Angeli e Demoni

Quale terribile scoperta può convincere il Vaticano a rivolgersi a Robert Langdon, l’uomo che ha svelato il codice più controverso della Storia? Langdon scopre le prove della rinascita di un’antica confraternita segreta conosciuta come gli Illuminati, la più potente organizzazione sotto copertura della Storia, e deve anche fronteggiare un pericolo mortale per la sopravvivenza del nemico più disprezzato da questa confraternita: la Chiesa cattolica. Per far questo, si allea con Vittoria Vetra, una bellissima ed enigmatica scienziata italiana. Imbarcandosi in una caccia senza soste e piena d’azione attraverso cripte sigillate, catacombe pericolose, cattedrali abbandonate e anche nel cuore della tomba più segreta sulla faccia della Terra, Langdon e Vetra seguono una scia di indizi risalenti a quattrocento anni prima e composti da simboli antichi che rappresentano l’unica speranza di sopravvivenza per il Vaticano.

A Beautiful Mind

Verso la fine degli anni Quaranta, l’introverso John Forbes Nash frequenta la prestigiosa università di Princeton per conseguire la specializzazione post lauream in matematica. Considerato come un eccentrico dai suoi compagni di corso, John è alla ricerca di un’idea originale, una teoria innovativa che possa garantirgli un futuro luminoso nella professione. Dopo un lungo periodo di dubbi e angosce, elabora finalmente una nuova formula destinata a rivoluzionare il mondo dell’economia. Il risultato conseguito gli apre le porte del MIT (Massachusetts Institute of Technology), dove trova posto come ricercatore e professore. Contemporaneamente, John viene avvicinato dal misterioso William Parcher, un agente del governo che gli propone di lavorare a una missione segreta in cui il talento del giovane matematico verrà impiegato per decifrare i codici segreti dei sovietici. L’unica a rompere l’isolamento di John è la bellissima studentessa Alicia Larde che riesce finalmente a farlo uscire dal suo guscio e a coinvolgerlo in una intensa storia d’amore. I due si sposano, ma dopo breve tempo la ragazza si accorge che il comportamento di John si fa sempre più strano. Sarà il Dr. Rosen a rivelarle che il marito soffre di una grave forma di schizofrenia paranoide.

A Beautiful Mind – biografia più o meno romanzata del vero John F. Nash, vincitore nel ’94 del Premio Nobel – dimostra ancora una volta quanto sia duttile e cristallino il talento di Ron Howard, un cineasta che film dopo film, passando attraverso vere e proprie gemme cinematografiche come Parenti, amici e tanti guai, Apollo 13, Ransom e il più recente The Grinch, continua a maturare, ad evolversi, fino a diventare l’ultimo alfiere del cinema classico hollywoodiano. Il suo stile, paradossalmente, consiste nell’assenza di stile, di un tocco immediatamente riconoscibile. Il suo modo di fare cinema è apparentemente semplice, ma in realtà vive di virtuosismi invisibili, preziosismi tecnici e soluzioni narrative che s’inseriscono nel racconto senza distrarre lo spettatore o stravolgere il testo di base. Lascia stupefatti la straordinaria semplicità di approccio con il quale Howard ha dato vita alla già ottima sceneggiatura di Akiva Goldsman (in parte ispirata alla biografia di Nash scritta da Sylvia Nasar), stravolgendo con un espediente allo stesso tempo ovvio e geniale la convenzione cinematografica che impone determinati codici visivi e narrativi alla descrizione della malattia mentale. L’effetto è stravolgente, spiazzante, per certi versi imprevedibile. Non solo. Il suo approccio non si limita a rimanere su un piano puramente tecnico o stilistico. Ron Howard riesce a raggiungere ben altre profondità e sfaccettature nella sua personale rilettura della vicenda di John Nash, fino a conferire alla malattia del protagonista un’inquietante dimensione politica: la schizofrenia di Nash diventa quindi la malattia di una intera nazione, alle prese con il morbo paranoico della Guerra Fredda che la sta divorando dall’interno, fino a far diventare se stessi (vale per Nash quanto per l’America) il proprio peggior nemico. A Beautiful Mind è una perla rara nel panorama cinematografico contemporaneo: un fulgido esempio di cinema per le masse realizzato con l’intelligenza e la passione di un artigiano umile, ma dotato di un talento infinito e geniale. (andrea tagliacozzo)

