National Security – Sei in buone mani

Due ex poliziotti rivali scoprono azioni illecite nelle alte sfere mentre lavorano come guardie di sicurezza (eh sì, probabilmente avrete già sentito qualcosa di simile…). Com’è prevedibile, questa commedia su una coppia di amici non è granché sensata neppure al suo livello più stupido, eppure Lawrence e Zahn sono sorprendentemente in sintonia e spassosi come sono sempre stati. La scena che porta alla cacciata di Zahn dalla squadra è di prim’ordine, qualunque sia il metro di valutazione; tutto il resto è mero riciclaggio.

Hitch

Will Smith è una forza della natura, travolgente e simpatico ma, purtroppo, anche sconsiderato. Non giudico le sue performance da rapper ma da quando ha lasciato la televisione per il cinema, al suo attivo ci sono già una serie di brutti film, che vanno dalla dozzinale fantascienza al demenziale-grottesco, eccetto il primo, quello del suo esordio,
Sei gradi di separazione
di Fred Schepisi, nel quale interpretava il ruolo di un giovane nero che si introduce in una casa di ricchi Wasp newyorkesi, raggirandoli con molte balle finché il gioco delle menzogne, ripetuto nevroticamente, non lo conduce a una brutta fine.

Questo Hitch, apparentemente, sembra un film pensato apposta per lui, ma il personaggio poco credibile e poco consistente lo devitalizza, e Smith si fa rubare la palla dal coprotagonista, il bravissimo Kevin James, assai convincente nel creare la figura del ciccione imbranato e goffo con le donne. La commediola, furba e innocente, cerca di rinnovare senza riuscirvi la favola buonista alla Frank Capra con l’ironia accantivante, dal graffio soffice, alla Quine; il tutto per compiacere il pubblico di Revlon. Ed è proprio in una serata sponsorizzata dalla Revlon che l’ho visto.
Hitch
è infatti un tipico prodotto di sponsorizzazioni di lusso, dai profumi alle macchine (anche acquatiche) alle magliette; tutto rigorosamente trendy, come si dice, (e così sappiamo, per esempio, che le Lacoste riprendono il sopravvento sulle Polo Ralph Lauren): ambienti patinati, impiegati post-yuppie, bionde copertinare e manager femmine assolutamente improbabili, un universo acriclico, finto come una foto di
Vogue.
Il che non sarebbe neanche un dato negativo di per sé, ché non è certo la veridicità ciò che si chiede a questo genere di cinema. Ma un minimo di credibilità psicologica sì, una dose più contenuta di stupidità anche; mentre qui gronda da tutti i pori dei vari personaggi e riverbera in platea tra il pubblico.

Dunque, il nero e fascinoso e mentecatto Hitch invece di fare la marchetta, come tanti anni fa faceva il bianco Richard Gere (nel film, naturalmente, in
American Gigolò),
di mestiere fa l’esperto dell’arte, o della tecnica, di conquistare le donne. E questo insegnamento lo impartisce a pagamento – e ben salato, immaginiamo, visto il suo splendido appartamento nel centro di Manhattan – sulla base di un’esperienza che nel film è posta come un dato di fatto, come una dote innata, perché non ha uno straccio di donna. In più, quello che insegna sortisce sempre un effetto sbagliato, essendo le donne molto più furbe di lui. E ci vuol poco. Insomma, da questa premessa narrativa si sviluppa una storia così assurda che al confronto i film con Alvaro Vitali sembrano fatti da Lubitsch. Hitch verrà smascherato in questo suo tristo lavoro e così la morale puritana è salva, mentre lui, poveretto, finisce tra le braccia di una giornalista dedita al vip gossip, così stronza e presupponente che qualsiasi altro, munito di un po’ di cervello, l’avrebbe scaricata senza troppi complimenti.