The Shipping News

Quoyle è un uomo di 36 anni. «Un sopravvissuto all’infanzia», «un insuccesso totale», secondo il padre. Quoyle è un tipografo a Brooklyn, conosce per caso e perde la testa per una prostituta, Petal. Si sposano. Hanno una bambina, ma la donna continua imperterrita a fare il suo mestiere, umiliando Quoyle e ignorando la piccola. Ma le tragedie si accavallano: al lavoro, Quoyle ascolta la segreteria telefonica e sente la voce del padre che annuncia il suicidio suo e della madre. Contemporaneamente Petal scappa di casa per vendere a dei genitori adottivi la bambina. Ma l’auto va fuori strada, finisce giù da un cavalcavia e Petal muore annegata. Già, l’acqua, refrain di questo film: Quoyle che annaspa nel mare con il padre che lo insulta da un moletto, Petal che affoga, la bambina che fa il bagnetto, il naufragio, e poi l’acqua che circonda Terranova, terra originaria dei Quoyle dove l’uomo torna con la figlioletta («un po’ strana», dicono tutti) e una sorellastra del padre. E allora comincia la vita nella terra aspra e gelida di Terranova, dove i tre scelgono di vivere nella vecchia casa di famiglia da risistemare. E intanto Quoyle ottiene un posto di giornalista nel giornale locale. Impara, e ha successo. Tra misteri e segreti del passato (qualcuno di troppo, francamente), qualche accenno a spiritismo, la vita di paese e un amore che sboccia, si snoda la nuova esistenza della anomala famiglia. Quoyle, un po’ timido, un po’ imbranato, ma buono e giusto nell’animo, prende finalmente in mano la sua vita. Il film di Lasse Hallström (
Chocolat, Le regole della casa del sidro
) è tratto, abbastanza fedelmente, dal best seller americano
Avviso ai naviganti
di E. Annie Proulx, premio Pulitzer nel 1994, edito in Italia da Baldini & Castoldi. Una storia privata e intima si confronta con la grandiosità dell’ambiente (bellissima la fotografia di Oliver Stapleton) di rocce, di tempeste, di vento che sibila, di mare minaccioso, di nebbie che nascondono ogni cosa e ogni volto. Ed è la storia di un uomo che, a poco a poco, acquista fiducia in se stesso decidendo di non farsi più sopraffare dagli altri. Forse inutile la parte, seppure marginale, che fa riferimento a spiriti, fantasmi, sogni rivelatori e visioni. Mentre appare francamente un po’ troppo didascalica l’insistenza all’acqua che travolge, che avviluppa, che risucchia il protagonista, in una specie di prigione da cui, alla fine, riuscirà a liberarsi. Bravissimo, come sempre, Kevin Spacey, nella parte del ragazzone imbranato e insicuro, un po’ ciondolante e buono come il pane, che si veste alla marinara, infagottato in giacconi larghi e con il cappellino blu di lana sempre calato sugli occhi. È l’eroe sfigato che ce la fa. Tanto diverso dall’extraterreste, distaccato e psicopatico con gli occhiali scuri, di
K-Pax
, girato quasi contemporaneamente a
The Shipping News
. E del resto il film ruota tutto attorno Quoyle, ma con ottimi coprotagonisti: dalla zia scorbutica e dal passato tormentato (Judi Dench), alla fidanzata, la rossa Julianne Moore, ai compagni di lavoro come Scott Glen nella parte di Jack Buggit. Cate Blanchett, invece, è Petal, la moglie sgualdrina che appare all’inizio. La fuga nel passato, il ritorno alle origini, la riscossa di un perdente sono i temi che Hallström affronta in questo film. Film che si snoda lentamente (troppo…) nelle gelide, seppur affascinanti, lande del nord. Si devono veramente amare il mare, le nebbie e quelli a cui tutto va male per forza, per amare anche questo film. Un peccato, perché il libro della Proulx, è stato il giudizio unanime dalla stampa Usa, è migliore del film.

La terra dei morti viventi

La saga degli zombi continua dal punto in cui si era fermata, esattamente vent’anni fa: larghe parti del globo sono ormai popolate esclusivamente da morti viventi, resistono alcune sacche di sopravvissuti umani, come quella organizzata intorno a Fiddler’s Green, un vero e proprio grattacielo-fortezza nel quale vive un’èlite di ricchi possidenti. Alla base del grattacielo, in un quartiere dai confini fortificati, vive il resto della popolazione, in condizioni ai limiti della sopravvivenza.

I due protagonisti, Riley (Simon Baker) e Cholo (John Leguizamo), sono mercenari che procacciano cibo e oggetti di lusso agli abitanti di Fiddler’s Green e sono alle dirette dipendenze del crudele Kaufman (Dennis Hopper), l’uomo che ha progettato e costruito il grattacielo grazie alle sue risorse economiche.

