Angeli e Demoni

Quale terribile scoperta può convincere il Vaticano a rivolgersi a Robert Langdon, l’uomo che ha svelato il codice più controverso della Storia? Langdon scopre le prove della rinascita di un’antica confraternita segreta conosciuta come gli Illuminati, la più potente organizzazione sotto copertura della Storia, e deve anche fronteggiare un pericolo mortale per la sopravvivenza del nemico più disprezzato da questa confraternita: la Chiesa cattolica. Per far questo, si allea con Vittoria Vetra, una bellissima ed enigmatica scienziata italiana. Imbarcandosi in una caccia senza soste e piena d’azione attraverso cripte sigillate, catacombe pericolose, cattedrali abbandonate e anche nel cuore della tomba più segreta sulla faccia della Terra, Langdon e Vetra seguono una scia di indizi risalenti a quattrocento anni prima e composti da simboli antichi che rappresentano l’unica speranza di sopravvivenza per il Vaticano.

Romanzo criminale

Romanzo criminale

mame cinema ROMANZO CRIMINALE - STASERA IN TV scena
Il Libanese, il Freddo e il Dandi

Diretto da Michele Placido, Romanzo criminale (2005) è ambientato a Roma negli anni ’70. Quattro ragazzini rubano un’auto e a un posto di blocco investono un agente. Riescono comunque a scappare e a nascondersi nel loro rifugio, una roulotte vicino alla spiaggia. Quella notte decidono i loro soprannomi: si chiameranno il Libaneseil Dandiil Freddo e il Grana. Poco dopo arriva la polizia: Libano rimane ferito ad una gamba, Freddo viene fermato, Dandi scappa e Andrea, vero nome del Grana, muore per le ferite riportate durante la corsa con l’auto rubata.

Anni dopo, il Libanese (Pierfrancesco Favino), il Dandi (Claudio Santamaria) e il Freddo (Kim Rossi Stuart), insieme ad altri delinquenti, danno vita alla banda della Magliana, conquistando la capitale. Diventano infatti i padroni assoluti del traffico di droga, della prostituzione e del gioco d’azzardo. Ma il commissario Nicola Scialoja (Stefano Accorsi) dà loro la caccia.

Curiosità

  • La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo del 2002 scritto da Giancarlo De Cataldo ed edito dalla casa editrice Einaudi.
  • Il film si è aggiudicato ben otto David di Donatello 2006 e cinque Nastri d’argento.
  • Il regista Michele Placido appare brevemente nel ruolo del padre di Freddo mentre l’autore del romanzo, Giancarlo De Cataldo, interpreta il giudice che legge la sentenza di condanna per i componenti della banda.
  • In sede di montaggio è stata tagliata circa mezz’ora di girato, che verrà successivamente pubblicata nella seconda edizione del DVD del film, uscito il 7 novembre 2007. La parte tagliata comprende i discorsi di Silvio Berlusconi e i “cavalli” di Vittorio Mangano e il ritrovamento e segnalazione al SISMI di Aldo Moro.
  • Non tutti i membri della banda si conoscevano da bambini: il Libanese (nella realtà Franco Giuseppucci) era amico di Dandi (nella realtà Enrico De Pedis) e fece conoscenza con il Freddo (nella realtà Maurizio Abbatino) in seguito al furto della sua automobile.
  • Franco Giuseppucci non aveva un problema alla gamba come mostrato nella pellicola, bensì un occhio di vetro a causa di un incidente.

RECENSIONE

Tentativo coraggioso e appassionato di portare sul grande schermo Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo. Vi si racconta la storia della Banda della Magliana e, intrecciata a essa, la storia di quindici anni (fra il ’77 e il ’92) di misteri d’Italia, con i quali la potente organizzazione romana è venuta più o meno direttamente a contatto. Dal caso Moro, alla Strage di Bologna: la Banda della Magliana, un potere criminale dei più ramificati (e sottovalutati) a partire dagli anni Settanta, ha sempre saputo e visto qualcosa in più. Ma il film non si esaurisce qui. Si tratta infatti di un gangster movie teso e potente. Che racconta l’ascesa di alcuni ragazzetti di periferia divenuti in breve tempo la spina dorsale di una nuova, onnipresente organizzazione criminale.

