Invito all’inferno

Un Craven d’epoca, girato per la tv, che mostra i limiti di questo regista. Che si è sempre creduto un autore, magari capace di infilare nei suoi horror messaggi controculturali, alla pari di un Carpenter e di un Romero, ma con risultati – come in questo caso – modesti. In un sinistro country club aspirano a entrare i dirigenti di un’avveniristica società di ricerca. Lì vendono l’anima al diavolo, e ne escono zombizzati: il cane di casa, tipicamente, non li riconosce più. L’eroe capisce che qualcosa non va, ma moglie e figlioletti premono per far parte del club… Metafora stiracchiata, anche se nel 1984 obiettivi come la satira delle multinazionali e della fitness non erano così usurati. Vale la pena di aspettare il finale, involontariamente comico, in una specie di inferno a metà strada tra le scenografie surreali di Ercole al centro della terra e i paradossi spazio-temporali di 2001: Odissea nello spazio in versione dei poveri. (alberto pezzotta)

Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan

Clint Eastwood torna per la seconda volta a vestire i panni del tenente Harry Callaghan. Un sindacalista, assolto per insufficienza di prove in un processo che lo vedeva accusato dell’omicidio di un rivale, viene a sua volta ucciso da alcuni misteriosi killer. Il tenente Callaghan sospetta che gli assassini si nascondano tra le fila della polizia. Scritto da John Milius e Michael Cimino, il film è decisamente inferiore al precedente, che era diretto dall’ottimo Don Siegel, ma pur sempre godibile. Interessante notare l’approfondimento che Eastwood riesce a dare al proprio personaggio (che la critica bollò – a torto – come fascista): Callaghan sarà pure individualista, ma rifiuta di unirsi alla banda di giustizieri e preferisce agire, nel bene e nel male, seguendo le regole imposte dalla società.
(andrea tagliacozzo)