Gung Ho

Negli Stati Uniti, una piccola industria automobilistica in crisi chiede aiuto a una potente holding giapponese. I nipponici accettano di risollevare le sorti della fabbrica, ma impongono anche i loro massacranti ritmi di lavoro. Una commedia sullo scontro di due opposte mentalità, meno stupida (e razzista) di quanto possa sembrare a prima vista. A fare le spese della satira sono infatti anche gli ottusi americani, come il collega di Keaton che gioca sporco pur di vincere la partita di baseball.
(andrea tagliacozzo)

Il pistolero

Il pistolero
di Don Siegel è l’ultimo film interpretato dalla leggenda del western cinematografico per eccellenza, John Wayne. Non è soltanto un magnifico canto del cigno per il più grande eroe hollywoodiano, ma un’analisi struggente – eppure lucida e impietosa – del mito wayniano. Con tutte le sue contraddizioni, dall’idealismo incrollabile alla proverbiale misoginia.

Il passato del pistolero John Bernard Books coincide con quello cinematografico dell’attore: ritornano le immagini di alcuni capolavori come
Il fiume rosso, Un dollaro d’onore e Hondo
, e la sua parabola di uomo del West che regola i conti con tre nemici di vecchia data rimanda esplicitamente a
Ombre rosse
. Solo che stavolta la leggenda cede il passo alla realtà crepuscolare e all’opacità dell’era moderna: l’eroe immortale, come solo in rari casi è accaduto nella filmografia dell’attore, soccombe nel finale.

Involontariamente e drammaticamente autobiografico,
Il pistolero
mostra il protagonista afflitto da un cancro incurabile (il male che tre anni dopo stroncò la vita dell’attore) e raccoglie un cast di gloriose star avviate sul viale del tramonto, come James Stewart e Lauren Bacall. Dà inoltre spazio al giovanissimo Ron Howard, destinato a una futura carriera di regista (
Apollo 13, Il Grinch
).
(anton giulio mancino)

Cocoon – L’energia dell’universo

In una casa di riposo per anziani, tre vecchietti non intendono rinunciare all’uso della piscina, momentaneamente affittata da un misterioso individuo. Dopo essersi immersi nell’acqua, grazie all’energia vitale sprigionata da alcuni strani massi depositati sul fondo della vasca, i tre ritrovano le forze di un tempo. Commedia fantastica e di buoni sentimenti realizzata dal giovane Ron Howard con la sicurezza e il mestiere di un veterano. Un film divertente, a tratti anche commovente. Don Ameche vinse l’Oscar 1985 come miglior attore non protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Il Grinch

È da anni uno dei migliori cineasti americani, ma dato che passa di genere in genere con estrema disinvoltura e non si dà arie «d’autore», dalle sue (e dalle nostre parti) stentano a prenderlo sul serio. Stiamo parlando di Ron Howard, autore di piccole gemme come Parenti amici e tanti guai , Fuoco assassino, Apollo 13, Ransom, EdTv … solo per citarne alcuni. Questa sua ultima fatica, tratta da un classico della letteratura per ragazzi (di Theodore Seuss Geisel, meglio noto come «Dr. Seuss»), ne conferma le doti di raffinato esecutore e affidabile «professionista», nella tradizione dei grandi artigiani di Hollywood. Non solo: pone anche il suo talento sotto una nuova luce. Curiosamente, Il Grinch – parabola (in forma di favola) di un essere quasi mostruoso, emarginato, esiliato dal resto della comunità, irrimediabilmente «diverso», che si ribella nei confronti dei cosiddetti «normali» diventando un irriducibile avversario dello spirito natalizio – avrebbe tutte le carte in regola per essere un’opera di Tim Burton, una sorta d’incrocio tra Pee-Wee’s Big Adventure, Batman: il ritorno e Nightmare Before Christmas . Pur senza possedere la malinconia dark che caratterizza i film di Burton, Howard non fa comunque rimpiangere l’illustre collega, e dimostra di saper padroneggiare al meglio sia i materiali narrativi paraburtoniani che il complesso armamentario visivo a disposizione (le splendide scenografie di Michael Corenblith, esaltate dalla colorata fotografia di Don Peterman) realizzando un’autentica delizia per gli occhi, malgrado qualche occasionale caduta di tono (leggi «sdolcinatura») del resto perdonabile in un prodotto tipicamente natalizio.

