Doppia ipotesi per un delitto

Un cadavere viene rinvenuto nel letto dell’assistente procuratore Nora Timmer (Jolene Blalock). Sembra un caso di legittima difesa da stupro ma salta fuori un testimone, Luther Pinks(LL Cool J), che fornisce una versione dei fatti completamente diversa. Ford Cole (Ray Liotta), il procuratore distrettuale nonché amante di Nora, inizia le indagini: un altro omicidio, però, infittisce le trame del mistero.

Quei bravi ragazzi

Un decennio di storia di mafia italoamericana raccontato «dal di dentro», con uno stile vertiginoso al limite dello sconcerto, capace di trasmettere la vertigine dell’accumulo, del potere e infine della droga. Voce off, Liotta protagonista e Pesci e De Niro comprimari (guardate quest’ultimo che fa la «spalla» senza farsi notare, e capirete cos’è un grande attore). Un mirabile studio di antropologia, un saggio di cinema perfetto in ogni sua componente (la scelta delle canzoni, per dirne una). Ma anche un film di somma ambiguità, che si sottrae al fascino incombente di personaggi terribili dapprima assumendo – sia pur brevemente – un punto di vista femminile (la moglie di Liotta), e poi sfociando in una presa di coscienza da cinema hollywoodiano d’altri tempi, che corrisponde a quella del vero mafioso a cui Scorsese e il co-sceneggiatore Nick Pileggi fanno riferimento. Uno dei capolavori di Scorsese, uno dei grandi film degli anni Novanta. (emiliano morreale)

Svalvolati on the road

Doug (Tim Allen), Woody (John Travolta), Bobby (Martin Lawrence) e Dudley (William H. Macy) sono quattro amici abituati a una tranquilla vita sedentaria, tutti sulla cinquantina. Decisi a scrollarsi di dosso l’apatia, decidono di compiere un avventuroso viaggio in sella a rombanti motociclette, ricordando i tempi di Easy Rider. L’esperienza riserverà loro una quantità di imprevisti, tutti fra il tragico e il comico. Una volta passato il confine con il New Mexico, l’incontro con una banda di veri motociclisti, guidati dal pocodibuono Jack (Ray Liotta), farà prendere all’avventura una piega ina

L’uomo dei sogni

Spinto da alcune voci provenienti dall’aldilà, un agricoltore dell’Iowa decide, tra lo stupore dei suoi familiari, di costruire un campo di baseball sulla sua proprietà. Una volta terminati i lavori, sul terreno di gioco si materializzano, come per magia, alcuni dei mitici campioni del passato, da tempo defunti. Una commovente favola alla Frank Capra, suggestiva e nostalgica, tratta dal romanzo di W.P. Kinsella
Shoeless Joe
. Ottime la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista, e l’interpretazione di Costner, praticamente perfetto nei panni del sognatore idealista.
(andrea tagliacozzo)

Identità

Durante una notte buia e tempestosa un motel semiabbandonato fa il pieno di clienti. Le strade allagate e la scarsa visibilità obbligano gli automobilisti a interrompere i loro viaggi e il gestore riesce a incassare qualche soldo grazie alla presenza di una tranquilla famigliola, di un’ex diva con il suo autista, di una prostituta in fuga verso una nuova vita, di due novelli sposini e di un poliziotto che sta trasferendo un detenuto. Solo uno di loro vedrà la luce del sole.