Un kolossal all’italiana: cast ricco di nomi famosi, risorse imponenti, durata ampia. Alla Cattleya si sono associate l’inglese Crime Novel Films, la francese Babe e soprattutto la Warner Bros. Il risultato si vede nella cesellatura di scene come quella dell’esplosione della bomba a Bologna ma anche nell’aggregazione di un cast imponente, dalle figure principali a quelle dei comprimari.

Ed è proprio sugli attori che un decano del set come Placido compie il lavoro migliore. Tutti i protagonisti sono decisamente in parte e mettono in mostra una complicità che dal set deve essersi trasferita alla pellicola. Belli e dannati che rievocano il gangster movie di qualche decennio fa, con grinta e le battute giuste in bocca agli attori giusti. Rossi Stuart sa cambiare espressioni per dare ragione della sua inquietudine, Favino e Santamaria sono perfettamente credibili nei loro ruoli, la Mouglalis e Accorsi sono intensi. E altrettanto si può dire di molti comprimari: dallo Zio Carlo, al Terribile, a Carenza. Il risultato è un film corale, senza primattori. Così come la Banda della Magliana non ha mai avuto capi indiscussi e durevoli.
Le atmosfere risultano in genere tese e credibili, la violenza bene misurata, le psicologie dei personaggi principali emergono al di là degli stereotipi. Ma se la sceneggiatura è di buona qualità un merito importante se lo prende De Cataldo che ha scritto un romanzo molto cinematografico, semplificando il lavoro di Placido con Rulli e Petraglia. Siamo comunque di fronte a un lavoro coinvolgente e credibile, superiore alle prove recenti del regista. In particolare per quanto riguarda le storie dei personaggi della Magliana e di coloro che gli sono ruotati intorno. Offrono invece il fianco a qualche appunto le parti in cui la storia della banda si intreccia con gli eventi storici: per quanto le ricostruzioni siano coinvolgenti, proporre delle tesi in merito è sempre un azzardo. Placido non batte strade troppo impervie e accetta comunque un rischio non da poco affrontando questi snodi narrativi: un coraggio che va premiato al di là di un risultato ideativo e tecnico comunque valido.

Romanzo Criminale è un film forte e denso. Non brilla per l’originalità dello stile, ma funziona per la sua coerenza ed efficacia. In verità il gusto spesso patinato della regia – e della produzione tutta – risulta qua e là naif o fastidioso. Ma il film mantiene un buono spessore civile e un’intensità drammatica costante. Ce n’è per tutti: per chi subisce la fascinazione dei belli e cattivi, per chi cerca storie umane al limite, per chi vuole cinema d’azione e per chi si interessa alla cronaca e alla storia del nostro paese. Di questi tempi in Italia non è poco. (stefano plateo)

Il principe di Homburg

La critica salutò questo adattamento del capolavoro di Heinrich von Kleist come una rinascita di Bellocchio dopo il periodo psicanalitico segnato dal sodalizio con Massimo Fagioli. Qui il regista non compie affatto una lettura psicanalitica del testo, ma semmai torna indietro, a scoprire nel romanticismo le radici di inquietudini che poi saranno della psicanalisi (e nostre). Dopo aver prosciugato il testo (che è un classico/anticlassico, inconciliato e attratto dall’horror vacui come contraltare della giovinezza), fa pronunciare a un attore protagonista volutamente impacciato battute a velocità vertiginosa, come se fosse sperduto (anzi – letteralmente – sfuocato). I nobili temi del conflitto tra individuo e dovere e della responsabilità individuale non hanno nulla di moralistico; anzi si collocano in un ambito pre-morale, tra luci e ombre, tra potenze oscure come il Leviatano o come il Dio di Isacco. E tutto sfocia nelle agghiaccianti sequenze della guerra, che non si vede mai: basta un polverone in una radura, o alcune gigantesche ombre di cavalieri proiettate su una parete. (emiliano morreale)

