Storytelling

Due ritratti di artisti all’opera. Nel primo un gruppo di studenti si confronta in un corso di scrittura, dove le parole sono uno strumento di potere più che d’espressione. Nel secondo un uomo s’improvvisa documentarista e segue una famiglia della middle class americana. Il film sarà un successo ma la famiglia resterà vittima di un tragico incidente. Todd Solondz (foto) si conferma come uno dei registi americani più acidi di questi anni.
Storytelling
prosegue la terribile galleria di personaggi con cui Solondz sta facendo a pezzi il sogno americano. Dopo le giovani scolare in fuga (
Fuga dalla scuola media
), il ragazzo con problemi di eiaculazione e il padre pedofilo (
Happiness
), arrivano una giovane studentessa, dilaniata tra la passione per un coetaneo disabile e la pulsione verso il maestro di colore, e un regista tanto cinico quanto disperato.
Da sempre i personaggi di Solondz vivono nel terreno arido della violenza, verbale, fisica, e soprattutto psicologica. Da sempre la loro già debole speranza di felicità viene troncata dall’oppressione che il più forte esercita verso di loro. In
Storytelling
coloro che dovrebbero essere gli artefici di piccoli sogni americani, si rivelano invece creatori di incubi in cui loro stessi sprofondano. «Il riso è sempre amaro» ci dice Solondz, se qui si ride un po’ meno è perché i personaggi faticano a trovare degli esseri ancora più deboli su cui rivalersi. Rispetto al folgorante
Happiness
, che era un volo senza paracadute nella follia americana, in questo film viene meno la verve con cui il regista alternava squarci impietosi di realtà. Forse perché il film trova il tempo per fermarsi e considerare chi crea guardando gli altri. Dopo aver fatto tabula rasa di ciò che lo circonda (ancora la famiglia, l’istituzione più sacramente dissacrata) Solondz sembra rivolgere il suo sguardo sui suoi simili (terribile è la parodia di
American Beauty
) e su stesso. E la visione non regge il confronto.
(carlo chatrian)

Liberty Heights

Superata la diffidenza per la frase di lancio («Si è giovani una volta sola ma si ricorda per sempre») si rimane sorpresi, in sala, di fronte a un così affettuoso e discreto omaggio ai «Fifties».
Liberty Heights
è un quartiere di Baltimora abitato quasi solo da ebrei. È il 1954, maccartismo e razzismo impazzano, e i due fratelli Kurtzman si innamorano di due ragazze impossibili (una di colore, l’altra upper class). Levinson prova la difficile sintesi tra la nostalgia per la musica e l’oggettistica di quegli anni, il quadro dei rapporti interrazziali, il sopravvento della tv sul cinema e sul burlesque. Il dato più evidente del film è il dichiarato e insopprimibile autobiografismo, sorretto da una regia sobria e virtuosa e da un accurato lavoro scenografico; noto ai più per i suoi blockbuster (
Rain Man
), il regista infila talvolta storie più intime, di cui
Liberty Heights
sembra l’esempio migliore, ben lontano dalla sindrome
Happy Days
(c’è persino un inatteso Tom Waits nella colonna sonora).
(raffaella giancristofaro)