Hellboy II – The Golden Army

Con la rottura di un’antica tregua tra l’umanità e i figli originari della Terra, sta per scatenarsi un putiferio. L’anarchico Principe degli inferi Nuadasi è stancato di secoli di rispetto e ubbidienza verso il genere umano. Trama di risvegliare un esercito di macchine assassine a lungo sopite per riavere quello che appartiene al suo popolo; tutte le creature magiche dovranno essere libere di aggirarsi di nuovo per il mondo. Solo Hellboy può fermare il tenebroso sovrano e salvare il nostro mondo dalla distruzione.

Titan A.E.

Anno 3028. La razza umana, al culmine del suo sviluppo tecnologico, viene annientata dagli spietati Drej. Il professor Tucker affida al figlio Cale un anello in grado di attivare un’ipersofisticata astronave di sua invenzione: il Titan A.E. 15 anni dopo: Cale lavora in una discarica spaziale; gli umani sono praticamente estinti, ma dal passato spunta fuori Corso, vecchio amico di Tucker, che tenta di convincere Cale a ritrovare il Titan A.E. e a lottare così per la causa dell’umanità. Dopo il flop di Anastasia Don Bluth ci riprova, ma Titan A. E. – al di là delle prodezze tecniche ostentate – è un’opera che riafferma tutti i limiti di un cineasta il quale, ossessionato dalla realizzazione e dal «maraviglioso», non riesce ad attivare alcuna suggestione narrativa. Sfruttando una misera traccia parahubbardiana (siamo dalle parti di Attacco alla Terra ), Bluth mette in campo tutti i progressi compiuti dalla sua squadra: e si tratta comunque di cose notevolissime, che però hanno il difetto di ritrovarsi in un film drammaticamente inerte, al quale manca quel soffio vitale che rende interessante anche il meno ispirato dei cartoon Disney. Come in una specie di showcase industriale, Titan A.E. risulta così un prodotto promozionale di tutte le maraviglie realizzabili in un futuro non lontano, del tutto privo di quel radicamento affettivo indispensabile per incontrare i bisogni immaginari del pubblico. (giona a. nazzaro)

Cronos

Un mite e anziano antiquario aziona accidentalmente un marchingegno che gli garantisce l’immortalità, ma a un alto prezzo: trasforma coloro che utilizzano il meccanismo in vampiri (atipici). Il miliardario Brook manderà l’ironico nipote Perlman a cercare di ottenere l’amuleto. Un film avvincente e fantasioso, che utilizza ingegno, paura, tragedia e suspense in dosi uguali, aggiungendo molte caratteristiche stravaganti ai personaggi.

L’ultimo dei templari

Il crociato Behman (Nicolas Cage) e il commilitone Felson (Ron Perlman) tornano in una patria devastata dalla Peste Nera. In una chiesa assediata, in cui il clero e il popolo soggiogato condannano la stregoneria come causa della peste, si ordina ai due cavalieri di scortare una donna incriminata di magia nera (Claire Foy) presso una lontana abbazia; qui i monaci eseguiranno un rituale con la speranza di mettere fine alla pestilenza.

Un prete (Stephen Campbell Moore), un cavaliere in lutto (Ulrich Thomsen), un truffatore itinerante (Stephen Graham) e un giovane testardo che può solo sognare di diventare un cavaliere (Robert Sheehan), si uniscono ai due cavalieri per una missione da cui dipende la vita di tutti.

Star Trek – La nemesi

Soddisfacente anche se poco originale episodio della serie con Riker e Troi che celebrano il loro matrimonio mentre l’equipaggio dell’Enterprise deve affronatre una duplice sfida: contrastare un cattivo che è un clone malvagio del capitano Picard ed esaminare un prototipo antagonista dell’androide Data. Divertente, anche se non viene mai il minimo dubbio su come andrà a finire; la prova autorevole di Stewart regge il film. Spiner è co-autore del soggetto, e canta qualche verso di Blue Skies. Whoopi Goldberg appare non accreditata.