Da zero a dieci

«Coi voti cominciano appena nasci. Siamo qui per prendere e dare voti. Non c’è niente di male. Se non c’è niente di male a smettere di fare quello che vuoi per fare solo quello che ti fa avere buoni voti». Parte così il secondo film di Luciano «Liga» Ligabue. Dopo un omaggio alla musica blues, «la musica degli oppressi». Giove, Libero, Biccio e Baygon hanno ormai 35 anni e decidono di tornare a Rimini vent’anni dopo un week end che gli ha cambiato la vita, solo per fare tutto quello che non erano riusciti a fare quella volta. Sono tutti di Correggio e Giove è il fratello di Freccia, il protagonista del primo film della rock star italiana,
Radiofreccia
. In riviera i quattro ritrovano le amiche di allora e insieme a loro cercano di rivivere alcuni momenti persi nel lontano 1980, ma gli anni sono passati, anche se loro si ostinano a fare finta di niente.
Da zero a dieci
delude un po’, forse perché dopo
Radiofreccia
ci si aspettava un’altra bella storia, raccontata con leggerezza e freschezza, in maniera originale. Invece questa volta Ligabue scade nel didascalico, tuto ciò che vuole dire lo spiattella in maniera violenta, saltando dalla strage di Bologna alle tematiche no-global, dalla crisi dei quarantenni eterni Peter Pan, alla malattia e alla morte. Il cast è bene assortito e gli attori appaiono quasi sempre convincenti, ma la sceneggiatura è un po’ confusionaria. Forse, sarebbe stato meglio lasciare qualcosa di sottinteso per fare viaggiare lo spettatore. E poi, il viaggio alla ricerca dei bei tempi che furono l’ha già abbastanza inflazionato Salvatores più di dieci anni fa.
(andrea amato)

Cosa voglio di più

Anna è diventata tutto quello che ci si aspettava da lei: ha un impiego modesto ma sicuro, è vitale, affettuosa con la famiglia, gli amici e con il suo compagno Alessio, col quale ha deciso di avere un bambino. Quello che le manca forse è proprio il coraggio di prendersi una responsabilità definitiva verso il suo futuro. Futuro che ha i contorni di un ufficio, di una città che si allarga sempre di più, i toni tenui di un treno che dalla periferia la porta in centro, quelli più accesi di una relazione che le sembra serena. Quando Domenico irrompe nella sua vita però tutti quei contorni svaniscono e per la prima volta mette a fuoco l’amore, quello fatto di desiderio e passione. Ma l’amore spesso ha a che fare con linee nette, confini. Quelli del corpo, innanzitutto, che Domenico le insegna a scoprire e ad amare. Poi quelli del matrimonio di lui: è sposato con Miriam e hanno due bambini. La storia fra Domenico e Anna è una ribellione sottovoce che si regge su un equilibrio precario come la loro vita: incontri clandestini, litigate al cellulare, bugie, carezze soffocate dallo scadere della pausa pranzo, il sesso coinvolgente consumato in una stanza di un motel a ore. Fino a quando Anna non decide che vuole molto di più, e le bugie cedono, le famiglie s’intromettono, l’equilibrio si spezza…

Saturno contro

Un eterogeneo gruppo di amici affronta i problemi della vita quotidiana e della coabitazione tra festose cene e brevi week-end. Hanno tutti dai trenta ai quarant’anni, c’è chi deve mandare avanti una famiglia, chi di figli non ne ha e chi di figli non ne avrà mai perché non ne vuole o perché non può farli con il suo partner del suo stesso sesso. Una coppia eterosessuale affronta una repentina separazione dovuta ai continui tradimenti di lui con una fioraia di lusso dal corpo sensuale dal seno prorompente ma la vera separazione la dovrà vivere la coppia omosessuale, perché uno dei due improvvisamente muore e l’altro ha irrimediabilmente e catastroficamente Saturno contro. Un’amica finta astrologa e con veri problemi di droga, l’unica single del gruppo, rimane esterrefatta e incapace di vegliare l’amico che prima di morire “vive” gli ultimi giorni in coma. Tutti gli amici aspetteranno in ospedale la morte definitiva e cercheranno in tutti i modi di stargli vicini, ricostruendo una parvenza di stabilità.

