Il grande Joe

Divertente versione aggiornata del film del 1949 di Schoedsack: la Theron è allevata nella giungla a fianco di un gorilla gigante. Per proteggere Joe dai bracconieri, acconsente a portarlo nell’habitat animale di Los Angeles, ma nessuno capisce il ragazzone come lei. Per di più, un cattivo vuole prenderlo, con l’inevitabile perdita di controllo. Buon divertimento, fatto seriamente. Terry Moore (star del film del 1949) e Ray Harryhausen (che contribuì all’animazione dell’originale Joe) hanno un cammeo insieme, così come Dina Merrill, il cui marito produsse il film. Joe è stato creato da Rick Baker. Una nomination agli Oscar per gli effetti speciali.

Snatch-Lo strappo

Franky «Quattrodita» e i suoi uomini eseguono una rapina da manuale ad Anversa. Il cospicuo bottino è una partita di diamanti, tra cui una pietra di inestimabile valore destinata al boss Avi. Prima di raggiungere quest’ultimo a New York, Franky si ferma a Londra per smerciare parte dei preziosi, ma il soggiorno si rivela più pericoloso del previsto. Con il precedente
Lock & Stock-Pazzi scatenati
– un ironico crime movie sulla scia di Tarantino – l’inglese Guy Ritchie era riuscito a suscitare entusiasmi in patria e negli Stati Uniti. Entusiasmi probabilmente non giustificati, anche a giudicare da questa sua seconda fatica: una discutibile rimasticatura del primo film, realizzata con i soldi degli americani e la benedizione della sua celebre consorte, la cantante Madonna. Non sembra nemmeno privo di talento il giovanotto, ma è tanto terribilmente presuntuoso che finisce per prendersi troppo sul serio, nonostante il tono della pellicola consigli il contrario. Come se un onesto calciatore di serie A – mettiamo un Pancaro o un Tacchinardi – si credesse improvvisamente d’essere diventato Maradona. Un dribbling ogni tanto l’azzecca pure, ma poi finisce per marcarsi da solo o segnare nella propria porta.

È il caso di Guy Ritchie, che si crede Tarantino – perché scrive dialoghi arguti e mette in scena macchiette divertenti – ma, al contrario del collega d’Oltreoceano, è incapace di dare una struttura decente al suo raccontino. E non serve aggiungere di tanto in tanto inserti da videoclip per vincere la noia. Per non parlare degli stereotipi razzisti – ebrei, zingari, russi, neri e chi più ne ha più ne metta – all’insegna del politically incorrect: ma le intenzioni sono ironiche, per carità, e più che offensivo o fastidioso il nostro amico finisce solo per risultare stupido. Quasi quanto il suo film.
(andrea tagliacozzo)

Quarantena

Per un reality televisivo sulle persone che lavorano mentre il resto del mondo dorme, la cronista Angela Vidal (Jennifer Carpenter) e il suo cameraman Scott (Steve Harris) devono coprire un turno di notte con una coppia di pompieri di Los Angeles. Dopo una serata noiosa, una drammatica chiamata alla polizia nel bel mezzo della notte li porta in un piccolo complesso di appartamenti. I poliziotti sono già sul posto per delle violente urla che provengono da un appartamento del terzo piano. Essendo capitati in mezzo a una storia importante, Angela e Scott sono determinati a registrare tutto. Dopo essere entrati nel complesso per indagare, trovano un’anziana signora in camicia da notte, che sta da sola nell’oscurità. E’ piena di sangue, il suo respiro affannoso e incerto. Sembra malata, ma quando un poliziotto si avvicina per aiutarla, lei improvvisamente lo attacca… coi denti. Il gruppo sottomette la donna e tenta di ottenere aiuto per il poliziotto ferito. Ma quando cercano di uscire dal complesso, scoprono che il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie ha messo in quarantena l’edificio. Tutte le uscite sono sigillate e sorvegliate da uomini armati.

La tregua

La guerra è finita e i deportati ebrei italiani nel campo di concentramento di Auschwitz fanno ritorno a casa. Un ritorno travagliato e difficile, pieno di insidie e ossessionato dai ricordi ancora freschissimi dell’inferno che stanno abbandonando. Tratto dall’omonimo libro autobiografico di Primo Levi, adattato da Rosi e Tonino Guerra, il film non riesce a decollare mai del tutto e delude per l’occasione persa. Non è sicuramente facile rapportarsi con il libro di Levi, così struggente e stravolgente, ma forse anche le difficoltà di lavorazione hanno reso difficile ottenere un buon lavoro. Durante le riprese sono mancati il direttore della fotografia e il montatore. Non convince neanche la musica di Bacalov, troppo slegata dallo svolgimento del film.
(andrea amato)

Eyes Wide Shut

Dopo un party, un medico riceve la confessione delle fantasie erotiche della moglie e vaga per la città. Farà strani incontri, e finirà – indirizzatovi da un amico pianista – a un’orgia mascherata in una villa. Qui verrà smascherato, e l’indomani si metterà sulle tracce del luogo misterioso… L’ultimo capolavoro di Kubrick, un autore talmente grande da dividere e sconcertare anche dopo morto. Hanno detto: un film imperfetto, incompleto. Ma che importa? Eyes Wide Shut è una costruzione terminale, definitiva, una delle descrizioni più oscure del mondo che ci circonda. Sulla scia del Doppio sogno di Schnitzler, Kubrick ci conduce nel cuore nero dell’Occidente sviluppato, con un moralismo e un pessimismo da uomo del Settecento. La Storia è storia dei rapporti di potere, il Potere è potere sui corpi. Dominio dei ricchi sui corpi dei poveri, degli uomini su quelli delle donne. Compiendo la sua parabola, uno di geni del secolo porta Barry Lyndon nel 2001. Ma fino all’ultimo non rinuncia alla sua beffarda ironia, e affida il sugo di tutta la vicenda a uno «scopiamo» detto da una stupenda Nicole Kidman al marito. Molto più che un bel film. Un film indispensabile. (emiliano morreale)