Commedia sexy

I due figli di Anna e Filippo vanno in gita a Pompei. Rimasti soli, si dedicano al loro passatempo preferito: fingere di adescare donne per orge solo sognate e sparare giudizi «erotici» sui passanti. Intanto Ugo, il migliore amico di Filippo, è nei guai con la giovane amante Giulia, mentre Marcella, moglie di Ugo, confida ad Anna i suoi timori. Ma dopo una serata galeotta in un locale messicano, Filippo e Anna – ignari – rimorchiano Giulia. Sconcerta l’incapacità congenita dei nostri commedianti all’italiana di mettere in scena sesso, seduzioni e desideri. Inquieta il nero moralismo che si annida canagliesco nella facile risata complice. Irrita la presunzione demi-monde di un certo ambiente cinematografaro romano, tipico di chi pensa di avere anche qualcosa da dire. Offendono la nullità e la tracotanza dei soliti super-raccomandati e nepotisti a oltranza (foraggiati, per inciso, da un finanziamento statale di circa tre miliardi!). Attraverso una banalissima scansione da commedia degli equivoci, ritmata da un inutile jazzetto woodyalleniano in trasferta al Sistina, viene sciorinato senza pietà tutto il repertorio dei più biechi luoghi comuni sentimental-sessuali italioti.
Persino Benvenuti, l’unico del lotto ad avere uno straccio di idea di messinscena, asseconda questa sconsolante pochade. E non basta certo Micaela Ramazzotti a farci dimenticare il cellulare che carica i trans all’alba (l’intervento moralizzatore delle forze dell’ordine che mettono in riga i debosciati?). Da dimenticare al più presto! (giona a. nazzaro)

Piccoli equivoci

Dall’omonima commedia di Claudio Bigagli. Un attore, in crisi esistenziale, organizza una cena in onore della sua ex compagna, di ritorno da una tournée, alla quale partecipano alcuni amici e colleghi, ognuno con i suoi problemi. Esordio alla regia di Ricky Tognazzi, con un film che grazie al buon cast si lascia guardare con piacere, anche se risente un po’ troppo dell’origine teatrale del testo.
(andrea tagliacozzo)

Il padre e lo straniero

Una Roma dai toni medio-orientali fa da sfondo ad un giallo con protagonisti l’italiano Diego e l’arabo Walid.
I due stringono una profonda amicizia, uniti dall’amore per i propri figli, purtroppo disabili. Diego, attraverso il rapporto con Walid, metterà in discussione il significato di “diverso” e “normale”. L’amicizia cambierà i due uomini, anche se Walid nasconde molti segreti in cui Diego viene inconsapevolmente coinvolto, mettendo alla prova il loro rapporto.
Waild a un tratto scompare e Diego si ritrova ad essere indagato dai Servizi Segreti.
Inizia allora una sua indagine privata per ritrovare l’arabo, attraverso una serie di colpi di scena, e capire chi sia veramente. Alla ricerca di Walid, Diego torna in quel lontano paese arabo in cui era stato con l’amico, sulla traccia di un’antica favola che Walid gli aveva narrato e là troverà l’inattesa verità.

In questo mondo di ladri

Fabio, Monica, Nicola, Walter e Lionello sono vittime di una truffa immobiliare, impossibilitati persino a cercare di farsi giustizia per vie legali. Così, non rimane loro altro da fare se non trasformarsi da vittime in “carnefici”. Vanzina e il fratello trovano ancora una volta utile rifugiarsi nel solito calderone di gag e sketch. Sempre lo stesso cliché cinematografico, insomma. Ma, sotto sotto, c’è in realtà l’intenzione di agganciarsi, come per Febbre da cavallo — La mandrakata, al passato del padre Stefano.

I pompieri

Alcuni giovani di leva e qualche elemento più attempato formano la squadra numero 17 del corpo dei Vigili del fuoco di Roma. Sono in cinque, imbranatissimi, e, per la disperazione del loro comandante, durante le esercitazioni ne combinano di tutti i colori. Un’accozzaglia di vecchi e nuovi comici costituiscono, invece, il cast di questo filmetto senza pretese. Mediocre, come al solito, la regia di Neri Parenti.
(andrea tagliacozzo)

Caruso Pascoski (di padre polacco)

Abbandonato dalla moglie Giulia, che gli ha preferito un altro uomo, Caruso Pascoski, psicanalista, si lascia andare a ogni genere di stranezze. Quando scopre che il rivale in amore è un suo paziente, per giunta latente omosessuale, Caruso tenta di riconquistare la consorte diventandone, in segreto, l’amante. Reduce dal narcisistico ed irritante
Stregati
, Nuti prosegue sulla stessa strada: regia pretenziosa (ma interessante sul piano puramente visivo), trovate mediocri, sceneggiatura insulsa. Come nei tre precedenti lavori del comico toscano, le musiche sono composte dal fratello, Giovanni Nuti.
(andrea tagliacozzo)