Già regista di
Dolly’s Restaurant, Cop Land, Kate & Leopold
e del sopravvalutato
Ragazze interrotte,
James Mangold confeziona un thriller psicologico senza cali di tensione, basandosi su una sceneggiatura che ha nel finale il suo principale punto debole. Un difetto non da poco che tuttavia non riesce a rovinare del tutto un film che cita a piene mani i classici del genere, dai
Dieci piccoli indiani
di Agatha Christie (portati sullo schermo da René Clair nel 1945) a
Psycho
di Alfred Hitchcock (e non solo per l’ambientazione in un motel). Mentre si domanderanno chi è l’assassino, i cinefili si divertiranno un mondo a scovare le altre citazioni, spalmate dallo sceneggiatore Michael Cooney lungo tutta la pellicola. John Cusack convince in una parte drammatica dopo aver divertito in
Alta fedeltà
ma la rivelazione è la bellissima Amanda Peet, prostituta sognatrice dal buon cuore e dal turbolento passato. Ray Liotta se la cava nei panni di un poliziotto a dir poco stereotipato, mentre Rebecca De Mornay si concede una fugace apparizione nei panni di un’attrice dimenticata dal pubblico (una parte non molto diversa da quella che, suo malgrado, interpreta anche nella vita reale). Impossibile dire di più senza rovinare allo spettatore le sorprese disseminate ovunque dal regista. Ha detto bene la produttrice Cathy Konrad: «in questo film i personaggi sono la trama». Peccato per quel finale.
(maurizio zoja)

Delitto di polizia – Phoenix

Uno sbirro dell’Arizona con dipendenza dal gioco (Liotta), nei debiti fino al collo col suo allibratore, organizza un colpo con tre suoi compagni sbirri corrotti per derubare un pescecane di strozzino locale, ma naturalmente le cose si svolgono nella tipica maniera da B-movie. Questo neo-noir realizzato con stile vanta un cast superiore ma è affondato da personaggi riprovevoli e da uno script deprimente per quanto derivativo, post-moderno e tarantiniano. Ha debuttato sulla tv via cavo un anno prima dell’uscita nelle sale nel 1998. Panavision.

Hannibal

Il miliardario Mason Verger, unica vittima sopravvissuta alla furia omicida del dottor Lecter, sta cercando in tutto il mondo reliquie del suo antagonista e indizi per acciuffarlo. Nel frattempo Hannibal Lecter vive sotto mentite spoglie a Firenze, preparandosi a rivestire la funzione di bibliotecario nella prestigiosa Biblioteca Capponi. Clarice Starling, divenuta un veterano dell’Fbi, a dieci anni esatti dalle vicende che la legarono al serial killer cannibale si trova nei guai a causa di un’operazione di polizia risoltasi in un’inutile strage. Questi tre destini tornano a incrociarsi quando Rinaldo Pazzi, frustrato ispettore di polizia, scopre la vera identità del bibliotecario e cerca di venderlo a Verger.

Un qualsiasi confronto tra
Il silenzio degli innocenti
di Jonathan Demme e il suo sequel
Hannibal
sarebbe inutile, fuorviante e controproducente. Per
Hannibal
, s’intende. È chiaro che il capolavoro di Demme costituisce uno di quei casi – più unici che rari nella storia del cinema – destinati a non incoraggiare paragoni. Di
Il silenzio degli innocenti
, come di
Psycho
, ne esiste uno solo, unico e inimitabile. Del resto, nel caso di
Hannibal
era chiara sin dal principio l’operazione commerciale impiantata da Dino De Laurentiis. Il mediocre romanzo di Thomas Harris nasce già in funzione del progetto cinematografico e i vari contributi artistici (Ridley Scott alla regia, David Mamet e Steven Zaillian alla sceneggiatura, Pietro Scalia al montaggio) sono garanzie per quella che resta una speculazione commerciale sulle spalle di un classico. Budget alle stelle, con trenta degli ottanta milioni di dollari investiti finiti delle tasche di Anthony Hopkins, la ragion d’essere stessa del film.

Ed eccoci arrivati al risultato finale: com’è
Hannibal
? Cos’è l’annunciato evento cinematografico di una stagione asfittica come questa? È uno splatter nobilitato da interpretazioni magistrali e da un dispiego di mezzi che, durante i gloriosi anni Settanta, Tobe Hooper e Wes Craven potevano solo sognarsi. Tutti storcerebbero il naso di fronte a budella penzolanti, cervellini fritti impanati, carotidi recise, crani addentati da cinghiali. Qui è diverso: portati in serie A, questi materiali diventano grand guignol, fanno parte dello spettacolo colto, si armonizzano con le dissertazioni su Dante, i poeti stilnovisti, la Firenze rinascimentale e medicea, la psicanalisi e le grandi firme della moda italiana. Occorre dire comunque che i singoli raccapriccianti numeri sono la cosa migliore del film, lasciati galleggiare in un mare narrativo tremendamente farraginoso e noioso. Sembra quasi di vedere tre o quattro pellicole cucite l’una dopo l’altra per rinvigorire la suspense con iniezioni macabre ad hoc. E la parte fiorentina, che dovrebbe essere la più originale e caratteristica, si risolve in un lungo episodio frigido e supponente, suggestivo solo a livello scenografico.

