Faccia di Picasso

Massimo Ceccherini è alla ricerca dell’ispirazione per un nuovo film. Il suo produttore suggerisce un’ambientazione spagnola per ragioni di co-produzione internazionale. Però, più il tempo passa, più Ceccherini – con il sostegno e la compagnia dell’amico e collega Alessandro Paci – si fa pessimista sulle ragioni e il valore di girare ancora. Faccia di Picasso dice soltanto un paio di cose, però sacrosante. Lo fa in maniera diretta e, forse, fin troppo esplicita, eppure sincera e condivisibile: in Italia (e pure altrove?) non si può (più) fare cinema, perché ormai tutto è già stato detto; non resta che rifare gli altri, anche se poi ci si trova davanti a un muro bianco (come i protagonisti nel finale, persino leggermente inquietante) di totale fallimento. Sono verità su cui è bene non controbattere, prove alla mano. Ceccherini controlla il film con freschezza e anche con un certo disincanto che lo rende leggero (e un montaggio così spezzettato e schizzato lo si vede raramente nel cinema della nostra penisoletta). Sono almeno due le sequenze che restano: quella dell’incontro con Vincenzo Salemme e quella delle audizioni per la ragazza che deve andare a raccogliere suggerimenti al Dams di Bologna. Nel suo desiderio di cogliere qualcosa che vale, Faccia di Picasso appare più convincente e al passo coi tempi degli ultimi Verdone. Per non parlare del resto. (pier maria bocchi)

Ovosodo

Piero è un liceale. «Con la mamma morta, il padre in galera, il fratello handicappato…», dice lui in un momento di sconforto. Abita in quartiere popolare di Livorno, Ovosodo. Dove cresce con la ragazzina del piano di sotto con l’apparecchio ai denti che gli fa gli occhi dolci; Ivanone, il fratello ritardato; la nuova donna del padre delinquente incinta… Vita grama, insomma. Ma è bravo a scuola. Bravissimo. Tanto che la sua insegnante lo sprona ad andare avanti con la gli studi e riesce a farlo iscrivere nella sezione migliore del liceo classico, pieno di figli di papà. Dove Piero si riesce anche a guadagnare qualche lira passando ai compagni i compiti in classe. Poi, dice Piero, la svolta quando arriva in classe Tommaso, rampollo di una ricca famiglia (ma Piero lo scoprirà molto più tardi) che lo trova naif e se lo porta in giro. A Roma Piero conoscerà la cugina, bella-depressa-viziata, di Tommaso. Perde la testa e si fa bocciare perché ha solo lei nella testa. Finisce a lavorare come operaio proprio nella fabbrica del padre di Tommaso, che intanto va negli Stati Uniti a studiare. Ma c’è quella ragazzina, ormai cresciuta, che aveva l’apparecchio ai denti. È una come lui, che lavora, una brava ragazza. E anche se Piero continua ad avere quella strana sensazione nello stomaco come se un uovo sodo andasse su e giù nella gola, i due si prendono per mano per costruire una vita insieme…
Un buon film di Paolo Virzì, alla sua terza prova. Con l’educazione sentimentale di un ragazzo qualunque di una qualunque famiglia che tira a campare, con tutti i problemi possibili e immaginabili. Il film inizia con Paolo che cerca di telefonare alla cugina di Tommaso a Roma e poi ripercorre la sua infanzia e l’adolescenza, fino a tornare al presente. Non c’è retorica (e se c’è è alleviata dall’ironia), anche se il rischio di scivolare nel patetico – sentimentale e ideologico – era altissimo. Certo, la divisione tra ricchi-belli-fortunati e poveri-brutti-sfigati è un po’ troppo netta, come il destino a senso unico di Piero e Tommaso. Tutti al loro posto, insomma. Buona la sceneggiatura, ottime le battute. Buono il successo del pubblico e Gran premio della giuria a Venezia nel 1997.