Jackie Brown

Un gangster nero cerca di mettere a segno un colpo col traffico d’armi, in società con un altro vecchio del giro e con la complicità di una hostess, Jackie Brown: ma lei fa il doppio gioco. Una guerra tra poveri, con in sottofondo la struggente storia d’amore crepuscolare tra l’attempato gangster Max Cherry (Robert Forster) e la matura Jackie (interpretata da Pam Grier, regina della blaxploitation anni Settanta). Costruito a flashback, ma sobri e assolutamente… anti-tarantiniani, un film saggio e maturo, firmato da un regista vero: rimangono pochi dubbi sulla statura di autore di Tarantino, che qui è sfigato e notturno, cinefilo assolutamente non esibizionista, direttore di attori sopraffino, magistrale creatore di atmosfere e di suspence. Da ricordare il ripescaggio di Forster e della Grier, il meraviglioso controruolo inventato per De Niro (ma esistono controruoli per De Niro?), le calibrate prestazioni di Bridget Fonda e Samuel L. Jackson.
(emiliano morreale)

Death Proof – A prova di morte

Austin, Texas. Tre ragazze sexy, sveglie e sicure di sé hanno intenzione di passare un’allegra serata in compagnia. Non sanno che uno stuntman fuori di testa ha intenzione di farle fuori. Quattordici mesi più tardi, nel Tennessee, lo stesso stuntman troverà pane per i suoi denti in un altro gruppo di ragazze.
Azione, violenza e gli abituali dialoghi al limite della perfezione. Quentin Tarantino si affida ancora agli ingredienti-base della maggior parte dei suoi film (l’unico “cucinato” in maniera diversa rimane per il momento l’ottimo Jackie Brown) e ne ottiene un’altra pellicola tarantiniana fino al midollo. “Meno di quello che si aspettavano i fan di Tarantino – ha ottimamente sintetizzato Paolo Mereghetti sul Corriere – ma anche molto di più (in quanto a radicalità registica e delirio narrativo) di quello che i suoi detrattori sono disposti a concedergli”.
Stavolta non c’è Uma Thurman a rubare la scena, ma un eccezionale gruppo di attrici, a interpretare due bande di “cattive ragazze” che fanno di Death Proof il film più sexy del regista. Non perché vi siano scene di sesso, in realtà totalmente assenti, ma per la continua tensione sessuale che lega la prima banda (memorabile la Arlene di Vanessa Ferlito) allo stuntman psicopatico che ha il volto sfregiato di Kurt Russell. A quest’ultimo, nella seconda parte del film, un gruppo capeggiato da Rosario Dawson e dalla stuntwoman Zoe Ball, stuntwoman anche nella vita e controfigura di Uma Thurman in KillBill, farà passare la voglia di braccare giovani donne apparentemente indifese.
Come sempre Tarantino omaggia i suoi maestri di cinema, il pane per i suoi denti di cinefilo, ma come sempre non è indispensabile cogliere le millanta citazioni per apprezzare il film. Stavolta l’oggetto dell’omaggio sono i b-movies statunitensi degli anni Settanta, dei quali la prima parte di Death Proof riproduce in toto l’estetica, titoli di testa compresi. Ma nella colonna sonora non mancano citazioni, per esempio, per le musiche de L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento (opera di Ennio Morricone) e Italia a mano armata di Marino Girolami. Insomma, l’omaggio è anche al cinema italiano i cui odierni prodotti Tarantino disprezza.
In attesa di assistere, alla prossima Mostra di Venezia e poi al cinema o solo in dvd, ancora non è chiaro, al lavoro di Robert Rodriguez. Il progetto originario, intitolato Grindhouse, prevedeva infatti un film diretto a quattro mani dai due ma il flop nelle sale americane ha indotto i distributori europei a proporre al pubblico, almeno per il momento, solo la parte girata da Tarantino (che si è ritagliato un piccolo ruolo nella parte di un barista, manco a dirlo, fuori di testa). ( maurizio zoja )

Pulp Fiction

Pulp Fiction

mame cinema PULP FICTION - STASERA IN TV IL CULT DI TARANTINO scena
Una scena del film

