Jackie Brown

Un gangster nero cerca di mettere a segno un colpo col traffico d’armi, in società con un altro vecchio del giro e con la complicità di una hostess, Jackie Brown: ma lei fa il doppio gioco. Una guerra tra poveri, con in sottofondo la struggente storia d’amore crepuscolare tra l’attempato gangster Max Cherry (Robert Forster) e la matura Jackie (interpretata da Pam Grier, regina della blaxploitation anni Settanta). Costruito a flashback, ma sobri e assolutamente… anti-tarantiniani, un film saggio e maturo, firmato da un regista vero: rimangono pochi dubbi sulla statura di autore di Tarantino, che qui è sfigato e notturno, cinefilo assolutamente non esibizionista, direttore di attori sopraffino, magistrale creatore di atmosfere e di suspence. Da ricordare il ripescaggio di Forster e della Grier, il meraviglioso controruolo inventato per De Niro (ma esistono controruoli per De Niro?), le calibrate prestazioni di Bridget Fonda e Samuel L. Jackson.
(emiliano morreale)

Human Nature

Lila è afflitta, sin dalla pubertà, da un disordine ormonale che le provoca un’abbondante crescita di peli su tutto il corpo ed entra quindi nell’età adulta con poche aspettative e un po’ di tristezza. Con prospettive professionali scoraggianti e la sicurezza di non poter trovare un uomo che l’ami, Lila pensa al suicidio, ma, salvata da un topo, decide di andare a vivere a stretto contatto con la natura. Nell’eremo del bosco scrive libri che ottengono enorme successo e, spinta dalla voglia di trovare un uomo, decide di tornare in città. Trova l’amore in uno scienziato comportamentista, ma presto la natura umana riserverà altri colpi di scena. Film d’esordio di Michel Gondry, regista francese di tanti video musicali e spot pubblicitari,
Human Nature
dovrebbe essere una divertente inchiesta sul coacervo di istinti e desideri che ci guidano, seguendo l’interazione tra una scrittrice irsuta in modo anormale, un comportamentista represso, un giovane selvaggio e un’assistente francese. In realtà, nonostante gli sforzi per essere un’esilarante, surreale commedia, risulta essere un polpettone senza senso che strappa il sorriso in un paio di occasioni. Trascinato fino all’inverosimile, senza neppure dare la sensazione che stia succedendo qualcosa di importante. Il cast è di ottimo livello, ma un soggetto delirante e una regia non eccellente sono riusciti ad affossare il talento degli attori.
(andrea amato)

Io, me & Irene

Carrey interpreta Charlie, un poliziotto del reparto ambientale che, piantato dalla moglie, va a pezzi al punto da sdoppiarsi nel trucido, volgare ed erotomane Hank. Se tralascia di imbottirsi di farmaci la sua personalità va in corto, e Hank ne combina di tutti i colori: brandisce falli di gomma, distrugge macchine distributrici di bevande in lattina, defeca sui prati e succhia latte dal seno delle giovani madri. Ricevuto l’incarico di tradurre a un altro distretto di polizia Irene (Renée Zellweger), una ragazza nel mirino di una gang criminale, le due personalità dell’agente, rimasto a corto di pasticche, si danno il cambio creando una situazione a dir poco conflittuale, poiché sia il buon Charlie sia l’incavolato Frank sono innamorati di Irene, malgrado lo dimostrino in modo molto diverso.

Dopo essere stato completamente snobbato dall’Academy Awards, che ha ignorato le sue interpretazioni in
The Truman Show
e
Man on the Moon
, Jim Carrey è tornato ai film demenziali che l’hanno reso famoso. Ma c’è una bella differenza tra
Scemo e più scemo
e questo
Io, me & Irene
, entrambi diretti in modo scatenato e sconclusionato dai fratelli Bobby e Peter Farrelly. Infatti se all’epoca di
Scemo e più scemo
si intuiva come Jim Carrey fosse un grandissimo attore sottoutilizzato, oggi tutti gli riconoscono straordinarie doti recitative. Ed è per questo motivo che ora
Io, me & Irene
appare, tutto sommato, un insulto al suo straordinario talento. Per Carrey, il film dei fratelli Farrelly costituisce un atto di regressione, oppure – a voler essere generosi – un (innocuo) sberleffo verso chi per ben due volte lo ha vergognosamente escluso dalle nomination per gli Oscar. Jim Carrey ha buon gioco nell’alternare due personaggi antitetici in questa nuova parabola sulla schizofrenia, che aggiorna – come gia fece Jerry Lewis – quella classica del dottor Jekyll e di Mr. Hyde. Ciò nonostante il film procede a strattoni e non fa neppure tanto ridere: i Farrelly sembrano la brutta copia dei fratelli Zucker (le serie
L’aereo più pazzo del mondo
e
Una pallottola spuntata
), incapaci di tenere un ritmo sufficientemente sostenuto da nascondere le magagne narrative e comunque privi di un’autentica vena anarcoide e irrazionale. Come già in
Tutti pazzi per Mary
, attingono tanto al repertorio della commedia bizzarra quanto a quello del comico demenziale, con risultati ogni volta ibridi e farraginosi. Manca loro il senso sublime della volgarità e della trasgressione e soprattutto il tocco d’autore, che fa la differenza tra un film e un collage di gag. E l’insuperabile Jim Carrey finisce per sembrare il motore di una Ferrari montato sotto il cofano di una modestissima giardinetta.
(anton giulio mancino)