Il nemico alle porte

Un film sulla battaglia di Stalingrado era il grande progetto irrealizzato di Sergio Leone. Affrontare una simile impresa è toccato invece a un regista per tutte le stagioni come Jean-Jacques Annaud, che dopo Il nome della rosa e Giovanna d’Arco sembra essersi specializzato in kolossal pseudo-storici con cast internazionali. E il risultato è una sorta di thriller bellico dove c’è praticamente di tutto: lo spettacolo esaltante e macabro della guerra, lo scontro individuale vissuto attraverso i cannocchiali di due fucili di precisione, il sacrificio di un popolo, i personaggi storici, la critica ideologica e la vicenda d’amore e di gelosia tradotta nel classico triangolo che unisce e lega due uomini alla stessa donna. Il nemico alle porte è un film senz’anima o, piuttosto, con troppe anime. Nei primi quindici minuti contende a Salvate il soldato Ryan il primato dei morti ammazzati in battaglia, tutti in bella vista accatastati come in un mattatoio. Poi comincia a farsi strada l’ex contadino russo Vasili Zaitsev (Jude Law), che al fronte ha scoperto un’autentica vocazione da cecchino, diventando – attraverso le corrispondenze del commissario politico Danilov (Joseph Fiennes) – un eroe nazionale capace con la sua leggenda di tenere alto il morale all’esercito sovietico assediato. A questo punto, mentre le complicazioni sentimentali e politiche hanno già messo radici, inizia il terzo e appena più convincente capitolo della saga: il duello tra Vassili e l’aristocratico maggiore Konings (Ed Harris), cecchino d’eccezione proveniente direttamente da Berlino per eliminare l’eroe.
La vicenda, tratta dal romanzo omonimo di William Craig, dovrebbe essere vera, ma così come viene riproposta non potrebbe risultare più incredibile. Annaud non sa legare i momenti privati alle imponenti pagine storiche, ostenta scenari devastati con un’enfasi smorzata dalla visibile artificiosità della grafica digitale, diluisce l’intrigo con digressioni a non finire e poi pretende di ricattarci con tragedie di bambini uccisi o di eroine votate al sacrificio. E, come se non bastasse, condisce il tutto con un motivo musicale scopiazzato a Schindler’s List . Il risultato alla fine è modesto. (anton giulio mancino)

Happy, Texas

Accattivante commedia su due evasi costretti a rubare un camper e ad assumere l’identità dei proprietari, organizzatori di recite scolastiche gay: nascosti in una sonnacchiosa cittadina texana, i gaglioffi saranno costretti a mescolarsi ai locali al di là di ogni loro intenzione. Girato in economia, ma non si vede. Zahn è il mattatore di un cast di primissima classe.

La guerra del fuoco

Una pacifica tribù vissuta 80.000 anni fa viene attaccata dalle scimmie e dai lupi e il loro fuoco, essenziale per la sopravvivenza, viene spento. Loro non sanno come accendere il fuoco, per cui tre di loro si incamminano per trovarne ancora. Non epico come intendeva essere, ma comunque divertente, teso, toccante — e affascinante. I linguaggi speciali sono stati escogitati da Anthony Burgess, e il linguaggio del corpo e i gesti concertati da Desmond Morris; il trucco ha vinto un Oscar. Girato in Kenya, Scozia, Islanda e Canada. 

Blade II

Il nostro eroe-vampiro si allea con i suoi più acerrimi nemici, contro una terribile banda di mutanti. Chi ha apprezzato il primo Blade, non potrà nascondere il suo disappunto: il film finisce la benzina sorprendentemente presto, forse perché deve essere sostenuto esclusivamente dall’azione e dagli effetti speciali, lasciando abbandonati a se stessi la storia e i personaggi. Co-prodotto da Snipes. Con un sequel: Blade: Trinity.

La seconda guerra civile americana

La seconda guerra civile americana dimostra come Joe Dante sia il più intelligente e caustico cineasta statunitense della generazione cresciuta negli anni della guerra fredda. Benché ampiamente rimaneggiato dall’emittente televisiva Hbo che lo produce, il film resta uno dei grandi capolavori degli anni Novanta. Di sicuro la più perfida satira sul conflitto tra capitalismo e povertà, nonché un’impareggiabile riflessione sul fallimento del melting pot americano. Da La seconda guerra civile americana si potrebbero tranquillamente ricavare elementi per sbeffeggiare le tendenze separatiste che con esiti tragici (come nei Balcani) o ridicoli (come nel Nord Italia) hanno caratterizzato la geopolitica della fine del XX secolo e messo in discussione l’ottimismo della globalizzazione. Non mancano naturalmente, come nei migliori film di Dante, bordate alla vocazione guerrafondaia e fascistoide dei militari, alla demenzialità isolazionista della politica o al rimbecillimento collettivo alimentato dai network televisivi. Lo spunto narrativo? Uno degli stati americani (l’Idaho), per protesta contro il flusso di immigrati, è pronto alla secessione. E sarà guerra senza quartiere, come diceva Archer, l’emissario dei Gorgonauti di Small Soldiers . Semplicemente geniale. (anton giulio mancino)

Hellboy

Esplosivo adattamento della graphic novel di Mike Mignola che ha come protagonista una potentissima creatura infernale evocata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, che tuttavia lavora per il governo degli Stati Uniti con il ruolo di detective del paranormale. Effetti speciali e idee originali per un film dotato di un disarmante sense of humor. Del Toro ha firmato anche la sceneggiatura. Esiste una versione director’s cut di 145 minuti.

