Notturno Bus

Leila e Franz sono due trentenni che non hanno ancora trovato la propria strada: lui è un perdigiorno con il vizio del gioco, lei vive di espedienti truffando i creduloni. Un giorno però, Leila truffa un uomo importante impossessandosi di un prezioso microchip.

Piccoli equivoci

Dall’omonima commedia di Claudio Bigagli. Un attore, in crisi esistenziale, organizza una cena in onore della sua ex compagna, di ritorno da una tournée, alla quale partecipano alcuni amici e colleghi, ognuno con i suoi problemi. Esordio alla regia di Ricky Tognazzi, con un film che grazie al buon cast si lascia guardare con piacere, anche se risente un po’ troppo dell’origine teatrale del testo.
(andrea tagliacozzo)

4-4-2 – Il gioco più bello del mondo

Film a episodi sullo sport nazionale italiano, il calcio o come amano chiamarlo in molti, il pallone. Una pellicola che racconta molti aspetti di questo bellissimo sport attraverso le esperienze, non dei grandi campioni, ma della gente comune che con il calcio ha ancora un rapporto genuino

Lezioni di volo

Pollo e Curry sono amici per la pelle. Il primo è italiano, il secondo è indiano ma è stato adottato da una famiglia italiana. Bocciati all’esame di maturità, decidono di fare un viaggio in India. Uno farà i conti con le proprie radici, l’altro troverà l’amore.

La tregua

La guerra è finita e i deportati ebrei italiani nel campo di concentramento di Auschwitz fanno ritorno a casa. Un ritorno travagliato e difficile, pieno di insidie e ossessionato dai ricordi ancora freschissimi dell’inferno che stanno abbandonando. Tratto dall’omonimo libro autobiografico di Primo Levi, adattato da Rosi e Tonino Guerra, il film non riesce a decollare mai del tutto e delude per l’occasione persa. Non è sicuramente facile rapportarsi con il libro di Levi, così struggente e stravolgente, ma forse anche le difficoltà di lavorazione hanno reso difficile ottenere un buon lavoro. Durante le riprese sono mancati il direttore della fotografia e il montatore. Non convince neanche la musica di Bacalov, troppo slegata dallo svolgimento del film.
(andrea amato)

La vita che vorrei

Laura, attrice poco più che trentenne con un’incerta carriera alle spalle, viene scelta per interpretare da protagonista un film in costume ambientato nell’Ottocento, storia di un amore assai tormentato. Sul set fa la conoscenza di Stefano, coprotagonista e attore piuttosto affermato. Fra i due nasce una relazione che ripercorre nella realtà le tappe e gli sviluppi della storia recitata sul set.

Il regista e i protagonisti di
Luce dei miei occhi,
contestatissime coppe Volpi a Venezia nell’edizione la cui giuria era presieduta da Nanni Moretti, tornano al lavoro in un film formalmente inappuntabile ma assai poco emozionante. Una storia troppo «telefonata» per rendere davvero significativo un lavoro senza infamia né lode, decisamente inferiore a film dello stesso Piccioni come
Fuori dal mondo
(1999) e il già citato
Luce dei miei occhi.
Il film in costume fa da contrappunto e accompagnamento all’amore tra i due attori, rendendo prevedibili la maggior parte delle sequenze. A salvare la pellicola dal totale naufragio, le buone interpretazioni della Ceccarelli e di Lo Cascio. Con un brevissimo cameo di Silvio Muccino nel ruolo di se stesso.
(maurizio zoja)

Guarda le

immagini
tratte dal film

Generazione mille euro

Matteo (Alessandro Tiberi) ha 30 anni, una laurea in tasca e un gran talento per lamatematica. Eppure riesce a stento a pagare l’affitto dell’appartamento che divide con Francesco (Francesco Mandelli), il suo migliore amico. In breve tempo la sua vita si trasforma in un incubo… perde la fidanzata, viene sfrattato e come se non bastasse, rischia il lavoro. L’arrivo a sorpresa di Beatrice (Valentina Lodovini), una nuova coinquilina che aspira a diventare insegnante, e di Angelica (Carolina Crescentini), che oltre ad essere molto bella, è anche il capo del marketing nell’ufficio dove lavora, segneranno profondamente il corso degli eventi, tanto da costringere Matteo, per la prima volta, a pensare al futuro. E a fare delle scelte.

Chiedi la luna

A Verona, Marco manda avanti assieme al fratello, lo scapestrato Giacomo, un’agenzia di noleggio auto. Quando Giacomo scompare sottraendo cinque milioni alla cassa dell’azienda, Marco va a Perugia, dove vive la fidanzata del fratello, nel tentativo di rintracciarlo. La giovane non ha notizie del ragazzo, ma decide di aiutarlo nella sua ricerca. Il prototipo dei film intimisti all’italiana a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta: ben recitato, gradevole, ma irrimediabilmente piccolo piccolo. Comunque migliore della media.
(andrea tagliacozzo)

