The Departed – Il Bene e il Male

The Departed

mame cinema THE DEPARTED - STASERA IN TV IL FILM DI SCORSESE scena
Una scena del film

Diretto dal grande regista Martin Scorsese, The Departed (2006) è ambientato a Boston, Massachusetts. Frank Costello (Jack Nicholson) è il boss mafioso più temuto in città. Sotto la sua tutela, però, cresce Colin Sullivan (Matt Damon), il quale entra a far parte della squadra anticrimine della Polizia di Stato. Anche un altro ragazzo dei sobborghi di Boston, Billy Costigan (Leonardo DiCaprio) vorrebbe entrare a far parte della Polizia, ma viene scartato in quanto ritenuto inadatto. Tuttavia, gli viene concesso di partecipare a un’operazione sotto copertura come infiltrato nella band di Costello.

Ma anche Colin ha rapporti con lo spietato boss, passandogli informazioni sui movimenti della Polizia. Di conseguenza, quest’ultima ha a che fare con una talpa, che intralcia la giustizia e favorisce la criminalità. Chi avrà la meglio? Colin o Billy? E da che parte sta esattamente il bene? E il male?

Curiosità

  • Il tema del film è l’ambivalenza del bene e del male. Infatti, i due protagonisti Colin e Billy possono essere visti come due facce della stessa medaglia. Ciò che si tenta di comunicare agli spettatori è che la scelta di intraprendere la via della giustizia piuttosto che quella della delinquenza non prescinde necessariamente dall’ambiente e dall’educazione con cui cresce un individuo.
  • Un’altra tematica ricorrente è il rapporto padre-figlio: Costello è una figura paterna per i due ragazzi.
  • C’è un significato nel finale del film, dove sullo sfondo della cupola d’oro un ratto cammina sulla ringhiera del balcone di Colin Sullivan: nulla è come sembra e c’è del marcio, dello sporco (tale da attirare un ratto) anche in un lussuoso interno per individui agiati.
  • Le riprese si sono svolte a Boston e New York tra il 21 aprile e il 27 agosto 2005.
  • Il film ha avuto successo di pubblico e critica, vincendo numerosi premi, tra cui quattro premi Oscar: miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura non originale e miglior montaggio. Mark Wahlberg è stato inoltre candidato come miglior attore non protagonista.

King Arthur

Basato sulla leggenda cavalleresca di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda ma predatato di molti secoli,
King Arthur
narra le gesta di un prefetto romano mezzosangue, Lucius Artorius Castus
(Clive Owen)
che guida una temuta banda di cavalieri
sarmati
provenienti dalle steppe dell’est ma sottomessi a Roma. Per affrancarsi da oltre quindici anni di servizio militare presso il Vallo di Adriano – il muro che marca il confine settentrionale dell’impero romano in terra britannica – i valorosi cavalieri vengono incaricati dal vescovo Germanius (il nostro
Ivano Marescotti)
di compiere un’ultima rischiosissima azione per conto del pontefice: penetrare oltre le linee dei barbari
Woad
– guidati da Merlino
(Stephen Dillane)
– e trarre in salvo il figlio di un notabile romano, prima che cada nelle mani dei
Sassoni,
i barbari invasori che avanzano seminando morte e distruzione. L’azione riesce, anche se a caro prezzo. In Artusius/Artù prevale infine il legame con la terra materna. Decide perciò di rimanere, da uomo libero, per combattere al fianco dei
Britanni
contro gli invasori, grazie all’aiuto dei suoi amici e di Ginevra
(Keira Knightley),
la bella Woad che ha salvato dalla morte e di cui è però segretamente innamorato anche Lancillotto
(Ioan Grufudd).
Il fedele braccio destro di Artù troverà tuttavia un’eroica morte in battaglia prima di poter esternare i suoi sentimenti.

Patiti dei giochi di ruolo e fan delle antiche leggende, occhio. Questo film è per voi. A dispetto delle compite disquisizioni storiche che pervadono la cartella stampa che accompagna il film, sulla presunta esistenza di Artù e della sua democratica tavola rotonda, non nel cuore del Medioevo, bensì nel V secolo d.C., quando l’impero romano già cominciava a perdere i pezzi, questo
King Arthur
ci sembra meritare attenzione. Per il suo forte impianto epico, per il prevalere di temi come l’amicizia virile, il senso dell’onore, l’amore per la libertà… Temi che ritroviamo più facilmente nel cinema western di Peckinpah o di Sturges (o in Kurosawa, che ispirò
I magnifici sette
del secondo). Non ci appassiona infatti il dibattito sul se e sul quando dell’effettiva esistenza di Artù e dei suoi valorosi cavalieri, né se Ginevra fosse o meno la sensualissima
erinni
che manda al creatore nerboruti Sassoni come fossero bacherozzi.

Bravo è stato il regista
Antoine Fuqua
(Training Day
– che è valso l’Oscar al protagonista Denzel Washington -,
Bait, L’ultima alba)
a cavalcare con semplicità e immediatezza gli ideali del film prima ancora della materia storico-leggendaria, traducendo il tutto in un genere che potremmo forse definire
fantastorico,
tributario, come si diceva, tanto dei western alla
Mucchio selvaggio,
quanto delle gotiche rievocazioni
fantasy,
da
Excalibur
di Boorman alle saghe nordiche di
Conan.
L’impianto spettacolare è però inferiore a quello di un
Troy
o di un
Gladiatore,
come pure il cast, che però si spalleggia bene a vicenda. Abbondano comunque i duelli, le cacce, i furiosi corpo a corpo degli eserciti, ma non sono il nucleo attorno al quale si sviluppa il film. Questo è forse, dal nostro punto di vista, il suo merito maggiore. Di certo, trova in questo
King Arthur
ulteriore conferma la teoria che viviamo tempi di grave incertezza. Durante i quali – è notorio – è preferibile guardarsi alle spalle, piuttosto che avanti.

