Al di là del bene e del male

Liberamente ispirato alla realtà storica. È la storia di un ménage a tre tra Lou Von Salomé, il filosofo Friedrich Nietzsche e Paul Rée. Le cose vanno nel modo peggiore e Nietzsche impazzisce, mentre Rée trova la morte per mano di alcuni teppisti. Pellicola molto densa e a tratti pretenziosa, con momenti decisamente poco riusciti.

Il portiere di notte

A Vienna, negli anni Cinquanta, un ex ufficiale nazista, ossessionato dai terribili ricordi del recente passato, è impiegato in un albergo della città come portiere di notte. Nello stesso hotel capita una donna ebrea, a suo tempo vittima dei campi di sterminio e ora sposata a un direttore d’orchestra, che lo riconosce. Il film che impose la Cavani all’attenzione del pubblico internazionale, ambizioso (le influenze, letterarie e cinematografiche, si sprecano) ma non completamente riuscito. In definitiva, più noto per lo scandalo che sollevò all’epoca piuttosto che per i suoi meriti artistici. Ma Dirk Bogarde, negli ingrati panni dell’ex carnefice, come al solito fornisce una prestazione maiuscola. (andrea tagliacozzo)

Don Bosco

Ormai vecchio e stanco, Don Bosco, che ha dedicato l’intera esistenza ai giovani, ricorda le sue provocatorie iniziative, nella Torino dell’800, tese a strappare i ragazzi al bieco sfruttamento dei padroni. L’attività del sacerdote, però, riceve l’aperta ostilità di molti personaggi altolocati. Didascalico e scontato, il film soffre molto dell’impostazione paratelevisiva della regia di Castellani. Cast dignitoso, ma svogliato.
(andrea tagliacozzo)

Il buco

Un gruppo di detenuti tenta un’evasione dal carcere, ma forse tra loro c’è una spia.  Ultimo film di uno dei grandi del realismo francese, è anche il suo film più rigoroso ed estremo. Superbo cantore della mala in Casco d’oro e Grisbi , Becker realizza con Il buco il proprio capolavoro. Siamo già in anni di nouvelles vagues, ma il film di Becker somiglia piuttosto a Un condannato a morte è fuggito di Bresson: meno metafisico e più morale, e più attento alla dimensione del gruppo e a temi tradizionalmente noir come il tradimento, il sacrificio, la libertà (alla base c’è un romanzo di José Giovanni, poi a sua volta regista di polar). Ma la messinscena giunge ben presto all’astrazione, la suspence diviene insostenibile grazie a pochi elementi ossessivi (il rumore attutito dei martelletti) e il finale è di una logica stringente e ineluttabile. (emiliano morreale)

Interno berlinese

Pellicola davvero malriuscita, recitata in inglese da attori provenienti da tutta Europa: la trama, tratta da un romanzo di Junichiro Tanizaki (La croce buddista), è incentrata sull’amore lesbico tra la Landgrebe e la figlia dell’ambasciatore giapponese Takaki, nella Germania nazista. Il film è senz’anima, e non riesce neppure a essere sexy nonostante la presenza della splendida Landgrebe, già protagonista della Donna in fiamme.

Windsurf. Il vento nelle mani

Appena arrivato al Circeo dall’Australia, il giovane Pierre apprende con dispiacere che suo zio Lupo ha perso la splendida imbarcazione di cui era proprietario al tavolo da gioco. Mentre Lupo è deciso a rivincere la barca in una nuova partita, Pierre ottiene un posto come istruttore di windsurf. Il film, commediola balneare piatta e prevedibile, segnò l’esordio dietro la macchina da presa Claudio Risi, fratello di Marco e figlio del più noto Dino.
(andrea tagliacozzo)

La mandragola

Per conquistare la bellissima Lucrezia, sposa a un ingenuo notaio, Callimaco assicura di poterla guarire dalla sterilità somministrandole la mandragola. Ma c’è un problema: il primo che giacerà con una donna che ha assunto la mandragola, ne morirà… Più che un parente del
Brancaleone
, lo si direbbe un progenitore delle
Ubalde
, se non fosse che la sopraffina eleganza registica di Lattuada – qui davvero al suo massimo – lo consegna a tutt’altro livello. Lattuada, insieme al più morboso Bertolucci, è forse l’unico vero regista erotico del nostro cinema. Qui l’opulento corpo della Schiaffino è alluso e velato, agito metonimicamente (fianchi e ombelico che sostituiscono una visione d’insieme sempre negata) in una maliziosa gara con la macchina da presa. Il film mantiene il fondo di nera cupezza della commedia di Machiavelli, trasformandola semmai in una sorta di malinconia (evidente soprattutto nel personaggio di fra’ Timoteo, interpretato da uno spettrale Totò pre-Pasolini che sembra disegnato da Goya o da Daumier). E la curiosità sta proprio – come sempre negli adattamenti di Lattuada – nel contrasto tra il testo (in questo caso, tra la sua misoginia/misantropia) e il basso continuo dello sguardo sensuale del regista.
(emiliano morreale)