Terzo e ultimo capitolo della trilogia pulp di Quentin Tarantino, Pulp Fiction (1994) consiste in un intreccio di storie collegate tra loro, ma presentate non in ordine cronologico. I protagonisti sono Vincent Vega (John Travolta), Jules Winnfield (Samuel L. Jackson), Mia Wallace (Uma Thurman),  Winston Wolf (Harvey Keitel), Butch Coolidge (Bruce Willis) e Marsellus Wallace (Ving Rhames). Lo stesso Tarantino appare nel film nel ruolo di Jimmie Dimmick.

Tra malavita e situazioni assurde, il film presenta un manierismo che è ben oltre il citazionismo e lo stile-videoclip degli anni Ottanta: Tarantino non cita, piuttosto se gli serve copia. Non ci sono innovazioni narrative, eppure la pellicola è ormai un cult della storia del cinema. Le inquadrature sono lunghe e tortuose, il montaggio è frenetico ma non spezzettato, le sceneggiature sono di ferro, in tutto il film non si vede mai un televisore né una cinepresa. Il cuore del suo cinema sta nella particolare stimmung che circonda la cinefilia e il senso di morte, nell’uso ormai completamente disinvolto dei materiali.

Curiosità

  • Scritto da Tarantino e Roger Avary, il film è stato diretto solo dal primo: Avary si stava dedicando in quel periodo alla sceneggiatura e alla regia di Killing Zoe, il suo esordio alla regia.
  •  Samuel L. Jackson ha definito il lavoro con Quentin Tarantino come «qualcosa di assolutamente straordinario», considerando il regista come «un’enciclopedia del cinema vivente».
  • Per quel che riguarda lo stile, Tarantino ha ammesso di essersi ispirato a grandi personaggi come Alfred Hitchcockma anche a registi di spicco del cinema noir come Don Siegel o Jean-Luc Godard.
  • In un’intervista, Tarantino ha dichiarato che secondo lui il motivo del successo di Pulp Fiction è rappresentato dalla scoperta che coglie di sorpresa lo spettatore. Più tardi dirà infatti che: «Una delle cose che preferisco nel raccontare storie come faccio io, è dare forti emozioni: lasciare che il pubblico si rilassi, si diverta e poi all’improvviso… boom!, voglio trasportarli improvvisamente in un altro film.»
  • La pellicola si è aggiudicata il premio Oscar e il Golden Globe per la Migliore sceneggiatura originale a Quentin Tarantino e Roger Avary.

Sin City

Sin City

mame cinema SIN CITY - STASERA IN TV IL PRIMO CAPITOLO DELLA SAGA scena
Una scena del film

Diretto da Robert Rodriguez, Frank Miller e Quentin Tarantino, Sin City (2005) è diviso in tre episodi, che raccontano tre storie dell’opera originale di Miller: Un duro addioQuel bastardo giallo e Un’abbuffata di morte. All’inizio e alla fine del film viene accennata la parte che nel fumetto corrisponde al racconto Il cliente ha sempre ragione.

I personaggi principali sono il poliziotto John Hartigan (Bruce Willis), Nancy Callahan (Jessica Alba), Marv (Mickey Rourke), Dwight McCarthy (Clive Owen), Roark Jr. (Nick Stahl), Kevin (Elijah Wood), Gail (Rosario Dawson) e Jackie Boy (Benicio Del Toro).

Tre storie di vita violenta. Sullo sfondo, la città di Basin City, un luogo corrotto fino al midollo, tanto marcio da meritarsi il soprannome di Sin City, la città del peccato.
John Hartigan (Bruce Willis) è uno sbirro prossimo alla pensione, che durante la sua ultima notte di servizio salva Nancy (Jessica Alba), undici anni, dalle grinfie di un pedofilo assassino. Ma il maniaco è il figlio del più potente uomo politico di Sin City, che metterà in atto una crudele vendetta contro il poliziotto.
Dieci anni dopo: Marv (Mickey Rourke), un bestione pazzo dall’aspetto mostruoso, si innamora di una prostituta incontrata in uno squallido bar dei bassifondi. Goldie, così si chiama la donna, offre a Marv l’unica notte d’amore della sua disperata vita, prima di essere barbaramente uccisa.