Drive

Uno stuntman cinematografico, nel tempo libero diventa autista freelance al servizio di rapinatori durante i loro colpi. Quando una rapina in banca, però, non va come previsto, e l’uomo scopre che è stata messa una taglia sulla sua testa, decide di scappare portandosi dietro la ragazza di un ex detenuto… Palma d’Oro per la regia a Refn (anche una nomination come miglior film) e una candidatura all’Oscar per il Sonoro.

Il nome della rosa

Un film quantomeno insolito, basato sul best-seller di Umberto Eco, che pone un monaco stile Sherlock Holmes (Connery) nel bel mezzo di una misteriosa abbazia italiana durante l’Inquisizione del XIII secolo. Troppo provocatorio per poterlo liquidare, troppo baracconesco per poterlo godere interamente, tenuto a galla in buona misura dalla carismatica performance di Connery.

Bread and Roses

La giovane e disinvolta Maya raggiunge a Los Angeles la sorella Rosa che lavora per una grossa società di pulizie. La situazione è ben lontana dalle sue aspettative: i lavoratori sono mal pagati, precari e sottoposti a continue intimidazioni. L’infiltrazione di un giovane sindacalista partorisce il primo sciopero e l’inizio di una lotta per migliori condizioni di lavoro. Ma non tutto fila liscio: tradimenti, ambizioni piccolo-borghesi, sacrifici femminili punteggiano il racconto, che si chiude con uno scacco pieno di speranze. Il solo merito dell’ultimo film di Loach è quello di ricordarci che, all’epoca della globalizzazione e della new economy, il proletariato esiste ancora. Ma siamo sicuri che sia una rivelazione così controcorrente? Non sono più gli anni Ottanta, quando l’abolizione del proletariato (industriale e occidentale) era al centro dell’offensiva anche culturale del capitale, che aveva bisogno di de-territorializzare le produzioni, spazzando via ogni residuo di cultura operaia. Oggi gli operai sono chiusi in angusti stabilimenti coreani o entrano fuori orario nei nostri uffici per fare le pulizie. Possiamo anche permetterceli, tanto non danno troppo fastidio: non sono nostri parenti, non vanno a scuola con i nostri figli, non parlano neppure la nostra lingua. Insomma, sono diventati abbastanza astratti da sopportare agevolmente le nostre strategie di affabulazione. E questo è ciò che – più o meno consapevolmente – fa Ken Loach con i pulitori di Los Angeles. Il risultato è impressionante: lontano dai suoi riferimenti abituali (con i muratori di
Piovono pietre
, Loach condivideva almeno il piacere di una birra e il tifo per una squadra di calcio), il regista giostra con evidente imbarazzo un gruppo di personaggi ridotti a figurine bidimensionali, senza carne e senza sangue; sembra impossibile che lo stesso autore capace di consegnarci lo straziante ritratto di
Ladybird Ladybird
abbia potuto concepire una coppia di donne convenzionale come quella formata da Maya e Rosa. Anche la scena madre, in cui la maggiore confessa gli abusi subiti, non vale per partecipazione e afflato un qualsiasi mélo messicano. Ma il peggio lo si tocca con Sam, borghese politicizzato e artefice dello sciopero dei pulitori: personaggio antipatico come pochi, sembrerebbe destinato a vedere smascherate le proprie ambiguità da un momento all’altro, come accadeva ai molti benintenzionati laburisti dei film inglesi di Loach. E invece no: è proprio lui il portavoce del regista, quello cui spetta il compito di spiegare ai poveri messicani che cos’è la coscienza di classe. Insomma, il proletariato esiste solo se te lo mostro io, sembra alla fine dirci Loach. Ma forse non abbiamo capito niente e Loach ha semplicemente confezionato una fiaba su misura per il popolo della sinistra. A ciascuno il suo film di Natale.
(luca mosso)