Ma non si tratta di un Tim Burton di secondo grado, tutt’altro. Anche perché il genere Howard lo aveva già affrontato con piglio notevole nel lontano 1988 con Willow , dosando in egual misura umorismo e fantasia. Il Grinch , ovviamente, è anche un film «di» (e non solo «con») Jim Carrey: l’attore, assolutamente straordinario, domina la scena dall’inizio alla fine, gigioneggiando dietro a una pesante maschera di gomma (creata dallo specialista Rick Baker). E di tanto in tanto – nonostante il target del film sia praticamente puberale – non resiste alla tentazione e rispolvera il suo perfido e irresistibile umorismo: come quando si appone il vischio sul didietro per farselo baciare dall’odioso sindaco della città! (andrea tagliacozzo)

Cinderella Man – Una ragione per lottare

James Braddock è un ragazzino irlandese nella New York del primo dopoguerra. Affascinato dal mondo del fratello, buon pugile senza troppo successo, mette i guantoni per caso e scopre di essere nato per combattere. Un inizio di carriera travolgente, una serie di vittorie che significano l’improvviso benessere per sé e per la sua famiglia. La Grande Depressione del 1929, con il conseguente tracollo economico degli Usa, investono anche il giovane pugile, che vede polverizzati tutti i suoi averi e non trova più incontri né borse adeguate. Costretto a lavori saltuari, colpito da una serie impressionante di infortuni, Braddock riesce a non perdere la fiducia e inizia una lenta risalita, fino alla vittoria del titolo mondiale contro Max Baer e alla sconfitta, carica di significati simbolici, contro il nero Joe Louis.

Pam, Pam, Bang. Pam, Pam, Bang. Due jab e un destro. È questa la sequenza vincente che Joe Gould (manager di Braddock) suggerisce a James durante la finale per il titolo mondiale. Semplice e diretta. Troppo poco esaustiva per condensare il contrarsi dei muscoli, il sudore, la paura che ti stringe lo stomaco e la concentrazione necessaria per metterla in pratica. E così è il film di Ron Howard. La pellicola mostra un Braddock che per tutto il film si cuce addosso la divisa da eroe senza sbagliare mai niente, l’immagine della perfezione (è onesto, prodigo, corretto, posato..), nonostante la crisi economica e i continui infortuni. Perfezione che non è umana, tantomeno di Braddock. Per descrivere un uomo bisogna considerarne le ombre e le luci, gli errori e i successi. Howard seppellisce i primi e celebra i secondi senza trovare una giusta misura che non si riduca a semplice esaltazione di un «uomo modello».

Ma se si trascura quest’aspetto e ci si accontenta, il film risulta coinvolgente: porta a tifare per il buon James e a odiare lo spaccone Max Baer e nel frattempo a provare compassione per la moglie Mae. Howard ci riesce con una regia precisa e dinamica, in cui lo spettatore si perde senza cercare l’uscita per due ore abbondanti. Il quadro storico poi è ricostruito con maestria e attenzione per i particolari. Il cast è fra i migliori. La brava, anche se qui troppo in ombra, Renée Zellweger, Russel Crowe che rispolvera gli occhi del guerriero visti ne Il Gladiatore impersonando benissimo il James «eroe nazionale». E Paul Giamatti che offre ancora, dopo Sideways, un’interpretazione brillante per un personaggio sospeso tra il comico e il drammatico. (mario vanni degli onesti)

American Graffiti II

Tornano i protagonisti del film di Lucas (ad eccezione di Richard Dreyfuss). Le loro vicende, sempre ambientate nei gloriosi anni ’60, scorrono parallele, filmate in quattro stili completamenti diversi l’uno dall’altro. Inevitabilmente inferiore al predecessore, il film di Norton ha tuttavia diverse frecce al suo arco, non ultima quella di una realizzazione tecnica piuttosto accurata e inventiva. Harrison Ford, che aveva già preso parte al primo
American Graffiti
, fa una breve apparizione nei panni di un poliziotto in motocicletta.
(andrea tagliacozzo)

Una fidanzata per papà

Rimasto prematuramente vedovo, l’ancora giovane Tom deve occuparsi del vivace figlioletto Eddie. Deciso a trovare una nuova madre per il bambino, l’uomo si lega a un’attraente esperta di moda, Rita Bohrone, che però sente di non amare. Il piccolo Eddie, invece, si affeziona alla graziosa vicina di casa, Elisabeth Marton, che nutre segretamente un tenero affetto per Tom. Film minore del grande Vincente Minnelli, penalizzato da un copione non proprio originale. Il bambino è interpretato da Ron Howard, futura star di Happy Days e attualmente regista di Hollywood tra i più affidabili (
Cocoon, Fuoco assassino, Ransom, Il Grinch
).
(andrea tagliacozzo)