Qualcosa di biondo

Dopo tre fortunati film con Francesco Nuti, Maurizio Ponzi dirige la Loren in una delle sue sporadiche interpretazioni degli anni Ottanta. Per trovare il denaro necessario a sottoporre il figlio a una costosa operazione alla vista, l’ex cameriera Aurora parte alla ricerca di colui che crede essere il padre del ragazzo: l’americano Dave. Ritmo lento e poche idee per una storia poco intrigante ed eccessivamente lacrimevole. Buono il cast da esportazione.
(andrea tagliacozzo)

Il più bel giorno della mia vita

Irene (Virna Lisi) è la madre di tre figli, due femmine e un maschio. Una donna all’antica, che crede nel matrimonio come unico e imprescindibile punto saldo nella vita di una persona. Sara (Margherita Buy) è la primogenita, vedova e madre di un figlio con problemi adolescenziali, ha paura a fidarsi degli uomini. Rita (Sandra Ceccarelli) è la figlia di mezzo, madre di due bambine, sposata e con un amante. Claudio (Luigi Lo Cascio) è il più piccolo, gay, non ha il coraggio di dirlo alla madre, questo gli crea problemi di coppia con il suo uomo. Nell’arco di due week end, a distanza di due mesi l’uno dall’altro, la famiglia affronta i problemi derivati dal passato e dal presente. Il tutto è visto dagli occhi della più piccola, una bambina in attesa di fare la prima comunione, che non capisce le dinamiche sentimentali degli adulti. Un film corale, che abbraccia tre generazioni, tre modi di affrontare la vita, l’amore e il sesso. Il cast tiene alto il livello del film, che ripercorre a volte i cliché di commedie italiane di successo,
Speriamo che sia femmina
in testa. Alcune trovate registiche sono molto funzionali, dai flashback alle immaginazioni dei protagonisti che prendono vita.
(andrea amato)

La tragedia di un uomo ridicolo

Deludente film drammatico su un produttore di formaggio che si confronta con il rapimento presunto del figlio a opera di terroristi politicizzati. Bertolucci sembra voler rappresentare le tensioni e gli scompigli familiari, ma il suo messaggio è incredibilmente confuso.

Ultrà

Sulla falsariga del crudo realismo di
Mery per sempre
, una storia di disagio sociale ambientata tra la tifoseria più calda e violenta di una squadra di calcio. Dopo due anni trascorsi in carcere, Luca, indiscusso capo degli ultrà romanisti, torna ad aggregarsi ai vecchi compagni in occasione della delicata trasferta della Roma a Torino contro la Juventus. Bravi quasi tutti gli interpreti, anche se Ricky Tognazzi non riesce a scavare a fondo nel vissuto dei personaggi e il ritratto dei tifosi che ne viene fuori finisce per risultare superficiale, banale e stereotipato. E viene il dubbio che l’argomento sia stato strumentalizzato solo a fini spettacolari.
(andrea tagliacozzo)

Ro.Go.Pa.G.

Film a episodi (Illibatezza, Il pollo ruspante, Il mondo nuovo, La ricotta), tre accomunati dall’analisi degli “allegri principi della fine del mondo”. Si distingue il segmento di Pasolini, La ricotta, in cui il regista narra il dramma di un proletario, Cipriani, inconsapevole protagonista di una spietata e barocca lotta per la sopravvivenza. Per questo lavoro, Pasolini fu accusato di vilipendio alla religione di Stato e per questo costretto a modificare molti dialoghi.

Io no

La prima frase pronunciata da Francesco nella sua vita è «Io no». Per lui, secondogenito di una famiglia benestante, è facile protrarre all’infinito negli anni questo suo grido di ribellione, di non appartenenza, tanto c’è sempre qualcun altro che si occupa di lui. Prima suo padre, poi suo fratello maggiore, Flavio. Anche con le donne si permette il lusso di giocare senza tenere conto dei sentimenti altrui, lasciando che la sua innamorata sposi il fratello e prendendosi la soddisfazione di appropriarsi della donna che questi ama, gettandolo nella disperazione.
Tratto da un romanzo di Lorenzo Licalzi, Io no ha la tipica partenza delle commedie alla Tognazzi/Izzo ma poi svolta bruscamente fino ad assumere forti connotazioni drammatiche, differenziandosi sia dalle precedenti opere della coppia che dalla maggior parte del cinema italiano recente, in cui il melodramma e l’elaborazione infinita del lutto compaiono assai di rado. In controtendenza rispetto al panorama cinematografico italiano, il film ricorda certi drammoni anni Quaranta-Cinquanta di Rafaello Matarazzo. Una pellicola lontana sia dalle frenesie esasperate dei personaggi e della macchina da presa di Muccino che dalle contrapposizioni ideologiche di Virzì. Gli intrecci amorosi e sessuali dei protagonisti e il ping-pong sentimentale non risparmiano nessuno, creando solo deboli barlumi di vita serena, pronti a sgretolarsi all’improvviso. Il cast è una specie di raduno familiare. Gianmarco Tognazzi, abituato a essere il fratello più piccolo, si è preso la soddisfazione di fare, per una volta, il fratello maggiore. «Pur essendo contrario all’attore-regista – dice – devo ammettere che lavorando con Ricky per la prima volta sono stato tentato dal desiderio di passare dietro la macchina da presa». Francesco Venditti (figlio di Antonello e Simona) e Myriam Catania (figlia di Rossella, la gemella di Simona), sono due innamorati pazzi con un rapporto molto intenso. E poi ci sono i bambini. Forse i protagonisti del prossimo film. «Avere dei bambini sul set è stato meraviglioso – dice Simona Izzo – per me che ho avuto la fortuna di diventare nonna ancora lucida. È una gioia di vivere che merita di essere raccontata. Per questo ho voglia di fare un film sui bambini, raccontare una storia dal loro punto di vista». (marcello moriondo)