La recensione

Il sesto film di Ferzan Ozpetek è anche quello che racconta in maniera più diretta il mondo gay. Già ne

Le fate ignoranti

Al cuore si comanda

Appena lasciata dall’ultimo fidanzato, la trentenne Lorenza decide che un amore in affitto è sempre meglio che niente e paga il bohemien Riccardo per svegliarla con parole carine, accompagnarla a fare shopping e presentarsi con un mazzo di fiori di fronte alle sue amiche. Finché non incontra Giulio, dentista di origine francese bello, ricco e con serissime intenzioni nei suoi confronti. Licenziato Riccardo, la vita dell’ex zitella scorre apparentemente perfetta ma qualcosa ancora le manca…

Figlio del grande Ennio e già regista di alcune puntate di
Un posto al sole,
Giovanni Morricone debutta sul grande schermo con una commedia che prende spunto da uno degli eterni problemi dei trentenni: trovare un partner con cui condividere il proprio destino. Sfortunatamente il suo film, pur interpretato da attori all’altezza, scorre senza lasciare il segno. Poche, pochissime battute da ricordare e uno svolgimento che più scontato non si potrebbe. Eppure gli spunti per far ridere ci sarebbero, tenuto conto della forte vena autoironica di Claudia Gerini e Sabrina Impacciatore, le protagoniste femminili della storia. Ma Morricone rinuncia sia al ritratto generazionale alla Muccino che alla satira di costume alla Verdone, rimanendo a metà del guado e firmando un’opera prima tutt’altro che memorabile. Peccato, perché con
Al cuore si comanda
il figlio d’arte dimostra comunque di saper usare la macchina da presa. Ma in assenza di dialoghi frizzanti non basta padroneggiare le tecniche di regia per realizzare una buona commedia. Come se non bastasse il padre Ennio e il fratello Andrea hanno contribuito al naufragio del progetto con una colonna sonora a dir poco banale. D’accordo, i film di Sergio Leone erano un’altra cosa ma tanto padre avrebbe potuto impegnarsi di più. L’unico ad aver guadagnato dalla partecipazione a questo film sembra essere Pierre Cosso. Desideroso di svincolarsi dall’immagine appiccicatagli addosso vent’anni fa ai tempi de
Il tempo delle mele 2,
l’attore francese interpreta in maniera convincente il ruolo dell’uomo dei sogni della protagonista.
(maurizio zoja)

La sconosciuta

Irena, ex prostituta venuta dall’Est con un passato molto ingombrante e difficile da dimenticare, riesce a trovare un lavoro come domestica in una ricca famiglia. La ricerca di una vita finalmente serena nasconde in realtà un secondo fine: la figlia adottiva della giovane coppia per cui lavora e di cui pensa di essere la vera madre. Il passato della donna si materializza nel suo ex magnaccia, che farà vertiginosamente precipitare il precario equilibrio che Irina pensava di aver costruito.

In barca a vela contromano

Massimo ha i legamenti crociati da risistemare. Si fa ricoverare nel reparto di ortopedia di un ospedale romano. L’impatto è duro: Carlo l’infermiere fa il ducetto, Gigi, il vicino di letto da quattro anni in ospedale lo angoscia con racconti del terrore su medici, malati e infermieri, Wanda, la caposala, non disdegna né un medico, né un paziente… Massimo, in realtà, è un laureato in Medicina disoccupato. Il suo amico Cupreo, l’ortopedico che ha fatto carriera sposando la figlia del primario, vuole che smascheri per conto della direzione sanitaria una truffa. Carlo, Gigi e Wanda, nel giro di sei mesi, hanno «venduto» 22 letti ad altrettanti malati in lista d’attesa. Spaventando con i loro racconti i malati in procinto di essere operati, li inducevano a dimettersi e a lasciare il posto a qualcun altro. Ma non sono gli unici personaggi disonesti del reparto. Anzi…