El Alamein – La linea del fuoco

La battaglia di El Alamein è una delle pagine più tragiche della storia italiana del Novecento. Dal 23 ottobre al primo novembre 1942 morirono 25 mila soldati italiani e ne furono catturati 30 mila, portati da prigionieri in India. Quell’esercito regio italiano, orgoglio del Duce, ma preso in giro dall’alleato tedesco super organizzato e schiacciato dalla forza inglese, diede prova di coraggio e forza. Il grande generale Rommel, la volpe del deserto, disse che «il soldato tedesco impressionò tutto il mondo. Ma il soldato italiano impressionò quello tedesco». Monteleone, sceneggiatore in passato di molti film di successo di Gabriele Salvatores (uno su tutti
Mediterraneo)
, ha realizzato un film su quei giorni, su quei soldati-eroi, sulla tragedia di una guerra combattuta in un posto fuori dal mondo. La storia di cinque soldati, diversi uno dall’altro, ma uniti dalla tragedia, dallo spirito di corpo e dal coraggio. Probabilmente il film di guerra italiano più bello della storia del cinema. Senza le solite retoriche belliche, senza quell’orgia di effetti speciali all’americana, ma con un’ottima scrittura del testo, una fedeltà storica, una studio dei personaggi, un cast giovane, fresco e credibile, uno scenario e una musica da pelle d’oca. Monteleone ha detto che per realizzare questo film non si è ispirato a Spielberg, ma a
La sottile linea rossa
di Malick. Lo abbiamo notato, per fortuna.
(andrea amato)

Due amici

Nunzio e Pino abitano insieme in una casa in affitto di Torino. Nunzio lavora in una fabbrica di vernici, lavoro che con il passare del tempo mina la sua salute. Pino fa un misterioso mestiere, fatto di lunghi viaggi in treno e di tappe al mercato ittico con passaggio di buste di denaro. Fa un mestiere che si intuisce poco pulito, insomma. I due comunicano poco. E in stretto dialetto messinese. Nunzio, un po’ lento ma tenero, tra un colpo di tosse e l’altro, pone sempre le stesse domande. Cui Pino risponde. Con calma. Sempre. Con affetto. Nunzio si innamora di Maria che prima lava le scale nel suo palazzo (il padrone di casa è il sempre bravo Felice Andreasi) e poi è commessa in un negozio di giocattoli. Ma il sentimento non è corrisposto. E la tosse aumenta. Gli «affari» di Pino hanno preso una brutta piega. E così i due si lasciano alle spalle la città per tornare a casa. Insieme.

Tratto dal lavoro teatrale
Nunzio
di Spiro Scimone, il film è la storia di un’amicizia. Tra due persone che, a parte l’origine e la parlata messinese, non sembrano avere granché d’altro in comune. I due protagonisti, anche registi all’esordio, sono personaggi un po’ surreali, talora divertenti, profondamente soli. Uno (Pino) per il mestiere che fa, l’altro (Nunzio) per la sua lentezza che ne fa un essere tenero ma, comunque, un «diverso». I due registi, e questo è un limite del film, mantengono una struttura teatrale di base: con gli stessi ambienti, le stesse frasi ripetute, i caratteristi che ritornano. Anche se il quadro si allarga al di là del palcoscenico. Un quadro dolente, di due uomini non più ragazzi dal futuro incerto, ma non colorato di rosa. C’è molta poesia, in questo film, in questa strana amicizia, nei sogni di Nunzio che prega, che ama, che spera. Ma c’è anche tanta angoscia. Accolto, con successo, alla Mostra del Cinema di Venezia 2002.

Paz!

Siamo nella Bologna di fine anni Settanta, quella del disegnatore di Pescara, studente fuorisede e fuoricorso al Dams, in un appartamento al quinto o sesto piano di un palazzone in via Emilia Ponente 43. Qui vivono tre ragazzi, Massimo Zanardi (detto Zanna), Enrico Fiabeschi e Pentothal. Convivono, ma senza mai incontrarsi, solo sfiorandosi. Zanardi, interpretato da Flavio Pistilli (
Auguri professore, La guerra degli Antò
), è uno studente liceale pluriripetente ed è inseparabile da Roberto Colasanti, bello e ricco, e Sergio Petrilli, brutto e povero. I tre sono accusati di aver crocefisso il gatto della preside della scuola e la prova di colpevolezza è l’agenda di Zanna, trovata in giardino. Mentre Zanardi è impegnato a recuperare la sua agenda, Enrico Fiabeschi, interpretato da Max Mazzotta (
L’ultimo capodanno dell’umanità
), deve sostenere un esame di cinema al Dams. L’argomento è il film
Apocalypse Now
, ma il nostro ne sa poco: «Apocalipsi näu: regia di Francis Ford Coppola, musiche dei Doors». L’unico che non si muove dalla sua stanza è Pentothal, che ha il volto di Claudio Santamaria (
La stanza del figlio, L’ultimo bacio
), ventenne meridionale, fumettista, in botta per la sua ex ragazza Lucilla che lo ha lasciato. Pentothal vive perennemente in pigiama con un paio di Clark ai piedi, sempre slacciate e logore. Operazione difficile quella di Renato De Maria, un amico dei tempi bolognesi di Andrea Pazienza, ma che è riuscito a raccontare i personaggi del disegnatore di Pescara, Bologna e una generazione. Realizzato con costi ridottissimi, girato in digitale, De Maria è riuscito con una sapiente fotografia, una scenografia azzeccata e un montaggio curato a supplire i limiti di budget. E poi gli attori, soprattutto quelli famosi, che hanno partecipato «in amicizia». Un film vietato ai minori di 14 anni, che per poco ha rischiato di essere vietato ai 18. Sarebbe stato un insulto, un volere imbavagliare un grande disegnatore e come ha detto il regista: «Censurare una generazione, la nostra». Per fortuna non è stato così.
(andrea amato)