Ma la differenza più macroscopica rispetto al
Il silenzio degli innocenti
la si trova nella caratura del protagonista. Il doctor Lecter di Demme era il Male assoluto incarnato, immobile e inquietante, al limite dell’astrazione iconica. Qui Hopkins diventa un eroe a suo modo positivo: uccide i cattivi, protegge e flirta spudoratamente con la giovane agente dell’Fbi. Ma la sua onnipotenza è ridotta alla capacità di agire incontrastato, come un qualsiasi criminale di talento. Stavolta fa molta più paura il suo antagonista, Verger, interpretato – dietro una maschera mostruosa – da Gary Oldman. In assenza di spessore filosofico e concettuale, rimangono l’ostentazione dell’orrore, la narrazione diluita, le ambiguità svelate e sottolineate. E tante immagini patinate e frenetiche: il tutto nella migliore e peggiore tradizione di un ex pubblicitario quale Ridley Scott, ormai lontano dagli esiti di
Alien
e
Blade Runner
.

Freddo, accademico, formalista. Tutt’altro che un film cattivo e spiazzante. Al più un po’ cinico e dissacrante.
(anton giulio mancino)

Narc – Analisi di un delitto

Un detective della Narcotici di Detroit caduto in disgrazia (Patric) ha l’occasione di redimersi quando gli viene chiesto di indagare sull’omicidio di un poliziotto insieme all’ex partner di quest’ultimo (Liotta), un violento insubordinato che potrebbe sapere più di quanto racconta. Lo sguardo viscerale sulla brutale realtà degli incarichi ufficiosi è implacabilmente truce, anche se le due star forniscono interpretazioni energiche e la sequenza iniziale è di sicuro impatto. Liotta è anche co-produttore; sceneggiatura dello stesso regista.

John Q

Un operaio di fabbrica che sta lottando per sbarcare il lunario viene a sapere che la sua assicurazione non coprirà le spese per l’intervento di trapianto cardiaco sul figlio. Aggredito da lungaggini burocratiche e burocrati noncuranti, si barrica nel pronto soccorso dell’ospedale, disposto a fare qualsiasi cosa per salvare la vita del figlio. Gli ingredienti della storia si sentono veritieri, ma è un peccato che il film prema il pulsante dell’emotività con personaggi di secondo piano verbosi e semplicistici. Riscattato in modo sorprendente dalla potente interpretazione di Washington.

Qualcosa di travolgente

Charles, tranquillo e anonimo agente di cambio newyorchese, si lascia coinvolgere in ogni genere di sfrenatezze dalla bella Lulù, conosciuta casualmente in un fast-food. L’improvviso incontro con il violento Ray, ex marito della donna, trasforma il piacevole diversivo in un’avventura infernale. Un film atipico e inclassificabile che a metà della storia passa bruscamente dalla commedia al thriller. Un piccolo capolavoro, perfettamente in bilico tra il cinema indipendente (alla Roger Corman, mentore del regista) e i prodotti degli studios, per nulla inferiore alle più fortunate pellicole successive di Demme, Una vedova allegra ma non troppo, Il silenzio degli innocenti e Philadelphia . (andrea tagliacozzo)

Blow

La storia, raccontata attraverso una serie di flashback, di un figlio della “working class” americana che vive sulla propria pelle il dramma della povertà, e decide quindi che lo scopo della sua vita è fare soldi. Quando si trasferisce in California, negli anni Sessanta, scopre che un ottimo modo per realizzare il suo progetto è vendere droga: fra un arresto e l’altro, diventerà il maggior importatore di cocaina degli States. Ben interpretato, ispirato a una storia vera; peccato solo che la sorte del protagonista finisca per risultare di nessun interesse per lo spettatore. Panavision.