Alcuni mesi prima: Dwight McCarthy (Clive Owen) e la sua amata Gale (Rosario Dawson), boss della gang di prostitute guerriere che controllano la città vecchia, combattono per scongiurare una guerra fra poliziotti, prostitute e malavitosi. Casus belli , l’uccisione da parte delle «ragazze» di un poliziotto violento, Jackie Boy (Benicio Del Toro).
Robert Rodriguez gira la sua pellicola più riuscita grazie alla collaborazione di Frank Miller, forse il più grande cartoonist americano degli ultimi vent’anni, sicuramente uno dei più influenti.

Curiosità

  • Frank Miller appare nel film nel ruolo di un prete.
  • Il film è completamente girato in digitale e ha un’ambientazione quasi totalmente virtuale: e sole tre scenografie realizzate realmente sono quelle del bar di Sin City, della casa di Shellie (Brittany Murphy) e dell’ospedale.
  • Come il fumetto, la pellicola è interamente in bianco e nero, con alcuni sprazzi di colore improvvisi per accentuare dei particolari importanti, una tecnica simile a quella usata prima da Francis Ford Coppola in Rusty il selvaggio.
  • La parte di John Hartigan era stata inizialmente offerta a Michael Douglas, il quale tuttavia la rifiutò. Così venne scelto al suo posto Bruce Willis.
  • Altri attori a cui era stato proposto un ruolo nel film sono Christopher Walken e Willem Dafoe per la parte del senatore Roark, Nick Stahl per la parte di Junior, ma furono anche considerati Steve Buscemi e Leonardo DiCaprio. Robert Rodriguez aveva pensato a Johnny Depp per il ruolo di Jackie Boy, poi andato a Benicio del Toro.

RECENSIONE

Miller ha iniziato con i supereroi nei primi ’80, scrivendo le saghe che hanno rivitalizzato personaggi come Batman ( The Dark Knight Returns ) e Daredevil ( Born Again, Elektra Lives Again ). Poi, nel 1993 ha deciso di mettersi in proprio e ha iniziato a lavorare sul progetto Sin City : le storie a fumetti, disegnate in un durissimo e rigoroso bianco e nero e permeate di violenza e cinismo, hanno da subito fatto gridare al capolavoro e attirato l’attenzione dei fan del pulp e del noir . Fra questi, sicuramente anche Rodriguez, il cui amore per il fumetto di Miller traspare in maniera cristallina in ogni singola inquadratura che compone le oltre due ore del film.
I due co-registi trasportano infatti su grande schermo il linguaggio delle tavole a fumetti, riprendendo fedelmente dall’originale disegnato ogni dialogo e perfino moltissime inquadrature. Gli albi a fumetti sono diventati la base per la composizione dello storyboard e si sono praticamente sostituiti a quest’ultimo. I sociologi dei media americani Bolter e Grusin hanno parlato di «rimediazione» per definire il processo di spostamento di linguaggio da un mezzo di comunicazione all’altro: Miller e Rodriguez forniscono uno dei più lampanti esempi concreti di questo processo, con un film cui l’aggettivo «post-moderno» non può che calzare a pennello.
Questa convergenza estetica tra cinema e fumetto è stata resa possibile grazie al pesante uso della tecnica digitale: gli attori hanno recitato su un set totalmente spoglio, sugli sfondi monocromatici del bluescreen , e gli ambienti sono stati aggiunti successivamente, con un enorme lavoro di post-produzione. Avevamo visto qualcosa di molto simile in Sky Captain And The World Of Tomorrow , uscito circa sei mesi fa, ma in Sin City l’effetto è ancora migliore; per rendersene conto, basta guardare l’incredibile perfezione della pioggia che cade incessante sulla «città del peccato».