Stefano Reali, al suo secondo film, ha tratto l’idea per questa denuncia di malasanità e meschinerie da un episodio che gli accade qualche anno fa. Ne aveva già tratto una piéce teatrale, Operazione. Gradevolissima commedia, che in realtà commedia non è. Perché si ride, è vero, grazie a dialoghi serrati e divertenti, ma di fondo spiccano amarezza e dolore. E poi i rapporti umani. Il paziente e l’infermiere. Il paziente e la caposala. La caposala e il medico. Il giovane medico e il primario… Ritratto dolceamaro (molto veritiero) della vita in corsia, un po’ come metafora di quello che sta fuori dall’ospedale. Proprio bravo, oltre che simpatico, Valerio Mastandrea ingenuo (ma non del tutto perché anche lui fa il doppio gioco) ma fondamentalmente onesto. Che deve vedersela con un altrettanto bravo Antonio Catania, nei panni di un malato «allettato» da anni, presunto capo della gang, che vive in carrozzella senza lacrimosità né caricature scontate. Buono il cast con bravi caratteristi, ottime le battute, forse qualche giravolta di troppo nella sceneggiatura cui ha messo la penna anche Diego Abatantuono.

Figli delle stelle

Un giovane portuale del nord-est d’Italia, un professore trentenne disoccupato che sbarca il lunario facendo il pizzaiolo, un rivoluzionario radical-chic, un’aspirante giornalista tv ed un uomo appena uscito di galera, delusi dalla loro vita ed in preda alla passione antipolitica, decidono di rapire un politico, di chiedere un riscatto e, con i soldi ottenuti, risarcire la moglie della vittima di un incidente sul lavoro.

Sono un gruppo improvvisato e totalmente incompetente, che fallisce del tutto la missione: anzichè rapire il ministro, prendono un oscuro sottosegretario. Braccati da tutti, incapaci di gestire la quotidianità e di concepire una vita da clandestini, consapevoli di aver rapito una brava persona ma allo stesso tempo elettrizzati dall’adrenalina, il nostro gruppetto di improvvisati si troverà alle prese con una missione difficile che finirà per rivelarsi del tutto impossibile.

L’uomo che ama

Torino. Roberto (Pierfrancesco Favino) è un uomo non ancora quarantenne che vive due storie d’amore diverse, in due momenti differenti nel tempo. Con Sara (Ksenia Rappoport), vicedirettrice di un albergo, e con Alba (Monica Bellucci), che si occupa di allestimenti in una galleria d’arte contemporanea. Il gioco dell’amore lo porta a ricoprire nelle due storie ruoli opposti, a sperimentare sia la dolcezza sia la crudeltà dell’amore.

El Alamein – La linea del fuoco

La battaglia di El Alamein è una delle pagine più tragiche della storia italiana del Novecento. Dal 23 ottobre al primo novembre 1942 morirono 25 mila soldati italiani e ne furono catturati 30 mila, portati da prigionieri in India. Quell’esercito regio italiano, orgoglio del Duce, ma preso in giro dall’alleato tedesco super organizzato e schiacciato dalla forza inglese, diede prova di coraggio e forza. Il grande generale Rommel, la volpe del deserto, disse che «il soldato tedesco impressionò tutto il mondo. Ma il soldato italiano impressionò quello tedesco». Monteleone, sceneggiatore in passato di molti film di successo di Gabriele Salvatores (uno su tutti
Mediterraneo)
, ha realizzato un film su quei giorni, su quei soldati-eroi, sulla tragedia di una guerra combattuta in un posto fuori dal mondo. La storia di cinque soldati, diversi uno dall’altro, ma uniti dalla tragedia, dallo spirito di corpo e dal coraggio. Probabilmente il film di guerra italiano più bello della storia del cinema. Senza le solite retoriche belliche, senza quell’orgia di effetti speciali all’americana, ma con un’ottima scrittura del testo, una fedeltà storica, una studio dei personaggi, un cast giovane, fresco e credibile, uno scenario e una musica da pelle d’oca. Monteleone ha detto che per realizzare questo film non si è ispirato a Spielberg, ma a
La sottile linea rossa
di Malick. Lo abbiamo notato, per fortuna.
(andrea amato)