Supernova

Equipaggio galattico alle prese con una chiamata di soccorso extra-temporale su un pianeta perduto. Pericolo in vista e ospite indesiderato pronto a eliminare l’intero equipaggio con i suoi oscuri poteri… Mai cedere alla tentazione della politica degli autori con i blockbuster americani. Sarà pur vero che
Supernova
, destinato a contendere nella scorsa stagione il primato della fantascienza cinematografica nientemeno che a
Star Wars Episode I
, è stato diretto sotto pseudonimo (Thomas Lee) da un maestro come Walter Hill, e montato, sempre sotto pseudonimo, da Francis Ford Coppola. Ma si tratta pur sempre di un film mediocre, sebbene non brutto. Siamo alle prese con un film clonato, riedizione di tali e tanti modelli precedenti, a loro volta nemmeno originali, che non stiamo nemmeno a elencare. Efficiente nella messa in scena, credibile ed elementare nelle caratterizzazioni umane, ma emotivamente fiacco. Trascurabile, per mancanza di idee.
(anton giulio mancino)

Delta Force

Due terroristi arabi dirottano a Beirut il volo Atene-Roma-New York e prendono in ostaggio alcuni passeggeri dell’aereo. La Delta Force, speciale corpo militare antiterrorismo, entra immediatamente in azione. Costosa pellicola del team Golan-Globus, colosso della produzione hollywoodiana degli anni Ottanta. Sicuramente un film non troppo raffinato nello stile, ma incalzante nel ritmo e quasi sempre avvincente, con un cast tutto di stelle a impreziosire la confezione. Ultimo film di Lee Marvin. Girato quasi interamente in Israele.
(andrea tagliacozzo)

Valanga

In una località di montagna, un imprenditore opera un selvaggio disboscamento per costruire un grande albergo provvisto di un moderno impianto sciistico. L’intera zona, però, rimane indifesa dal pericolo delle valanghe di neve. Un aereo, precipitando a ridosso della montagna, scatena una valanga di enormi proporzioni. Prodotta da Roger Corman, la pellicola segue senza troppa fantasia (e con mezzi tecnici piuttosto esigui) il filone, all’epoca ormai già esaurito, dei film catastrofici. (andrea tagliacozzo)

America America dove vai?

Mentre realizza a Chicago un documentario sulle misere condizioni di vita di un gruppo di emigrati appalachiani, un operatore televisivo abbandona la freddezza emotiva che lo aveva sempre caratterizzato e si fa coinvolgere dagli avvenimenti. Finzione e verità si integrano alla perfezione in questa dura pellicola di denuncia. Per il finale il regista ha usato immagini autentiche, da lui stesso girate, degli incidenti avvenuti tra studenti e polizia alla Convention di Chicago del 1968.
(andrea tagliacozzo)

Mulholland Drive

«Parte prima: lei si trovò circondata dal mistero assoluto. Parte seconda: una triste illusione. Parte terza: amore». Questa la sintesi di David Lynch a proposito del suo ultimo film. Delirante, come lo è
Mulholland Drive
. A due anni da
Una storia vera
Lynch ritorna sul grande schermo e lo fa nella maniera che lo ha reso famoso in tutto il mondo, facendo cinema e raccontando storie che si mischiano vorticosamente con l’onirico. Vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes come Migliore regia,
Mulholland Drive
è un cous-cous di storie, personaggi, frammenti, deliri, sogni, immagini, flash, angosce, surreale, sesso, violenze, perversioni, manie… La regia, come al solito, è eccezionale, i colori della fotografia sono i soliti che lo contraddistinguono e il montaggio ha trovate innovative. Difficile decifrarlo la prima volta, impossibile seguire il percorso logico di un regista che, forse, sta esagerando con il suo personalissimo metalinguaggio.
(andrea amato)

Psycho

Lento, artificioso remake scena per scena assolutamente senza senso del classico di Hitchcock (con qualche maldestro nuovo tocco a macchiare la sua pretesa di essere una replica esatta). Il risultato è un insulto più che un tributo, a un film che è una pietra miliare.