Dal punto di vista estetico ci troviamo quindi davanti a un prodotto interessante e affascinante. Lo stile c’è ma è necessario evidenziare alcune piccole lacune che riguardano il contenuto narrativo. La più evidente è l’uso a volte eccessivo della voce fuori campo, che fa entrare direttamente nei pensieri dei character principali: è sicuramente la soluzione più immediata per rappresentare sullo schermo le ipertrofiche didascalie che Miller usa per dare la parola al flusso di coscienza dei suoi personaggi disegnati, ma dopo due ore rischia di mettere alla prova i nervi dello spettatore medio, tanto più che le voci di Hartigan, Marv e Dwight sono drammaticamente simili.
Sin City rimane comunque un grande film che, scontrandosi frontalmente con quanto il cinema d’autore oggi produce, darà adito a molte critiche. Un piccolo prezzo da pagare, inevitabile quando si sottopone al giudizio del pubblico un prodotto di forte personalità e con un non indifferente contenuto di innovazione.
Il cast, infine, è veramente stellare, altro che Ocean’s Eleven . E un paio di scene sono imperdibili, soprattutto quella del surreale dialogo tra Hartigan e il cadavere di Jackie Boy, girate dallo special guest director Quentin Tarantino. (michele serra)

C’era una volta in Messico

Sands è un agente non proprio segreto (sulla sua t-shirt c’è scritto «agente della Cia»…), ma sicuramente corrotto. Deve sventare un attentato al presidente messicano ordito dal cattivissimo narcotrafficante Barrillo e da alcuni generali dell’esercito messicano. Per salvare il presidente, si rivolge al mitico chitarrista El Mariachi, che vive in isolamento tra ricordi, rimpianti e sete di vendetta…

Terzo episodio della saga di El Mariachi (iniziata nel 1993 con
El Mariachi
e proseguita nel 1995 con
Desperado)
confezionato da Robert Rodriguez (nel frattempo ha girato anche la saga di
Spy Kids)
che ne ha curato anche sceneggiatura, montaggio, scenografia, fotografia e persino la colonna sonora. Un doppio, ironico, divertito omaggio a due maestri del regista messicano: Sergio Leone (basta il titolo…) e Quentin Tarantino (basta contare i cadaveri…). Eppure, questo film che ha messo in pista una parata di stelle (Antonio Banderas, Johnny Depp, Willem Dafoe, Mickey Rourke, Eva Mendes, Enrique Iglesias, Salma Hayek, Marco Leonardi…) è divertente. Con i suoi personaggi irreali, forzati, incredibili. Con le situazioni paradossali, al limite di ogni forzatura. Con un numero di morti ammazzati, tagliati, ridotti a brandelli da grande pulp in salsa messicana. Divertente un nevrotico Johnny Depp, con terzo braccio finto e una sfilza di spacconate (ammazza il cuoco perché cucina troppo bene…). E grande il chitarrista con le armi nella custodia della chitarra, Banderas, qui ancora afflitto per la morte (violenta) della compagna Carolina e del figlio neonato. Un film – girato in digitale – sicuramente spettacolare (inseguimenti, fughe, esplosioni…), rumoroso ed esagerato. Gli amanti del genere non possono perderlo. Gli altri si fanno due risate e si rifanno gli occhi con cotanto cast…
(d.c.i.)

Hostel: Part II

Tre studentesse di storia dell’arte a Roma decidono di prendersi una pausa dagli studi per concedersi una spensierata vacanza a Praga. Sul treno che le accompagna incontrano una modella conosciuta durante un corso e proseguono insieme a lei fino in Slovacchia. Ospiti di un ostello, saranno coinvolte in un raccapricciante gioco al massacro.

Dal tramonto all’alba

Dal tramonto all’alba

mame cinema DAL TRAMONTO ALL'ALBA - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Diretto da Robert Rodriguez, Dal tramonto all’alba (1996) ha come protagonisti due fratelli fuorilegge, Seth (George Clooney) e Richard (Quentin Tarantino). Dopo un sequestro di persona culminato in omicidio a causa dei disturbi mentali di Richard, i due sono costretti a fuggire in Messico, precisamente al bar Titty Twister, locale per camionisti aperto dal tramonto all’alba dove li aspetta un loro conoscente.

