A torto o a ragione

Berlino, la guerra è appena finita, gli alleati sono i nuovi padroni della città e la priorità di tutti è quella di denazificare la Germania. Il Maggiore Steve Arnold (Harvey Keitel) ha ricevuto l’ordine di interrogare lo stimato direttore d’orchestra tedesco Wilhelm Furtwängler (Stellan Skarsgård) e raccogliere le prove che lo vedrebbero implicato come simpatizzante nazista. Nel 1933, dopo la presa del potere di Hitler, molti artisti ebrei furono costretti ad abbandonare la Germania. Altri, per protesta, scelsero volontariamente la strada dell’esilio. Furtwängler decise di restare. Da qui l’accusa di fiancheggiare il regime nazista. Se da una parte Furtwängler aiutò a mettere in salvo molti musicisti ebrei, dall’altra rappresentò una delle più ragguardevoli personalità del mondo della cultura nazista. Riferito a un episodio storico reale, il film si sviluppa sul duello verbale e psicologico tra l’interrogato e l’interrogante. Le ragioni del liberatore americano e la difesa dell’artista tedesco. La questione della responsabilità politica dell’artista in un regime totalitario è tuttora aperta: se sia giusto restare e servire il proprio paese o abbandonare la propria patria. Alla fine entrambe le posizioni vacillano. Un film forse troppo lento, ben interpretato, ma poco approfondito al punto di vista psicologico.
(andrea amato)

The Dreamers

Parigi, 1968. Isabelle e suo fratello Theo rimangono soli a casa mentre i genitori sono andati in vacanza. I due ragazzi incontrano a una proiezione della Cinémathéque, un giovane americano, Mathew, e lo invitano a stare nel loro appartamento. I tre si chiudono in casa stabilendo regole di comportamento e creando a poco a poco rapporti di reciproca conoscenza intellettuale, erotica ed emotiva. Mentre dalle strade giungono le grida e gli slogan della contestazione giovanile e i rumori degli scontri di piazza tra studenti e poliziotti, i tre trascorrono quattro intense settimane attraverso un percorso di crescita fatto di iniziazioni e giochi mentali sempre più estremi. Ma inevitabilmente la presa di coscienza intellettuale e la maturazione politica li porteranno a intraprendere strade diverse.
Tratto dal romanzo The Holy Innocents di Gilbert Adair (autore anche della sceneggiatura) e presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia, The Dreamers costituisce il ritorno al grande schermo di Bernardo Bertolucci dopo L’assedio, uscito nel 1998. Un ritorno atteso, accompagnato, come spesso accade a Bertolucci, da critiche e polemiche. Ma anche il ritorno di un regista in stato di grazia, perché The Dreamers è un film validissimo. Nata con l’intento di spiegare il ‘68 alle generazioni che non l’hanno vissuto, la pellicola è affatto didascalica (come alcuni avevano supposto), ma affronta il tema della crescita intellettuale e politica di tre splendidi ragazzi, giovani e intelligenti cinefili, che vediamo diventare a poco a poco adulti nei 130 minuti di atmosfera sospesa e abilmente costruita dal regista. Lo scenario è un vecchio appartamento parigino con corridoi a tratti fatiscenti e stanze disordinate. In primo piano il singolare ménage à trois tra Isabelle, Theo e Matthew che si conoscono, si piacciono e immediatamente instaurano una relazione giocata sulla sfida e sul confronto (anche erotico). Pochi sono i momenti in cui si affronta chiaramente il discorso politico: avviene quando i protagonisti discutono sulla guerra in Vietnam e quando Matthew rimprovera superficialità ed egoismo borghese a Theo. L’attenzione rimane puntata su una concezione visionaria di quel periodo storico basata più sull’evocazione di una certa atmosfera intellettuale che sugli scontri di piazza. Bertolucci si diverte a far giocare lo spettatore con raffinate citazioni cinematografiche, mutuate soprattutto dai registi della Nouvelle Vague (in prima linea Godard e Truffaut) proponendo scene a tratti identiche a quelle originali. E i tre giovanissimi attori scelti a reinterpretarle sono perfetti. Bravi Michael Pitt e Louis Garrel nei ruoli di Matthew e Theo. Folgorante Eva Green, una convincente adolescente/donna su cui è imperniato il tema dell’iniziazione, sessuale e intellettuale. È su di lei e sui suoi primi piani che lo sguardo si sofferma senza riuscire a distaccarsene. Come era successo per Io ballo da sola, Bertolucci inscena l’innocenza perduta senza ambiguità o sbavature. La fotografia curata in modo maniacale da Fabio Cianchetti accompagna le immagini, mentre la colonna sonora che passa dalle note di Hey Joe di Jimi Hendrix all’inconfondibile voce di Edith Piaf completa l’opera. Senza paura di falsa retorica, il regista pone a chiusura ideale del film un finale che a qualcuno potrà sembrare scontato ma che conferma ancora una volta la militanza ideologica di un filmaker sempreverde. Bertolucci è più giovane di tanti registi che potrebbero essere suoi figli e racconta un mondo che vale la pena di scoprire. (emilia de bartolomeis)