(enzo fragassi)

Ritorno a Cold Mountain

1864, vigilia della Guerra Civile Americana. Un reverendo lascia Charleston per il clima più mite di Cold Mountain, nella Carolina del Nord. È con lui la sua incantevole figlia Ada che adocchierà (e sarà adocchiata da…) il giovane taciturno Inman. Lui, da confederato, andrà alla guerra. Vedrà orrori e sarà ferito, ma avrà sempre il pensiero lì, alla sua Ada che ha giurato di aspettarlo. Lei infatti lo aspetta. E imparerà a far andare avanti la sua fattoria anche grazie a una ragazza-maschiaccio Ruby…

Il regista inglese, di origini italiane, Anthony Minghella
(Il paziente inglese, Il talento di Mr. Ripley)
firma
Ritorno a Cold Mountain,
un kolossal sentimental-bellico in costume. Una grande storia d’amore, una storia americana, un grido contro la guerra. Una storia d’amore che si basa appena su qualche sguardo e su un unico bacio appassionato, dove lei, la splendida (e brava) Nicole Kidman, e lui, un bello e bravo Jude Law – attore amato da Minghella – poco si vedono insieme durante il film. Ma tutto il film è basato su questo legame forte e indistruttibile, su questo magnetismo a distanza. Viaggiano lontane e parallele le due storie, lui in guerra, in fuga, in tentazione, nel dolore. Lei, nel dolore, nel tentativo di farcela, di crescere… Con una terza figura importante, quella della aspra e maschia Ruby, una ragazza tutta praticità e niente (apparentemente)
cuore che rappresenta l’altra metà di Ada. Una poetica, sognatrice, suonatrice di piano e delicata, l’altra dura, attiva, forte, robusta. Peccato che Ruby sia interpretata da una francamente insopportabile Renée Zellweger, tutta un arricciar di naso, tutta una smorfia e una fastidiosa andatura da maschiaccio e nonostante un Oscar come miglior attrice non protagonista. E poi è un grido contro la guerra: perché qui non si parteggia né per il Nord, né per il Sud. Qui si fa il tifo solo perché la guerra finisca. È la guerra vista da chi dalla guerra è disorientato e annientato, per cui la guerra non ha giustificazioni né spiegazioni. O forse è solo la scusa per compiere nefandezze e obbrobri.
Un duplice, romantico viaggio ricostruito perfettamente (e maniacalmente): con imponenti scene di guerra, ma anche con paesaggi, particolari e costumi ricostruiti alla perfezione. Ottima la fotografia (il film è stato girato in Romania), bellissime le scene di Dante Ferretti. Certo, ci sono lungaggini (in due ore e mezzo di film c’è il rischio di annoiarsi), la melassa è in agguato, ma il kolossal della storia e del sentimento è comunque ben fatto. È furbo, perché batte sui tasti giusti. Sul sentimento e sull’ideale perduto da riconquistare. Appassiona, anche. A patto di essere in vena di sentimentalismi… Tra i comprimari, Donald Sutherland, Philip Seymour Hoffman, Giovanni Ribisi, Brendan Gleeson, Natalie Portman.
(d.c.i.)

Il gioco di Ripley

Il perfido Tom Ripley (John Malkovich) mette a segno un colpo da svariati di milioni di dollari con falsi disegni rinascimentali. Con il gruzzolo in tasca si trasferisce in Veneto in una splendida villa palladiana con la moglie musicista, Luisa (Chiara Caselli). Dopo alcuni anni riceve la visita di un furfante di cui si era servito per il colpo dei quadri. L’uomo ha bisogno di aiuto, gli serve un killer insospettabile per uccidere un mafioso russo a Berlino. Ripley decide di coinvolgere in un gioco drammatico un corniciaio inglese, malato terminale di leucemia, suo vicino di casa, che a una festa lo aveva apostrofato come un americano ricco e cafone. Il gioco, però, perde il controllo e lo stesso Ripley ne viene coinvolto. Brutto, brutto, brutto. Nulla a che vedere con la «cartolina from Italy» di Anthony Minghella del primo episodio (1999) della saga cinematografica del Ripley di Patricia Highsmith, che comunque era articolato e accattivante. Questa volta non c’è il faccione inespressivo di Matt Damon, ma un grande John Malkovich, che comunque sembra gigioneggiare troppo nel suo ruolo. Probabilmente non è colpa della Cavani, ma del libro da cui è tratto il film, certo che non si è fatto nulla per migiorarlo in fase di stesura della sceneggiatura. Prevedibile, scontato, banale e grossolano. (andrea amato)

Fuori controllo

Thomas Craven (Mel Gibson) è un veterano detective della omicidi al Dipartimento di polizia di Boston e un padre single. Quando la sua unica figlia, la ventiquattrenne Emma (Bojana Novakovic), viene uccisa sulla porta di casa, tutti presumono che il vero bersaglio fosse lui. Ma presto l’uomo inizia ad avere dei sospetti e si imbarca in una rischiosa missione per scoprire la doppia vita della figlia che ne ha provocato l’omicidio. L’indagine lo porta in un mondo pericoloso fatto di spionaggio industriale, collusioni governative e omicidi, e inevitabilmente la sua strada si incrocia con quella di Darius Jedburgh (Ray Winstone), inviato per eliminare delle prove. La ricerca solitaria di Craven per comprendere la morte della figlia si trasforma in un’odissea, fatta di scoperte emotive e redenzione.