Ma i fuorilegge si imbattono in una famiglia diretta anch’essa in Messico per una vacanza: si tratta del pastore Jacob (Harvey Keitel) e dei suoi figli Kate (Juliette Lewis) e Scott (Ernest Liu). Per raggiungere quindi il Titty Twister, i fratelli rapiscono la famiglia e utilizzano il loro camper. Ma, una volta giunti al locale, qualcosa di orribile li aspetta: i frequentatori del bar sono tutti vampiri. Ecco perché, dunque, il Titty Twister apre al tramonto e chiude all’alba. Riusciranno i protagonisti a non finire in pasto alle sanguinarie creature? Vedranno ancora l’alba del giorno dopo?

Curiosità

  • Nel film compare anche l’attrice Salma Hayek, nei panni di una vampira/danzatrice esotica.
  • La pellicola è il frutto di una collaborazione tra Robert Kurtzman e Quentin Tarantino. Ai tempi de Le iene lavorarono a una sceneggiatura scritta da Tarantino quando era al liceo. Egli si è ispirato al finale del film Getaway, il rapinatore solitario: due delinquenti si devono dirigere alla frontiera messicana per sfuggire alla polizia dopo aver compiuto una rapina. E, a questo punto, per evitare di scadere nello stereotipo, Tarantino ha deciso di inserire i vampiri.
  • La parte di Seth Gecko è stata offerta a John TravoltaTim RothSteve BuscemiChristopher Walken e Michael Madsen. Tutti e cinque hanno però rifiutato a causa di altri impegni cinematografici.
  • Harvey Keitel, che aveva già collaborato con Tarantino ne Le iene e Pulp Fiction dichiarò che «lavorare con Quentin era un’esperienza unica: figurarsi cosa sarebbe stato lavorare con un amico di Quentin».
  • La Lewis affermò che una delle cose che più l’avevano aiutata nel girare alcune scene d’orrore era la sua capacità di non immedesimarsi nella protagonista: riusciva a interpretarla nel modo corretto, ma mai ad immedesimarsi.
  • Deleteria, nel parere di Roger Ebert fu l’interpretazione di Ernest Liu, esordiente per il grande schermo nel ruolo di Scott Fuller, forse il personaggio più debole che Tarantino abbia mai ideato.

Little Nicky – Un diavolo a Manhattan

Il più dolce dei tre figli del Diavolo deve andare sulla terra a riprendere i fratelli erranti altrimenti il padre morirà. Nel frattempo i suoi fratelli stanno facendo di New York un inferno in terra. Commedia stravagante, talvolta detestabile, raramente divertente, si compiace della sua volgarità. Piena di cammei comici (molti dei colleghi di Sandler di un tempo al Saturday Night Live

Kill Bill: Vol. 1

KILL BILL – VOLUME 1

Un matrimonio finito in carneficina. Una sposa (Uma Thurman) alla ricerca della propria vendetta. Da qui si sviluppa la trama di Kill Bill – Volume 1, film del 2003 scritto e diretto dal grande regista Quentin Tarantino.

Il mandante di questi omicidi è Bill, un uomo il cui volto non verrà mai inquadrato. Da qui, dunque, il titolo del film: la Sposa vuole trovare questo individuo e ucciderlo, chiudendo così i conti con il passato in modo definitivo. Ma riuscirà in questa impresa? Otterrà la vendetta che brama?

CURIOSITÀ

  • Kill Bill – Volume 1 nasce sul set di Pulp Fiction (1994). Infatti, in quell’occasione, Tarantino e la Thurman pensano insieme alla storiella che lei, in una scena di Pulp Fiction, racconta. Da qui l’idea per l’altra pellicola.
  • Tuttavia, dopo Pulp Fiction le strade di Tarantino e della Thurman si sono divise, rimandando il progetto pensato insieme. Successivamente, il regista incontrò nuovamente l’attrice e decise di girare Kill Bill come regalo per i trent’anni di lei.
  • Se Kill Bill – Volume 2, sequel del 2004, è ispirato allo spaghetti-western, a Sergio Leone e allo stile occidentale, il primo capitolo è invece proteso verso lo stile orientale. Ci sono infatti riferimenti a film con Bruce Lee e, in particolare, al capolavoro Cinque dita di violenza (1972). Quest’ultima pellicola lanciò in Italia il filone dei film di kung-fu.
  • La sequenza in stile anime che racconta il passato di O-Ren (Lucy Liu) è a cura di Production I.G., cioè uno studio d’animazione giapponese famoso per Ghost in the Shell.

