Kippur

Il 6 ottobre 1973 la guerra irrompe in Israele: i siriani, decisi a riprendersi i territori loro sottratti con la Guerra dei sei giorni, scelgono di attaccare in occasione dello Yom Kippur, il giorno dell’espiazione. Weinraub e Russo cercano invano di raggiungere la propria unità a bordo della scassata 124 del primo. Dopo aver accompagnato un medico militare alla base aerea di Ramat David, decidono di unirsi alle squadre di soccorso aereo. La loro guerra del Kippur, per usare le parole di Amos Gitai che con il film ha raccontato la propria esperienza diretta, consiste «nell’atterrare sui campi di battaglia, raccogliere i feriti cercando di non farsi colpire e riportarli alla base con l’elicottero cercando di non farsi abbattere». Questa semplicità non è una posa: Gitai la assume anzi a principio-guida del film, che per quasi due ore non fa altro che allineare una serie di operazioni tutte uguali e rischiose, in cui l’unica cosa che eccepisce all’orizzontalità dello svolgimento è l’orrore negli occhi dei soldati. Gitai si pone al di qua degli schieramenti, sceglie di non mostrare il nemico e non mette in discussione la giustezza della guerra (anche se non mistifica nulla: come nota Barisone su «Cineforum», «le case che si intravvedono sono chiaramente musulmane»). La guerra non è mai giusta o ingiusta: è orribile, indicibilmente orribile. Ed è proprio a partire dall’insufficienza della parola, dall’inadeguatezza della retorica che il film trova la sua chiave.
Kippur
dà un’idea di come il cinema può essere. Gli interminabili piani-sequenza ci portano immagini insostenibili eppure indispensabili. Immagini che ci costringono a confrontarci con l’orrore senza concederci consolazione alcuna, neppure quella delle idee o, peggio, delle ideologie. Weinraub che cita Marcuse suona ridicolo quanto l’entusiasta Russo che non vede l’ora di dare il proprio eroico contributo alla causa sionista. L’unica cosa che gli uomini possono opporre all’orrore estremo è la stretta di un abbraccio. Gitai, per quanto disperato possa sembrare il suo film, non è un apocalittico, ma un umanista che sa mostrarci il valore dell’abbraccio fra due uomini. Dopo
Dancer in the Dark
, ma sul fronte opposto, un altro film a partire dal quale è obbligatorio prendere una posizione e ha senso dividersi. Capolavoro.
(luca mosso)