Un eroe borghese

Il film ricostruisce la vicenda dell’avvocato Ambrosoli e della sua opposizione al «salvataggio» della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Ambrosoli verrà ucciso da un killer nel 1979. Michele Placido, oltre che un attore un po’ ruspante, è un regista sensibile e mai volgare. Questo film, a esempio, poteva essere un epigono di un genere superato dai tempi, ma lo stile di Placido è assai diverso da quello – mettiamo – di un Ricky Tognazzi. Aiutato da una magistrale fotografia di Luca Bigazzi (una Milano fredda e angosciante), Placido evita solo in parte le due trappole principali del cinema politico all’italiana, ossia gli attori-sosia («effetto Giuseppe Ferrara») e il senno di poi («effetto Rulli e Petraglia»), ma almeno non alza la voce e dirige gli attori (compreso se stesso) con cura amorevole. Bentivoglio esibisce una quieta ostinazione perfetta per il personaggio. Ci si indigna senza vergognarsi, si apprezza il coraggio con cui ad Antonutti/Sindona sono messi in bocca slogan berlusconiani, e i titoli di coda con le vere telefonate del killer ad Ambrosoli danno i brividi.
(emiliano morreale)

Tutte le donne della mia vita

Davide (Luca Zingaretti), chef di fama internazionale, viene licenziato perché ha una relazione amorosa con la moglie del proprietario del ristorante presso il quale lavora. Trovandosi improvvisamente gettato in mezzo a una strada, insieme con l’affiatato gruppo di collaboratori che lo assistevano, contatta una per una tutte le donne che hanno contato nella sua vita, in cerca di aiuto. Riceve però accoglienze poco entusiastiche e perciò decide di ritirarsi sull’isola di Stromboli per riflettere, nella casa che l’aveva visto crescere. Sul traghetto che lo conduce all’isola incontra però Stella Marina, la figlia 18enne del barman di bordo, suo buon amico da molto tempo. E la vicenda prende una piega totalmente inaspettata…

I mostri

Venti divertentissimi episodi (alcuni molto brevi, altri più lunghi e corposi), che satireggiano sui miti e le contraddizioni della società italiana dei primi anni Sessanta, con due interpreti, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, in forma davvero strepitosa. Autori della sceneggiatura, tratta da un soggetto di Age-Scarpelli-Petri, sono Ettore Scola (all’epoca non ancora regista) e Ruggero Maccari. Straordinario l’ultimo segmento, curiosa (e cattivissima) miscela tra comico e patetico.
(andrea tagliacozzo)

L’ultimo crodino

In bassa Val di Susa gli inverni sono lunghi e a volte non passano mai. Paesini piccoli, incorniciati dalle montagne e dalle fabbriche. E tanti piccoli bar, ultima spiaggia per fuggire dalla noia e dalla monotonia di un quotidiano sempre uguale a se stesso.

La nostra storia è ispirata a un fatto di cronaca nera realmente accaduto in questa valle e che al tempo riempì le cronache dei giornali e della televisione. La scintilla iniziale nasce in un piccolo bar quando due onesti lavoratori, benvoluti da tutto il paese ma assillati dai debiti e dal futuro, decidono di dare una svolta alla loro vita. E di tentare una fuga da quella valle che non sopportano più.

Decidono di organizzare un rapimento. Ma siccome non se la sentono di rapire “un vivo” e visto che la violenza non è proprio nelle loro corde decidono di rapire “un morto”. Ma non uno qualsiasi bensì “uno di quelli importanti”.

E così da un piccolo bar di provincia un operaio delle acciaierie (soprannominato Pes) e un autista di furgoni (soprannominato Crodino) partono per la loro mission impossible: trafugare la salma di Enrico Cuccia e chiedere il riscatto alla famiglia del potente finanziere.