Bastardi senza gloria

Nella Francia occupata dai nazisti, Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent) assiste all’uccisione di tutta la sua famiglia per mano del colonnello nazista Hans Landa (Christoph Waltz). Shosanna risce a sfuggire miracolosamente alla morte e si rifugia a Parigi, dove assume una nuova identità e diviene proprietaria di una sala cinematografica. Altrove in Europa, il tenente Aldo Raine (Brad Pitt) mette assieme una squadra speciale di soldati ebrei : noti come “The Basterds”, i soldati vengono incaricati dai loro superiori di agire come cani sciolti sul territorio uccidendo ogni soldato tedesco che incontrano e prendendogli lo scalpo. La squadra di Raine di troverà a collaborare con l’attrice tedesca Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger), una spia degli Alleati, in una missione che mira ad eliminare i leader del Terzo Reich. La loro missione li porterà nei pressi del cinema parigino dove Shosanna sta tramando un piano di vendetta privata…

Kill Bill: Vol. 2

Dopo aver ucciso le sue ex colleghe, la Sposa prosegue nella sua vendetta nei confronti di chi ha massacrato suo marito e i suoi amici nel giorno del suo matrimonio. All’appello mancano ancora Budd, Elle Driver e lo stesso Bill, un tempo amante della donna.

Dopo l’azione, il sangue e gli interminabili combattimenti del

Vol.1,
la seconda parte del quarto film di Quentin Tarantino abbandona le analogie con il cinema di Hong Kong per assomigliare, parole dello stesso regista, a uno spaghetti western. Ma «dietro ogni mia inquadratura c’è un film di Mario Bava», aggiunge, sottolineando l’omaggio della sua opera a uno dei maestri italiani del cinema di genere. Il «secondo volume» dà allo spettatore tutte le risposte alle domande nate dalla visione del «volume uno», affidandole a personaggi a tutto tondo come lo straordinario Bill di David Carradine, il fallito Budd di Michael Madsen e, ovviamente, la Sposa di Uma Thurman. Ciò che maggiormente colpisce sono le differenze stilistiche tra le due parti, originariamente concepite come un unico film poi diviso in due parti dalla Miramax a causa della sua eccessiva lunghezza. Tanto la prima era dominata da effetti speciali e coreografici combattimenti quanto la seconda si basa sui rapporti fra i suoi personaggi, in particolare sulla relazione vittima-carnefice che lega Bill e la Sposa. Tanto il primo volume era sembrato un’incredibile pezzo di bravura del regista quanto il secondo lascia spazio agli attori e alle loro intense interpretazioni. Sembra, insomma, di assistere a un altro film, di cui però è fortemente sconsigliata la visione a chi non abbia già assistito al suo predecessore.
(maurizio zoja)

Hostel

Hostel è quel genere di film che appartiene all’horror realistico ed ha il suo capostipite nel celebre
Non aprite quella porta
di Tobe Hooper e relativi sequel . Naturalmente il genere in sé viene da più lontano, come ogni spettacolo che vuole suscitare gli istinti più biechi della natura umana. Sulle pulsioni sadiche insite in ognuno di noi nacque a Parigi nell’Ottocento il teatro del Grand-Guignol, i cui effettacci divertivano-spaventavano l’ingenuo spettatore d’allora. Oggi ci vuole altro: uno naviga
su Internet e le efferatezze più gustose sono alla portata di tutti, a sentire
le dichiarazioni del regista, Eli Roth, alla seconda sua prova dopo un
Cabin
Fever

a detta di molti piacevolmente disgustoso. In questo film, invece, all’horror realista viene accoppiato il genere sessual-demenziale, senza riuscire a unificare i due aspetti.