Le chiavi di casa

Per una serie di occasioni collegate alla manifestazione veneziana, una pioggia di osanna ha salutato il film di Amelio.
Ancor prima di averlo visto, al Lido, si mormorava con asseveratezza che era bello. E come poteva non esserlo: il romanzo di Pontiggia da cui derivava, Nati due volte, lo è; il tema, quello del rapporto tra un padre e un figlio con handicap, importante e lancinante; il regista, di quelli che non deludono mai sull’impegno e sul rigore. Ora, non intendo fare il bastian contrario, né asserire che l’appuntamento è mancato, ma solo sottolineare quanto l’uggioso coro degli assensi, e politici e critici, generi una sorta di fastidio che riverbera negativamente sul film, per quel troppo che è stato detto e soprattutto predetto.
Il quale film a me sostanzialmente è piaciuto, per l’asprezza e l’asciuttezza con cui Amelio tratta un argomento che nel cinema di solito genera lacrimose consolazioni (basta pensare a quell’ Ottavo giorno che qualche anno fa fu premiato a Cannes).
Qui ogni antefatto è eliminato o ridotto al minimo, ogni snodo narrativo è essenzializzato al massimo; per concentrare l’attenzione unicamente sul rapporto padre/figlio, il regista sceglie di ambientare il film a Berlino e nessuno dei due parla il più spiccio basic tedesco. Unica voce a interloquire, e a illuminare la coscienza dello sprovveduto genitore protagonista (e di noi spettatori) è quella della madre di una ragazza afflitta da una ben più grave disabilità. La madre, una stupenda Charlotte Rampling, consiglia al giovane padre di leggere il libro di Pontiggia, «perchè ci riguarda» gli dice. Ed è l’unico riferimento diretto al romanzo in questione, mentre la promozione Rai aveva accreditato e contrabbandato una trasposizione più o meno fedele.
Di fedele invece c’è solo spirito, e l’esplicazione di quell’intuizione che il bellissimo emozionante racconto di Pontiggia evidenzia fin dal titolo; e che il film invece in qualche modo banalizza – nel film la giovane madre muore mettendo al mondo il figlio e il padre per oltre quindici anni non vuole neanche vederlo e si rifà un’altra moglie e un altro figlio; beh! siamo ben lontani dal libro! Senza indulgere in facili effetti patetici, con grande linarità e concentrazione, Amelio segue l’evolversi di un dialogo difficile, con crescente tensione, affidando il ruolo coreutico (che commenta e spiega) alla madre francese interpretata dalla Rampling, e alterna scene di angosciosa drammaticità ad altre ricche di tenerezza e perfino di comicità.
Il merito qui è dell’adolescente protagonista, Andrea Rossi, che sa rendere perfettamente luci e ombre di una mente oscura e lontana ed è merito anche del bravissimo Kim Rossi Stuart, quasi soffocato dall’imbarazzo e dal senso di colpa, disperato e goffo nei suoi tentativi di instaurare un rapporto col ragazzo; rapporto difficile, forse impossibile, che il regista chiude ambiguamente col pianto dirotto del padre, consolato dal figlio, come un trapasso di maturità. Grande scena, come tante altre. Eppure, eppure, qualcosa, nel film, non funziona, non convince, non coinvolge. Il film ha qualcosa di troppo dimostrativo, di troppo didattico, di troppo freddamente ragionato, vi manca quel tocco di trasgressività poetica che c’era invece ne Il ladro di bambini e ne Il piccolo Archimede. (piero gelli)