Indian – La grande sfida

Film basato su una storia vera. Sul finire degli anni Sessanta, Burt Munro, anziano appassionato di meccanica e motociclette neozelandese, decide di investire tutta la sua liquidazione per inseguire un sogno: battere il record di velocità in motocicletta. La sua sembra un’utopia, sia per l’età avanzata, sia perché si è messo in testa di compiere l’impresa rimettendo in sesto una vecchia Indian degli anni Venti. Ci riesce, e decide di prendere parte a un raduno nel deserto di sale dello Utah, negli Stati Uniti. Contro ogni previsione, l’anziano centauro riesce a battere il record precedente, stabilendo un nuovo limite che da allora non è mai più stato

Senza via di scampo

Dal romanzo
The Big Clock
di Kenneth Fearing, già portato sullo schermo nel 1948 da John Farrow in
Il tempo si è fermato
. Tom Farrell, prestante ufficiale della marina americana, ha una relazione con Susan, l’amante del Segretario della Difesa. Durante un’accesa discussione con quest’ultimo, la ragazza muore accidentalmente. Mal consigliato dal fedele aiutante, l’uomo, invece di costituirsi, incolpa un fantomatico agente russo dell’uccisione e affida a Farrell le indagini del caso. Avvincente e ben diretto (specialmente nella seconda parte), con un ottimo uso della suspense, anche se il film è soprattutto un veicolo ideale per Kevin Costner, all’epoca star emergente reduce dal successo de
Gli intoccabili
. L’attore e il regista torneranno a collaborare nel 2000 nell’altrettanto riuscito
Thirteen Days
.
(andrea tagliacozzo)

Thirteen Days

Un velivolo da ricognizione americano scopre che sull’isola di Cuba alcuni supervisori militari sovietici stanno seguendo l’installazione di rampe missilistiche. Convocato dal presidente Kennedy, il consigliere particolare Kenneth O’Donnell diventa il testimone privilegiato di un terrificante braccio di ferro tra Usa e Urss. Una crisi lunga tredici terribili giorni, che spinge il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale.

Tra i tanti registi che avrebbero dovuto dirigere
Thirteen Days
si sono avvicendati anche Francis Ford Coppola e Phil Alden Robinson, i quali però (per le motivazioni più disparate) si sono ritirati dal film. L’unico a non fare mai marcia indietro è stato Kevin Costner, il nome sul quale è stata in pratica eretta l’intera operazione. Solo Costner ha sempre creduto fermamente nel progetto, al punto da coinvolgersi anche come produttore. In cabina di regia, dopo le numerose defezioni illustri, viene chiamato l’anonimo Roger Donaldson, la cui unica pellicola veramente degna di nota è stata (tanto tempo fa)
Senza via di scampo
, un thriller politico-paranoico guarda caso interpretato proprio da Costner. Il fatto che
Thirteen Days
risulti migliore persino di
Senza via di scampo
conferma ciò che dovrebbe essere lapalissiano e che invece sembra non esserlo affatto: Costner è da sempre l’autore dei suoi film anche quando non li dirige, tant’è vero che si tratta dell’unico interprete americano che pratichi veramente una politica attoriale a 360 gradi. Nemmeno Bruce Willis, Sylvester Stallone o Arnold Schwarzenegger sono così efficaci nel perseguire la gestione della propria immagine. Così, il personaggio di Kenny O’Donnell richiama da un lato tutti i perdenti sportivi impersonati da Costner (il pallone ovale che compare come per incanto nelle sequenze più drammatiche e nel finale) e dall’altro i grandi solitari che da
Balla coi lupi
in poi costituiscono il nocciolo della sua poetica.

Ancora una volta Costner incrocia la vita di Kennedy: basti ricordare (senza contare, ovviamente,
JFK
) che in
Un mondo perfetto
moriva un giorno prima del presidente sotto gli occhi di un Eastwood impotente, che si ritrovava così a (ri)vivere il trauma di
Nel centro del mirino
. Il film (pur essendo dichiaratamente filokennediano) si offre come un serrato thriller, girato con un ritmo piano, geometrico (diremmo settantesco), la cui intensità è data dai conflitti instaurati dai caratteri in campo. Kennedy è delineato come un personaggio ambiguo e pragmaticamente idealista, che viene opposto all’idealismo scarsamente pragmatico del fratello Bobby (d’altronde, dopo James Ellroy, a nessuno è concesso oggi di continuare a beatificare JFK). E se magari si glissa un po’ troppo sull’antecedente della Baia dei Porci, si tira invece ad altezza d’uomo sui falchi del Pentagono e della Cia che tifavano per la guerra. Ma il vero colpo d’ala del film è il pianto di Costner la mattina dopo, quando allo scadere dell’ultimatum il sole sorge ancora. Sono queste le cose che hanno fatto (e fanno) grande il cinema americano.
(giona a. nazzaro)

Cadillac Man (Mister occasionissima)

Assillato dall’ex moglie, dalle amanti e da un boss mafioso a cui deve del denaro, il povero Joey, venditore di macchine usate, rischia anche di perdere il posto se non riuscirà a vendere almeno una dozzina di vetture. Come se non bastasse, proprio in quello stesso giorno, un folle armato di mitra fa irruzione nell’autosalone minacciando di compiere una strage. Robin Williams si fa in quattro per coprire le non poche lacune del film. Ci riesce solo in parte. Bravo anche Tim Robbins, all’epoca poco conosciuto.
(andrea tagliacozzo)

Il Bounty

Terza ricostruzione cinematografica del famoso ammutinamento avvenuto nel 1789, quando gli uomini della nave inglese Bounty si ribellarono ai soprusi del loro comandante. Di grande impatto spettacolare, il film è reso interessante soprattutto dall’interpretazione di Anthony Hopkins. La sceneggiatura di Robert Bolt è basata sul romanzo di Richard Hough Captain Bligh and Mister Christian e non sulle novelle di Nordhoff e Hall che avevano ispirato le precedenti versioni del ’35 (di Frank Lloyd) e del ’62 (di Lewis Milestone).
(andrea tagliacozzo)

Cocktail

Il giovane Brian Flanagan tenta, senza riuscirci, di far carriera nella finanza. Nel frattempo, attratto dalla prospettiva di facili guadagni, sceglie di diventare una star come barman dei club più esclusivi dell’Upper East Side di Manahattan. Un film insulso e superficiale, di certo non degno di un attore come Tom Cruise – che l’anno precedente aveva tenuto testa a Paul Newman ne Il colore dei soldi – né tantomeno di un regista di media levatura come Donaldson, reduce dal tutt’altro che disprezzabile Senza via di scampo . (andrea tagliacozzo)

Una donna: una storia vera

Divorziata, madre di tre figli, l’ancor giovane Marie, grazie all’intercessione di un suo ex compagno di scuola, trova un posto all’interno del ministero della Giustizia. Raggiunta in breve tempo una posizione di riguardo, la donna si accorge di essere stata usata a sua insaputa dall’amico e dal Governatore per i loro loschi scopi. Film di solido professionismo, ma prevedibile, ispirato, come suggerisce il titolo, a un fatto realmente accaduto. Ottima l’interpretazione di Sissy Spacek (candidata con poca fortuna all’Oscar).
(andrea tagliacozzo)