La prima parte del film si dilunga sulle avventure facili di tre giovanotti coglioni, due americani e un islandese raccattato per strada. Costui è ancor più cretino e irresponsabile, è sposato e ha una figlia piccina, ma scopa come un micco qualsiasi cosa gli capiti davanti. Questi sparisce per la gioia dello spettatore, e si viene poi a sapere che è stato decapitato. I ragazzi sono in vacanza per l’Europa, un viaggio turistico-sessuale, con le capitali d’obbligo della droga e del sesso.

Mentre si trovano ad Amsterdam, in partenza per Barcellona, un losco figuro da cui guardarsi come dalla rogna li convince a
cambiare itinerario mostrando loro, sul suo telefonino, ragazze assai promettenti. «Andate a Bratislava, in Slovacchia; lì turismo scarso e
ragazze a bizzeffe e pronte a tutto». Leccandosi i baffi, i tre creduloni
partono per la cittadina del bengodi. Qui mi fermo, per non togliere il piacere
a chi andrà a vederlo, di godere delle orribili vicende cui andranno
incontro i giovani, perché in città capitano nella rete di un’organizzazione di
pervertiti sadici, che a pagamento si divertono a uccidere giovani ragazzi e
ragazze, seviziandoli, stuprandoli, tagliandoli a fette, oppure
accecandoli e via di seguito. Tra le urla e la disperazione che lasciano
insensibili solo il regista e il suo produttore, l’ineffabile Quentin Tarantino,
noto per il suo spirito umanitario. Infatti, secondo le dichiarazioni del regista
e del suo amico Tarantino, innamoratosi «pazzamente» del soggetto, il messaggio del film è la denuncia del turismo sessuale e del traffico d’organi. Ma che cari!

Comunque, all’organizzazione sembra appartenere l’intera città, polizia
compresa, perché il protagonista che si salva (Jay Hernandez) riuscirà a salvarsi sfuggendo a tutti i controlli e a vendicarsi rendendo pan per focaccia, o meglio dito tagliato per dito tagliato. Sono stato qualche
anno fa a Bratislava, cittadina deliziosa e un po’ triste ma
tranquilla, ai confini dell’Austria. Non mi sono mai accorto di nulla e, se
fossi il console della città o l’ambasciatore della Slovacchia invierei una
indignata protesta al collega statunitense per illazioni così pesanti.

Scherzi a parte, il film assembla parolacce su parolacce, scene su scene di
erotismo soft, efferatezze su efferatezze, senza riuscire a provocare la minima
reazione, se non quella di un giusto stupore: ma si può essere più canaglia e in
malafede di Roth e di Tarantino e non essere nemmeno capaci di costruire
un intreccio che per lo meno funzioni?
(piero gelli)

Four Rooms

Che cast… e che spreco! Terribile e imbarazzante film a episodi composto da quattro corti, il cui unico motivo di interesse è capire quale sia il peggiore. Ambientato in un hotel di Los Angeles nella notte di Capodanno e tenuto insieme dalla partecipazione di Ted il portiere (Roth). Bruce Willis appare non accreditato nell’ultimo episodio, quello di Tarantino.

Le iene – Cani da rapina

Una rapina ai danni di una gioielleria finisce in un bagno di sangue per il tempestivo intervento della Polizia. I criminali superstiti, rifugiatisi in un magazzino abbandonato, sospettano che tra di loro si nasconda un infiltrato. Straordinario esordio di Quentin Tarantino che s’ispira a Kubrick, a Scorsese e ai polizieschi di Hong Kong (lo spunto è ricavato dal finale di
City On Fire
di Ringo Lam), ma riesce a filtrare tutte le influenze attraverso uno stile originale e personalissimo. Gli elementi che contribuiscono alla riuscita del film sono soprattutto una rigorosa messa in scena, una sceneggiatura dalla struttura piuttosto ardita e un cast d’interpreti a dir poco eccezionale.
(andrea tagliacozzo)