Commedia sexy

I due figli di Anna e Filippo vanno in gita a Pompei. Rimasti soli, si dedicano al loro passatempo preferito: fingere di adescare donne per orge solo sognate e sparare giudizi «erotici» sui passanti. Intanto Ugo, il migliore amico di Filippo, è nei guai con la giovane amante Giulia, mentre Marcella, moglie di Ugo, confida ad Anna i suoi timori. Ma dopo una serata galeotta in un locale messicano, Filippo e Anna – ignari – rimorchiano Giulia. Sconcerta l’incapacità congenita dei nostri commedianti all’italiana di mettere in scena sesso, seduzioni e desideri. Inquieta il nero moralismo che si annida canagliesco nella facile risata complice. Irrita la presunzione demi-monde di un certo ambiente cinematografaro romano, tipico di chi pensa di avere anche qualcosa da dire. Offendono la nullità e la tracotanza dei soliti super-raccomandati e nepotisti a oltranza (foraggiati, per inciso, da un finanziamento statale di circa tre miliardi!). Attraverso una banalissima scansione da commedia degli equivoci, ritmata da un inutile jazzetto woodyalleniano in trasferta al Sistina, viene sciorinato senza pietà tutto il repertorio dei più biechi luoghi comuni sentimental-sessuali italioti.
Persino Benvenuti, l’unico del lotto ad avere uno straccio di idea di messinscena, asseconda questa sconsolante pochade. E non basta certo Micaela Ramazzotti a farci dimenticare il cellulare che carica i trans all’alba (l’intervento moralizzatore delle forze dell’ordine che mettono in riga i debosciati?). Da dimenticare al più presto! (giona a. nazzaro)

Fatti della banda della magliana

Il film, basato sugli atti istruttori della Procura romana, racconta le vicende malavitose della  «Banda della Magliana» che, per più di un quindicennio (1975-1991), insanguinò le strade di Roma e tenne in scacco le forze dell’ordine instaurando rapporti con altre coalizioni criminali.
Per voce del boss Luciano Amodio, detto Riccetto (personaggio costruito sul vero pentito Maurizio Abbatino detto Crispino), si narra la storia della banda, dalla sua costituzione (1977) agli anni di massimo «splendore» (1980-1986) fino a quelli della definitiva scomparsa (1987-1991). 
La narrazione ha inizio dall’interno di un’aula-bunker al cospetto di un magistrato (che al termine del film si rivelerà Leo Gullotta) che ascolta il racconto senza interruzioni. Riportando alla memoria i fatti, Riccetto chiama come testimoni della propria ricostruzione i più influenti esponenti della banda, sia quelli in vita, sia quelli deceduti in quei tragici anni: Sandrone Colangeli (Marcello Colatigli), Ubaldino Jacobis (Renatino De Pedis), Claudio Terenzi detto er Diavolo (Franco er Negro Giuseppucci), Ugo Torrisi detto Operaietto (Edoardo Toscano), Stefano Celletti detto er Paletta (Raffaele Pernasetti) e Fortunato Marras (Nicolino Selis).
Il gruppo di criminali ricostruisce le attività della banda non senza accusarsi reciprocamente di avere responsabilità nelle morti e nelle disavventure degli altri, poiché ognuno ha una propri verità da svelare. Accanto alle sequenze della confessione del Riccetto, si susseguono scene d’azione nelle quali vengono riprodotti i principali fatti di sangue del periodo: l’uccisione del boss di Tordivalle, detto Peppe er Terribile (Franco er Criminale Nicolini), quella di Nando Menicucci, detto er pescetto (Maurizio Proietti della famiglia dei «Pesciaroli»), quella dell’usuraio Domenico Calducci, detto Memmo e altri episodi che macchiarono di sangue la cronaca della capitale.  
L’intenzione del regista Daniele Costantini, già autore dell’omonimo spettacolo teatrale che ha ispirato il lungometraggio, era quella di rappresentare in tutta la sua cruda realtà la parabola di una banda che, per le sue ferree regole interne e le sue modalità di azione, resta unica nel suo genere. Ed è proprio l’influenza della Capitale, la «romanità» che trasuda dal film, la caratteristica di maggiore impatto della pellicola. Non a caso, per conferire maggior realismo alla storia, il regista ha deciso di girare il film all’interno del carcere romano di Rebibbia, utilizzando come attori dei veri detenuti.  
Anche se sulle capacità di interpretazione di quest’ultimi ci sarebbe da discutere, è proprio la veracità criminale che conferisce autenticità al film. Costantini decide di parlare il vero linguaggio della strada, senza nascondersi dietro a falsi moralismi cari alle fiction televisive che hanno trattato argomenti simili. Il regista riesce soprattutto a coinvolgere lo spettatore rievocando il fascino dei B-movie che uscirono proprio negli anni in cui la banda imperversava.
Grazie all’alternanza di un linguaggio sia teatrale che cinematografico, la drammaticità delle vite di questi gangster risulta esemplare anche nella sua negatività, anche se il film non raggiunge i picchi di Goodfellas di Scorsese, cui lo stesso regista dice di essersi ispirato.  (mario vanni degli onesti)