dritta dai feuilleton ottocenteschi, e una messa in scena in cui si sente sapore di spot e di riprese sportive (con gli stessi otturatori superveloci usati per le partite di basket o le gare di Formula 1), ma non di cinema. Roma antica risorge col digitale, ma con le scritte latine sbagliate e sospetti cupoloni. La sceneggiatura ha dei buchi pazzeschi (ma come fa il cattivo Commodo a non sapere che l’eroe aveva ucciso i sicari?). Eppure è piaciuto a tutti, vuoi perché c’è il bel Russell, vuoi perché lo spettatore d’oggi non ha mai visto
Ben Hur
o
Spartacus
. Peccato solo che i critici non abbiano fatto il loro mestiere, lieti di applaudire quello che passa il convento e timorosi di passare per snob. Ma
Il gladiatore
non vale molto più di altri capolavori del regista, come
L’Albatross
o
1492-La scoperta del Paradiso
.
(alberto pezzotta)

Rapimento e riscatto

Peter Bowman è un ingegnere americano che lavora per una potente compagnia petrolifera sull’orlo del baratro a Tecala, un piccolo Paese del Sudamerica sconvolto dalla guerriglia. Incaricato di costruire una diga che in realtà serve da apripista per i progetti della compagnia, non si rende conto di essere una pedina nelle mani dei suoi padroni. Quando Bowman scopre la verità tenta in tutti i modi di far cambiare idea ai suoi superiori, ma viene sequestrato dagli uomini dell’E.L.T. Per liberarlo viene ingaggiato Terry Thorne, negoziatore specializzato in rapimenti e riscatti… Non si può certo affermare che Taylor Hackford sia un’aquila. Ha sì qualche buon film al suo attivo (
Ufficiale e gentiluomo, L’avvocato del diavolo
), ma non ha mai suscitato soverchi entusiasmi e lo si può considerare senz’altro più interessante come produttore che come regista (basti pensare a
La bamba
e
When We Were Kings
). Funestato dai pettegolezzi riguardanti la love story tra Russell Crowe e Meg Ryan, era lecito non attendersi nulla da
Rapimento e riscatto
. E invece il film si rivela come il lavoro più interessante che Hackford abbia mai realizzato: calato con grande attenzione in una realtà drammatica e violenta, riesce a mettere in scena con notevole acume un dramma della mancanza e dell’assenza. Per certi versi,
Rapimento e riscatto
affronta con minor ambizione ma maggior concretezza i medesimi temi del sofferto
Cast Away
: un uomo viene sottratto alla sua vita e costretto a scoprire un altro mondo. L’assenza della donna amata diventa l’unico alimento vitale e immaginario, mentre dall’altro lato dello specchio (ossia al di là della perdita, della mancanza) altre persone tentano di convivere con il vuoto. Dietro la sua apparenza di thriller,
Rapimento e riscatto
– proprio come
Le verità nascoste
e
Cast Away
– è un oscuro mélo coniugale. Bowman, convinto di aver scelto il compromesso giusto (lavorare per una multinazionale pur di avere la sua diga), scopre la realtà di un Paese che presuntuosamente pensava di conoscere senza doverlo vivere e, parallelamente, riscopre anche sua moglie (ossia apre gli occhi, inizia a vedere). Perdere se stessi come unica condizione per conoscere l’altro. Come in
Cast Away
, un uomo viene sottratto al suo tempo e costretto a fermarsi (situazione speculare a quella di Thorne, il cui compito consiste essenzialmente nel prolungare, dilatare il tempo dei sequestratori). Ed è inquietante osservare come sia Zemeckis che Hackford mettano in scena lo spettro della fine del consumo (con tanto di executive petroliferi licenziati). In tutto ciò si profila l’attrazione tra Thorne e Alice, che – alla stregua dell’esempio dei classici – resta quasi sempre non detta (tranne che in un’unica occasione, quando un bacio disperato e pudico lacera i silenzi dei protagonisti). Come un eroe hawksiano, Thorne, in nome dell’etica imposta dalla sua professione, recupera Bowman nella giungla, allontanando per sempre la possibilità di avere Alice. E il confronto tra i due nel finale, risolto con una serie di piani puliti, non invasivi, sembra rievocare persino (ribaltandone la premessa iniziale)
Comanche Station
di Budd Boetticher. Straordinaria infine la scelta dell’operatore Slawomir Idziak, noto per aver lavorato con Kieslowski, che dinamizza il quadro con accurati movimenti di macchina e manipola con attenzione i cromatismi che scandiscono le diverse fasi della vicenda. E poi si rivede l’immenso David Caruso.
(giona a. nazzaro)