Non stuzzicate la zanzara

L’irrequieta Rita scappa dal collegio assieme a Paolo, un giovane professore che insegna nello stesso istituto, per partecipare a una competizione canora. Ma il padre della ragazza è decisamente contrario. Sequel di Rita la zanzara, altrettanto sciocco e mediocre. Nel ’72, dopo un intervallo di cinque anni, la Wertmüller tornò dietro la macchina da presa per dirigere Giannini nel suo primo, grande successo: Mimì metallurgico. (andrea tagliacozzo)

Non c’è più niente da fare

I Perseveranti (compagnia teatrale composta da una commessa della COOP, un avvocato, due pensionati, un disoccupato, un’ impiegata postale, una proprietaria di tintoria, uno studente e un falegname artigiano) sono afflitti durante il giorno da mille problemi e solo la sera, nel loro teatrino, raggiungono la felicità. Il padrone del teatrino dove provano. Un cavillo legale permetterebbe ai Perseveranti di spuntarla, ma c’è una condizione: devono mettere in scena lo spettacolo che stanno provando.

Le conseguenze dell’amore

Titta Di Girolamo
(Toni Servillo)
è un uomo laconico, solo e misterioso. Da otto anni vive nel bell’albergo di un’anonima cittadina della Svizzera italiana. Passa le giornate al bar, fumando e annotando propositi per il futuro in un block notes, attirando la curiosità della barista
(Olivia Magnani).
La sera, gioca a carte con una coppia di attempati nobilotti rovinati dal gioco e passa le notti insonne, ad ascoltare i vicini di stanza. Otto anni così, assorbito in un’atroce e metodica ripetizione che lo ha inaridito: paga puntuale ogni primo del mese, da 24 anni si fa di eroina una volta a settimana, e una volta l’anno si fa sostituire tutto il sangue. Fa anche altro: ogni tanto porta in una banca valigie con milioni di dollari che fa contare a mano dai dipendenti perché «non vuole smettere di avere fiducia negli uomini». Nulla sembra incrinare l’edificio cinico del suo ordine. Ma il Caso opera le sue rivoluzioni con i fatti più semplici, come la replica piccata della barista che lui ignora e non saluta da due anni.

Così, per un uomo che si è autoesiliato dal mondo (perché tanto «fuori non c’è niente»), privo d’immaginazione e alieno ai cedimenti emotivi (perché teme le conseguenze dell’amore), per il suo effimero equilibrio con cui protegge un segreto inconfessabile, l’incontro con una ragazza ordinaria – che nulla ha da offrirgli se non la remota possibilità di un amore improbabile (che lui non sa costruire e prova a comprare con una decappottabile di lusso) – rappresenta un detonatore dalle conseguenze tragiche. Tragiche perché la vita di Titta non gli appartiene più: dieci anni prima era un commercialista che investiva in borsa, e dopo una transazione sfortunata per Cosa Nostra è stato confinato in quel limbo a riciclare il loro denaro sporco, perdendo la famiglia e il futuro.Tragiche perché Titta è un idealista timido ma coerente che vuole riappropriarsi della sua vita: sfida Cosa Nostra per fuggire con la barista, e quando lei non verrà (un altro tranello innocente del Caso), poiché non crede alla sfortuna («è un’invenzione dei falliti e dei poveri») si erge a beffardo riparatore di torti (omaggia i nobili decaduti dei milioni che aveva sottratto ai mafiosi per rifarsi una vita con la ragazza) e trova il coraggio di andare incontro a una morte rocambolesca.

In un mondo in cui non ci sono eroi e morali, il riciclatore, che vive in una terra di mezzo (non si può dire che sia un drogato ma ha a che fare con la droga, non è un mafioso ma la fiancheggia), non può salvare nessuno e nemmeno se stesso se non, forse, morendo addirittura per vecchi e desueti ideali come l’amore e l’amicizia perenne (commovente la speranza finale che il suo amico d’infanzia, tecnico dei piloni della luce in Trentino, ogni tanto si immalinconisca pensando a lui).

Una storia pura e lineare, costruita come un teorema geometrico, che (r)innova la fiducia nell’amore malgrado le sue imprevedibili conseguenze. Fluida la regia di Sorrentino (abile con poco a rendere il senso di attesa nel vuoto) e strepitoso Servillo, che sa offrire il ritratto di un perdente tremendamente umano nel suo orgoglio. Da vedere.

(salvatore vitellino)

Padri e figli

Due giovani liceali – lui figlio di uno stimato medico, lei di un sarto rimasto vedovo – marinano la scuola per stare insieme. I genitori, preoccupati, corrono ai ripari e impediscono ai giovani di vedersi. Una commedia senza troppe pretese sociologiche, ma ben scritta (dal regista con Age, Scarpelli e Leo Benvenuti), piacevole e divertente, in cui Monicelli riesce ad ottenere il meglio dall’ottimo cast.
(andrea tagliacozzo)

Terapia Roosevelt . La giusta terapia per la tua timidezza

Sandro De Vito (Giampiero Ingrassia) è un giornalista televisivo affetto da invincibile timidezza. Quando il suo direttore lo incarica di intervistare un noto uomo politico e di condurre un programma in sostituzione di un collega, l’uomo si fa prendere dal panico. Per sua fortuna incontra uno psichiatra, che decide di aiutarlo con una teoria bislacca ma efficace: per vincere la timidezza dovrà immaginare il suo interlocutore assiso su un water, nell’atto naturale. Incredibilmente, la terapia fu

Il Trasformista

In un piccolo comune del torinese, un’alluvione porta alla luce un problema con i rifiuti tossici di una discarica. Augusto Viganò, proprietario di una birreria, è il leader di un piccolo gruppo locale di ambientalisti. Durante una manifestazione ferma il treno speciale con il ministro e appare in televisione. Un imprenditore senza scrupoli lo vede e decide di sponsorizzare la sua candidatura in parlamento, nelle liste del Polo. Viganò viene eletto e decide fermamente di portare avanti la sua battaglia politica ed ecologica, ma, appena giunto a Roma, rimane invischiato nel pantano dei giochi di palazzo. Il piemontese idealista verrà cambiato dal potere e dalla politica? Un buon film quello di Barbareschi, scritto bene e interpretato ancora meglio da tutto il cast. Molto divertenti e reali le rappresentazioni del generone romano, secondo cui la politica non si fa nell’Emiciclo di Montecitorio o in Senato, ma bensì nelle terrazze, nei salotti e nelle ville abusive di Sabaudia. Un Barbareschi attore che studia bene la psicologia del suo personaggio, «trasformandolo» durante il film. Per fortuna la pellicola evita di scadere nel buonismo più stucchevole, ma forse avrebbe potuto evitare di rimarcare il solito giudizio qualunquista, secondo cui «sono tutti uguali», a destra come a sinistra. Lo sappiamo, ma ormai è una banalità. (andrea amato)