L’attacco degli zombi costringerà Riley a lottare per cercare di salvare gli abitanti della città, mentre Cholo continuerà a inseguire i suoi sogni di ricchezza personale, naturalmente destinati al fallimento. In una terra popolata dai morti, gli uomini devono aiutarsi gli uni con gli altri, se vogliono sopravvivere…

Prima di parlare de
La Terra Dei Morti Viventi
è necessario celebrare l’evento che questa pellicola rappresenta: il ritorno delle creature più famose partorite dalla mente di George A. Romero, re dei
b-movie
americani degli anni Settanta. Nel caso di Romero più che in altri, «film di serie b» è veramente una definizione di genere, che certo non porta con sé un giudizio negativo sul valore di queste pellicole, anzi.

Bentornato, George, ti stavamo aspettando da troppo tempo.

E a questo punto, forse, è il caso di dire «bentornati» anche ai
Living Dead
, che da sempre sono i veri protagonisti di questa saga, relegando ai margini gli eroi positivi (o pseudo-tali) contro i quali si trovano di volta in volta a combattere.

Questa volta gli zombie sembrano più veloci, ma soprattutto di gran lunga più intelligenti del solito: uno di loro si comporta da vero leader dell’accozzaglia di corpi ululanti, e pare avere anche una certa coscienza morale, che lo spinge a un accanimento particolare contro i personaggi più schifosamente amorali, come il cattivissimo Kaufman, interpretato dal bravo Dennis Hopper, probabilmente l’attore più noto nel cast. A parte naturalmente Asia Argento, che non ha perso l’occasione di confermare il suo status di attrice sempre orientata verso le produzioni «cult»; in questo caso, probabilmente aiutata anche dal vincolo che lega Romero a papà Dario, socio di Romero nella realizzazione del film

Due Occhi Diabolici,
del 1990.

Al di là di queste annotazioni, bisogna dire che
La Terra Dei Morti Viventi
centra tutti gli obbiettivi: innanzitutto è divertente, non annoia mai e in un paio di occasioni fa perfino (quasi) paura; poi aggiunge un interessante tassello all’epopea degli zombie, facendone progredire la vicenda per la gioia degli appassionati; inoltre, presenta alcuni elementi di critica sociale, rappresentando come spregevole il comportamento dei componenti l’
élite
, chiusi nella torre che è simbolo tangibile della loro ricchezza, estraniati dalle tragedie che avvengono nel mondo reale.

Tutti questi elementi si innestano su di uno scenario distopico ben costruito, popolato da mercenari senza scrupoli che guidano mezzi ultratecnologici ma che sembrano costruiti con materiali di recupero: molto belli, ricordano un po’ l’estetica del super-cult

Mad Max: Oltre La Sfera Del Tuono.
(michele serra)

Amityville 3D

Uno scettico giornalista, che in passato ha smascherato parecchi presunti medium, non crede alla forze sovrannaturali. Quasi per sfida, va ad abitare con i suoi cari nella casa di Amityville dove un posseduto massacrò la propria famiglia. Leggermente superiore agli altri due «Amityville» (
Amityville Horror
e
Amityville Possession
) grazie alla regia di mestiere del veterano Richard Fleischer. Il protagonista Tony Roberts ha lavorato in diverse pellicole di Woody Allen, tra le quali
Io e Annie
e
Stardust Memories
. Tra gli interpreti una giovane Meg Ryan.
(andrea tagliacozzo)

Sweet November

Sara ha una malattia senza rimedio, e i suoi giorni sono ormai contati. Vuole bruciare il tempo che le rimane con una serie di effimere relazioni, ma l’incontro con Nelson le farà provare il vero amore. Per film come
Sweet November
non basta più il titolo: ci vuole un codice a barre, in modo da poterli distinguere da un’infinità di altri tutti uguali. Innanzitutto l’ultima fatica – si fa per dire – dell’autore dell’imperdibile
Ballando a Lughnasa
è il remake dell’omonima pellicola del 1968 di Robert Ellis Miller con Sandy Dennis (all’epoca intitolata
Dolce novembre
). E il confronto è perso in partenza. Ma è ben più folta la schiera di film – da
Amanti senza domani
(1932) di Tay Garnett fino a
Un attimo, una vita
(1977) di Sydney Pollack – in cui la relazione d’amore casuale deve fare i conti con il male inguaribile del personaggio femminile che introduce l’elemento melodrammatico nella vicenda. Insomma, come comportarsi con
Sweet November
? I più smemorati l’hanno considerato un clone di
Autumn in New York
. Ma in fondo è più decente. Almeno perché c’è Charlize Theron, che è bravina, sebbene anche lei quest’anno (come Robert De Niro) di film ne abbia interpretati un po’ troppi.
(anton giulio mancino)

L’ultima porta – The Lazarus Child

Una bimba, Frankie Heywood (Byrne) rimane vittima di un terribile incidente, cadendo in coma profondo. I medici che l’assistono disperano di poterla salvare, ma una neurologa, Elisabeth Chase (Bassett), sostiene di aver messo a punto un metodo innovativo che potrebbe risvegliare la piccola dal suo sonno mortale. Ben (Eden), il fratellino di Frankie, dovrà riuscire a penetrare nella mente della bambina, conducendola verso la