The Watcher

Il detective Campbell, psicologicamente a pezzi dopo tre anni di inutile caccia al serial killer Griffin, si trasferisce a Chicago intenzionato ad abbandonare la preda. Ma l’implacabile assassino lo segue nella «windy city» e riprende la sua opera di massacro, costrigendo di fatto Campbell a rientrare in azione. La trama è già un atto di accusa inconfutabile. Lo stile clippato del film (ralenti sbavati, bianco e nero sgranato per le soggettive dell’assassino e altre genialate) mette ko lo spettatore sin dai titoli di testa. Quattro o cinque inseguimenti, le solite storie sui gemelli di sangue (il killer che ha bisogno dello sbirro e viceversa), la solita fobia isolazionista da serial thriller e nient’altro. I cronisti di rosa possono però dedicare attenzione ai chili che sembra aver messo su di nuovo Reeves, mentre Spader ripiomba nel suo anonimato pre-Cronenberg. L’unica cosa che hanno ucciso i serial killer è il film di genere. L’unico mistero di The Watcher è il nome del regista: Joe Charbanic (come riporta il pressbook) o Charbanicu (come riportato nei titoli di testa). Ah! Saperlo, saperlo… (giona a. nazzaro)

Lo spacciatore

John percorre insonne la metropoli. Di lavoro fa lo spacciatore per Ann, donna fredda e affascinante, di cui è stato l’amante. In un ospedale ritrova la moglie (dalla quale si era separato dopo una storia devastata dalla droga) che assiste la propria madre morente. Le sta vicino finché la donna, che ancora assume stupefacenti, si suicida per sottrarvisi. John allora prende una decisione…

Lo spacciatore
è uno dei migliori risultati di Schrader negli anni Novanta. Un dichiarato e sentito omaggio al Robert Bresson di
Pickpocket
, dostojevskiano percorso di delitto, castigo e redenzione. Schrader trova in Dafoe un interprete essenziale e scarno, più funzionale di De Niro in
Taxi Driver
e meno stolido di Cage in
Al di là della vita
, di cui
Lo spacciatore
è un evidente precedente.

L’ossessiva immutabilità di una routine da cui solo l’arbitrio può salvare, la claustrale oppressione della metropoli, la ricorsività delle notti bianche trovano nel volto scavato di Dafoe la manifestazione di una passione cristologica. Affetto freddo e stoico, cesellato dal calvinista Schrader nelle battute puntuali e irrevocabili dei suoi personaggi.
(francesco pitassio)