Prof. Dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste, convenzionata con le mutue

Uno scatenato Alberto Sordi riprende il personaggio de
Il medico della mutua
(girato nel ’67 con la regia di Luigi Zampa). Il dottore Guido Tersilli è diventato il primario di una lussuosa clinica. Cinico e avido di denaro, tratta con i guanti bianchi i clienti facoltosi, mentre respinge con i pretesti più vari i poveri mutuati. A dispetto della buona prova di Sordi (in alcuni momenti fin troppo debordante), meno riuscito e più grossolano del precedente a causa della mano pesante e tutt’altro che raffinata del regista Salce.
(andrea tagliacozzo)

Sabato, domenica e lunedì

Pozzuoli 1934: una coppia sposata da trent’anni (Loren e De Filippo) vive apparentemente felice e senza screzi. Quando però il marito umilierà la moglie, superba cuoca, con un tradimento gastronomico, quest’ultima gliela farà pagare suscitando in lui la gelosia per un professore (De Crescenzo) che frequenta la loro casa. Bravissima la Loren.

Amarcord

Uno dei film di Fellini che più hanno subito l’apprezzamento midcult, la celebrazione televisiva, la mitizzazione volgare (e il quarto Oscar). Ma
Amarcord
non è un film gentile; è anzi uno dei film più antropologicamente profondi, più gaddianamente atroci sugli italiani e il fascismo. C’è la poesia, certo, c’è Tonino Guerra e ci sono i matti, c’è il trascorrere delle stagioni che scandisce il film (dalla fine dell’inverno con l’arrivo delle manine, alla Gradisca che si sposa e se ne va alla fine dell’estate); ma c’è un gusto parodico spinto al grottesco che seppellisce anche la commedia all’italiana: la famiglia, gli insegnanti, il sesso… L’elegia dell’inizio, corretta a dosi massicce di ferocia, si rivela per quello che è, un’elegia funebre. Il set mentale di
Amarcord
è meno notturno di quelli di Toby Dammit o di Satyricon, ma non è meno artificiale e ossessivo.
Amarcord
è innanzi tutto un film disperatamente italiano, anche se gente come Vincenzo Mollica non lo ammetterà mai.
(emiliano morreale)

Nuovo cinema Paradiso

Nell’immediato secondo dopoguerra, in un piccolo centro abitato della Sicilia, il piccolo Salvatore, preso a benvolere da Alfredo, un anziano proiezionista, passa gran parte del suo tempo nell’unico cinema del paese. Quando il vecchio perde la vista in seguito a un incidente, il ragazzino prende il posto dell’uomo in cabina di proiezione. Un omaggio nostalgico al mondo del cinema e al modo con cui questo veniva fruito in un’epoca che sembra ormai remota, visto con gli occhi di un bambino. Indubbiamente ben confezionato sul piano puramente estetico-visivo, il film eccede furbescamente in sentimentalismi e stereotipi nostrani (che hanno fatto la fortuna della pellicola all’estero). Esistono due versioni del film: la prima, voluta da Tornatore, fu distribuita senza fortuna; la seconda, sensibilmente accorciata dal produttore Franco Cristaldi, riuscì a ottenere un grande successo che spianò la strada alla conquista (ampiamente immeritata) dell’Oscar come miglior film straniero.
(andrea tagliacozzo)